Storielle del caldo fuori stagione

Ho sentito di un contabile di San Damiano (Prov. di Asti) che ogni sera, uscendo dall’ufficio, era solito rilassarsi cantando a squarciagola le canzoni che ascoltava all’autoradio della sua Kia Picanto. 
Un giovedì di metà ottobre entrato nelle statistiche meteoclimatiche per essere risultato il giorno più caldo della settimana più calda d’ottobre da quando esistono le statistiche meteoclimatiche, il contabile usciva dall’ufficio al tramonto, percorreva la solita strada di ogni sera per circa nove chilometri, cantando a squarciagola le canzoni trasmesse da Radio Nostalgia, che era la sua radio preferita, finché non arrestava l’auto in prossimità di una rotatoria piuttosto trafficata, a un metro e mezzo dal retro di una Ford Focus verde, proprio mentre stava cantando una canzone intitolata Forever young di un gruppo tedesco chiamato Alphaville. 
Continuava a cantare a voce alta attendendo di potersi immettere nella rotatoria, e continuava a cantare anche mentre il conducente della Ford Focus verde apriva la portiera, scendeva dall’auto, bussava con le nocche al finestrino del contabile. 
Il contabile pensava che il conducente della Ford Focus volesse domandare un’informazione stradale, smetteva di cantare e abbassava il finestrino, pur senza abbassare il volume dell’autoradio, il quale era parecchio alto. 
Abbassato il finestrino, il contabile a causa dell’alto volume di Forever young degli Alphaville doveva urlare per farsi capire dal conducente della Ford Focus verde, gridava se poteva aiutarlo in qualche modo; il conducente della Ford Focus verde rispondeva farneticando qualcosa a proposito di suo padre, diceva basta, papà, la finiamo qui, diceva di averlo visto dal suo specchietto retrovisore mentre lo biasimava, accusava il contabile di avergli rimproverato di essere venuto al mondo fin da quando era venuto al mondo, gridava frasi come brutto bastardo, quando la mamma si è uccisa avevo sette anni; il contabile non capiva, era alquanto stordito e imbarazzato, diceva come dice? Può ripetere? E per risposta riceveva un cazzotto sul naso dal conducente della Ford Focus verde, il quale mandava al diavolo sia il contabile che la musica di merda degli Alphaville.
Il contabile restava fermo alla rotatoria con il setto nasale rotto e il volante insanguinato, la musica degli Alphaville gli sembrava terribile e enorme, l’abitacolo era invaso dalle note della canzone, forever young, forever young, gli sembrava che potesse scoppiargli la testa, I want to be forever young, il sangue era finito anche sul parabrezza, forever young, sulla sua camicia a quadri, do you really want to live forever; gli automobilisti dietro di lui iniziavano a suonare il clacson, lui accostava, faceva passare gli automobilisti tenendosi le mani sul naso che grondava sangue.

Al pronto soccorso raccontava la sua avventura agli infermieri del triage, l’infermiere gli diceva cosa vuole farci, la colpa è di questo caldo fuori stagione, il contabile diceva come sarebbe la colpa è del caldo fuori stagione, l’infermiere diceva sì, e raccontava al contabile del suo vicino di casa, un macellaio che la notte prima non riusciva a dormire, aveva già messo il piumone nel letto e tre giorni dopo era arrivata quell’ondata spaventosa di caldo; mentre si rigirava nel letto senza prendere sonno con le finestre della camera spalancate continuava a sentire i cani nella villetta di fronte che facevano un bordello della Madonna, cioè abbaiavano in continuazione, e ogni volta che il macellaio sembrava potersi addormentare i cani attaccavano ad abbaiare e lui si svegliava più di prima. 
Così usciva in strada in mutande e canottiera con la sua doppietta e sparava cinque colpi ai cani, ammazzandone due, poi si addormentava sul marciapiede finché i carabinieri chiamati dai padroni della villa non lo svegliavano; ai carabinieri che stavano per portare il macellaio in caserma, la moglie dell’infermiere, interrogata sui fatti, diceva che era una cosa da non credere, che il macellaio era l’uomo più buono del mondo, che non aveva mai fatto del male a una mosca anche se ammazzava le mucche e i conigli e le lepri e i fagiani eccetera, ma quelle le ammazzava di mestiere, non c’era niente di personale. 
Uno dei carabinieri diceva eh, signora, la colpa è di questo caldo fuori stagione, la moglie dell’infermiera annuiva e diceva sì, lo diceva sempre anche mia nonna che il caldo fuori stagione è una brutta cosa e causa anche i terremoti, ma non ci posso credere lo stesso, il carabiniere allora raccontava di un’impiegata comunale che la mattina precedente era in coda in una caffetteria americana del centro per ordinare la colazione, c’erano già venticinque gradi alle otto del mattino, uno studente saltava la coda e si infilava davanti all’impiegata, ordinava un plum cake e si sedeva a un tavolo nel dehors della caffetteria; l’impiegata non faceva una piega, ordinava un caffè americano d’asporto, pagava, lo ritirava, e appena uscita dal locale lo lanciava con violenza sul volto dello studente che mangiava il plum cake, procurandogli ustioni gravissime; poi andava a lavorare come se niente fosse.
I colleghi del carabiniere che raccontava la storia, prima di prelevare l’impiegata dalla sua scrivania interrogavano i colleghi dell’impiegata, i quali lì per lì pensavano a un errore, a uno scambio di persona, erano tutti allibiti e dicevano che non ci vedevano giusto, che doveva essere colpa del caldo fuori stagione che faceva ammattire le brave persone. 
I carabinieri appuntavano sul loro taccuino che era colpa del caldo fuori stagione e lo scrivevano anche nel rapporto.
Un’impiegata incinta, che era amica dell’impiegata arrestata, aveva un malore, sebbene non fosse nulla di preoccupante si doveva chiamare un’ambulanza; quelli dell’ambulanza spiegavano che il caldo fuori stagione con associati alti valori di umidità relativa poteva causare complicazioni alla salute, soprattutto per quanto riguardava la pressione arteriosa o cose così. La donna incinta, comunque, stava bene, e non saliva in ambulanza.

Uno dei colleghi dell’impiegata prendeva da parte un carabiniere e diceva sì, è proprio il caldo fuori stagione, e raccontava la storia di un pensionato di Frinco che era andato a farsi tagliare i capelli quel martedì; il barbiere aveva staccato l’aria condizionata perché era il venti ottobre, mentre chiacchierava del più e del meno tagliando i capelli dell’impiegato lo feriva leggermente all’orecchia destra, si scusava subito, ciononostante il pensionato si rizzava in piedi inferocito e aggrediva il barbiere stringendo entrambe le mani attorno al suo collo, tanto che dovevano intervenire gli altri clienti per evitare che il barbiere soffocasse, il collega dell’impiegata era uno di quei clienti, tra tutti impiegavano un quarto d’ora per staccare le mani del pensionato dal collo del barbiere, che nel frattempo era quasi cianotico, quasi morto, e quando finalmente ci riuscivano, il pensionato mandava tutti alla forca e usciva dal locale minacciando ritorsioni nei confronti di chiunque gli capitasse a tiro. 
L’apprendista barbiere allora diceva ecco, questo caldo bastardo fuori stagione fa impazzire la gente, e raccontava la storia del suo amico Remo, che forse era impazzito, ma forse no.

In pratica, due giorni prima, questo Remo si trovava a bordo della sua automobile, una Ford Focus verde con l’aria condizionata rotta da anni, stava discutendo con suo padre della vita, la sua insensata e pidocchiosa vita (parole di suo padre), la sua vita fatta di aria, dominata dall’incuria e dalla pigrizia (parole di suo padre), la sua vita che se solo suo padre avesse saputo si sarebbe praticato una vasectomia a ventidue anni, gli diceva smettila, papà, falla finita, smettila smettila smettila, suo padre diceva no, non la smetto, brutto inutile pidocchio, hai fatto morire tua madre, hai fatto morire tua madre, hai fatto morire tua madre, ogni volta con un tono di voce più alto, e ogni volta la frase hai fatto morire tua madre gli esplodeva nei timpani, nei denti, sentiva dolore come un trapano nella polpa del dente senza anestesia, ripeteva smettila smettila smettila, suo padre diceva forever young, I want to be forever young, la radio passava quella canzone di merda e la voce di Marian Gold era quella di suo padre, suo padre suonava il clacson dell’automobile davanti, forever young, suo padre usava il martello pneumatico a bordo strada, do you really want to live forever, suo padre morto da due anni, quello che emanava odore di mentolo e tabacco, che lo odiava, che certi giorni gli sembrava enorme come un pallone aerostatico, come un dirigibile che ricopriva il sole, suo padre che era incolonnato dietro di lui su una Kia Picanto, lo vedeva nello specchietto retrovisore mentre lo redarguiva, lo umiliava, poteva leggere il labiale, e il labiale ribadiva hai fatto morire tua madre hai fatto morire tua madre hai fatto morire tua madre.

Let us die young or let us live forever Remo pensava che era abbastanza, che doveva chiudere i conti una volta per tutte, doveva finirla lì, sudando per quel fottuto caldo fuori stagione, iniziava a piangere finché non gli si formava una fessura nella pelle, dall’attaccatura dei capelli alla radice del naso, una fessura o una crepa il cui scopo era forse simile allo sfiatatoio nelle balene, impercettibile all’occhio umano ma sufficiente a far fuoriuscire il materiale buio e impalpabile del cervello, quel materiale che alcuni chiamano anima, o coscienza, o identità, e il pianto mescolato al sudore si trasformava in rabbia, rancore, rimorso. Scendeva dalla sua auto, Remo, gocciolava forever young, per provare conforto ripensava alla prima neve che aveva ricoperto la terra di suo padre, si era insudiciata subito, neanche il tempo di posarsi, ripensava alla neve raccolta da sua madre per farci la granita al limone quando aveva sei anni, sentiva qualcosa, una sensazione di fresco, una gioia cancellata dalla disperazione, ricordava con fastidio il solo momento di felicità vissuto insieme a suo padre, il trenta ottobre millenovecentosettantaquattro, quando seienne aveva gioito per l’esultanza del padre a tredici secondi dalla fine dell’ottavo round di un incontro di pugilato, il diretto destro di Ali sul grugno di Foreman, Kinshasa in festa, suo padre in festa, si avvicinava alla Picanto e sentiva caldo, il caldo di Ali a Kinshasa, il caldo della foresta pluviale, il tizio sulla Picanto abbassava il finestrino, Remo sentiva forever young, I want to be, forever young, il tizio sulla Picanto pronunciava parole cui Remo non dava alcuna importanza, Remo aveva di fronte il volto di suo padre, e l’unico modo per disfarsene era cancellarlo.

Cominciava a colpire.

Un racconto di Gian Marco Griffi

Illustrazione di Alessia Arti

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