Quando Mia è fiorita: questo è ciò che io ho udito

Seguendo la linea di odore lasciata dalle altre, in mezzo a vetri, ceramiche, utensili da cucina, fondi di caffè, resti di cibo, gocce d’acqua, macchie di vino e contenitori usati, una formica trasporta una briciola. Rispetta la fila attraverso un lavandino sporco. Mia la guarda marciare. Uscendo dal formicaio – pensa – i figli avranno urlato “Papà, non andare! Rimani a giocare, raccontaci una storia” e lei avrà risposto che doveva uscire e tornare a casa con del cibo per il formicaio e per loro tre, badare al loro sostentamento, garantirgli un inverno ricco. I tre non avrebbero più fiatato, fieri di un padre tanto ligio al dovere. Mia segue con lo sguardo il percorso che la formica dovrà fare: il metro lungo il ripiano bianco della cucina, tra le fessure in mezzo ai cassetti, il metro lungo la parete verso il battiscopa, il metro sulle mattonelle bianche fino al punto in cui il balcone si unisce al muro, col piccolo buco nel quale la spedizione si infila. Immagina il percorso interno, tra gli incavi della parete, gli alveoli dei mattoni forati, gli interstizi nel cemento. Chilometri di tunnel che si arrotola su se stesso intrecciandosi con fili elettrici, condutture dell’acqua, sabbia, ferro, calce. Poi una grande sala dove ognuno scarica ciò che ha trasportato e altre formiche si occupano di smistarlo, catalogarlo, dividerlo e conservarlo. Come se la conoscesse da sempre, Mia chiama la formica: Ehi Tom! So che ti chiami Tom. Ascoltami: capisco che la tua famiglia ti aspetta a casa, che stai solo facendo il tuo lavoro e che sei un padre esemplare, un modello di comportamento per i tuoi colleghi, la tua comunità e niente ti convincerà a fermarti, ma anch’io devo badare alla mia famiglia, la loro salute, il loro cibo. Cerco di fare tutti i giorni il loro bene, ma non ci riesco quanto te. Non per questo devo pensare di aver fallito, come tu non devi pensare di aver sprecato tempo e fatica per niente. Perdonami Tom, in un mondo perfetto, forse potremmo convivere pacificamente senza ostacolarci a vicenda. Però questo, di mondo, è profondamente ingiusto e per niente equo. Non è colpa mia e nemmeno tua, è solo ciò che è.

Mia prende lo spray e lo sparge lungo tutta la fila di formiche, fino al balcone. Le guarda agitarsi per qualche secondo, poi accasciarsi immobili, senza vita. Segue il percorso al contrario fino al lavandino. Vede Tom rialzarsi, prendere la mollica e zoppicare verso casa. Tom arranca ma non demorde. Si infila nella fessura tra i cassetti, giù fino al pavimento. Mia lo guarda con gli occhi lucidi. La radio sulla mensola canta sottovoce. Mia corre ad alzare il volume “…sarei ricco se si vendesse la nostalgia”. Da mesi non fa l’amore. Con niente. Piccoli orgasmi prima di addormentarsi, certo, appena sveglia nel suo letto vuoto, sotto la doccia col soffione caldo. L’amore non lo fa con niente: nemmeno col cibo o i colori o il sole o il divano. Nemmeno con se stessa. “…fiore mio, non sarà primavera ormai”. Dopo pranzo aveva sentito il bisogno di riposare gli occhi. Nel silenzio della stanza, tra vestiti accatastati alla rinfusa, si era stretta tra le dita prima di assopirsi. Aveva sognato la porta di casa, i suoi piedi congelati quando avrebbe voluto uscire e non tornare.

Tutte le volte poi non era uscita.

Tutte le volte alla fine era tornata.

Usciva sempre per tornare. Mia esplora il suo disordine. Non ha più voglia di pulire, lavare i piatti, cucinare, fare la lavatrice. Non ha più voglia di fingere, sorridere, stare zitta per non litigare. Non ha più voglia di trovare scuse, giustificazioni, di nascondersi, annullarsi. Alza ancora un po’ il volume e solleva gli occhi. Vede una grande casa luminosa: stanze dentro a stanze, i suoi genitori chiacchierano sul divano, suo fratello scende le scale, i suoi figli giocano rincorrendosi, i suoi nipoti dormono nella stanza accanto, il suo compagno seduto al sole sul terrazzo. Vede la porta d’ingresso allontanarsi in uno zoom all’indietro con carrellata. Una luce dura ne proietta l’ombra sul soffitto e le pareti. Va in camera da letto, sbatte la spalla contro la mensola, la radio barcolla poi si sbriciola toccando il suolo. Il ginocchio contro il comodino, i cocci della tazzina sporca si infilano sotto al materasso. Apre valigia e cassetti, riempie l’una, svuota gli altri. Chiude la zip e afferra il manico. La grande casa è muta, immobile. Un ultimo saluto alla peonia in salotto, il suo fiore preferito, il profumo la descrive in tutto: il suo insieme e le singole parti. Come la corona affollata di petali bianchi carnosi. Come il formicaio: unica entità e milioni di formiche diverse. Mia si piega ad annusare ma il fiore è ingiallito, secco, i petali marciti sul ripiano. Apre gli occhi chiusi: vede la sua solitudine. Le stanze sono un monolocale avvolto da penombra e silenzio. Dove sono i suoi genitori, la sua famiglia, i figli, i nipoti? Come è rimasta sola? Quando? Torna al balcone, cerca a terra. Tom a un centimetro dal buco sta tentando di tornare a casa, come lei si è sempre arresa a fare. Una lacrima gli piove accanto. Mia fa un respiro profondo, poi con il polpastrello dell’indice destro lo schiaccia.

Un racconto di Antonio Serra

Illustrazione di Michele Antolini

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