Il bisogno di un sogno

Sua madre aveva impacchettato i piatti di porcellana in fogli di giornale, poi tutti i prodotti di bellezza in una busta di Armani conservata dall’acquisto di un cappotto anni prima. Aveva caricato il portabagagli dell’auto con scatoloni di vestiti imbustati singolarmente dentro custodie di nylon trasparente, ma il catalogo di Herzog & de Meuron lo aveva poggiato sul sedile del passeggero accanto a lei. Chris le aveva preparato un panino e una banana dentro un sacchetto di carta e li aveva messi dentro la capiente weekender senza dirglielo. Sarebbe stata una sorpresa carina, il segno che sua figlia pensava a lei.

«Fa’ buon viaggio» disse Chris tirando a sé il cancello. Viola le sfiorò il palmo della mano, ringraziandola prima di salire in auto e partire. Chris si sentì d’improvviso intrappolata dentro quelle sbarre di ferro smaltato fra lei e sua madre. Si pentì di essere stata così stupida da chiudersi dentro, cercò l’interruttore, ma era in confusione e non lo trovò subito; intanto sua madre stava andando via. Quando riuscì a uscire, l’auto aveva appena curvato sullo stradone principale. Chris le corse dietro urlando ma dovette fermarsi al limite della strada. Guardò la macchina nera di Viola allontanarsi nel flusso delle altre auto finché non perse di vista anche l’ultimo dettaglio delle luci posteriori. A quel punto si girò e rientrò dentro casa.

Lì ci pensavano i chiodi piantati nel muro a illuderla che prima o poi Viola sarebbe ritornata: ci passava i polpastrelli sopra alla ricerca di messaggi nascosti lasciati per lei. L’armadio era vuoto, mancavano le gonne nere, le camicie bianche a maniche lunghe, i doppiopetto che comprava nel reparto maschile dei negozi. Quelli li indossava solo agli appuntamenti di lavoro con uomini, «per non dare adito a malintesi» diceva specchiandosi in bagno; poi però si metteva Chanel Rouge Tentation sulle labbra. Di suo era rimasto solo un paio di jeans appeso a un gancio dietro la porta della lavanderia. Viola li portava insieme a una maglia bianca quando usciva in giardino a spostare piante come se fossero soprammobili. Le sradicava, ripuliva le radici battendole con le mani chiuse dentro i guanti, e poi le ripiantava in un’altra incavatura che creava in giardino. Tornava dentro, dopo ore di lavoro con la terra, immacolata come quando aveva iniziato. Chris sollevava gli occhi dalla versione di latino o greco e si domandava se fosse un’abilità che aveva solo sua madre quella di non sporcarsi mai.

La casa senza Viola era immensa. Chris si muoveva da una stanza all’altra, confusa per tutto quello spazio a disposizione. Era tutto troppo grande: due letti, due divani, due televisori – lei se n’era andata e ora c’era un doppione di tutto, di troppo. All’inizio Chris aveva continuato a dormire nella sua stanza, ma persino i gatti randagi in amore che sbattevano contro le persiane la facevano morire di paura. Così, dopo una settimana, si era trasferita nella camera da letto di sua madre e di notte spesso si spostava da una stanza all’altra, dalla camera di Viola alla sua, al divano in salotto. Camminava sfiorando i muri col terrore che qualcuno la cogliesse di sorpresa. Premeva i polpastrelli sulle teste dei chiodi, poi disegnava il profilo delle cornici che Viola aveva portato via con sé. Sotto la luce giusta si vedeva che il bianco lì era rimasto più bianco, un rettangolo di purezza che apparteneva solo a sua madre. Prima di andare a dormire faceva un ultimo giro di controllo: fornelli spenti, rubinetti serrati – controllava la solidità di porte e finestre scuotendole con rabbia.

All’inizio Chris si era tenuta insieme concentrandosi sui lati positivi: non è morta, è solo andata in una città più grande per lavoro. Ognuno ha i suoi sogni e il cammino per raggiungerli è in solitaria, lo sapeva bene anche lei dell’egoismo di chi aspira a qualcosa. Altrimenti l’avrebbe seguita. E invece in quello spazio nuovo e vuoto che si era creato lei poteva metterci un canestro ed esercitarsi con ancora più tenacia. Ripassava di continuo nella mente i movimenti che Nadia, la sua allenatrice, le aveva mostrato in palestra dopo la scuola e che aveva visto fare, perfetti, da Claudia.

Le abitudini l’avrebbero salvata. Ogni sera si preparava il tavolo per la colazione del mattino dopo. Metteva una tovaglietta di plastica, una tazza, il cucchiaio per i cereali. Ogni mattina rifaceva il letto e riponeva il pigiama sotto il cuscino di sua madre, ogni sera andava a riprenderlo subito dopo la doccia e lo indossava sulla schiena ancora umida e profumata di bagnoschiuma. Soltanto a volte, quando un allenamento non funzionava o aveva fatto una brutta partita, sua madre le mancava in modo più intenso. Ma era solo un ricordo, un’idea che restava lì a farle compagnia mentre si preparava qualcosa di buono per cena. Poi indossava il pigiama, e sopra il pigiama il cappuccio della felpa tirato su. Leggeva «Superbasket» da cima a fondo.

Viola la chiamava dopo essere uscita dall’ufficio, verso le nove, nove e mezza. Qualche volta più tardi, anche intorno alle undici, se era stata a cena con un collega o un cliente. «Ancora sveglia?» le chiedeva. Chris rispondeva sempre al primo squillo. «Dovresti dormire a quest’ora» diceva Viola.

Su una cosa Viola aveva avuto ragione: Nadia c’era. La sua allenatrice l’aspettava ogni giorno fuori da casa e fuori da scuola, spesso con Claudia. Nelle trasferte del fine settimana si fermavano in autogrill e mentre Claudia e Chris mangiavano un toast o si dividevano una barretta di cioccolata, Nadia stava in ginocchio sul sedile del guidatore a disegnare uno schema per loro. In quei momenti sua madre non le mancava, non ci pensava nemmeno. Tutto stava in equilibrio. Loro tre si sarebbero tenute in equilibrio fino a Bormio.

Una madre lascia la figlia da sola, «ma non per andare a divertirsi, per necessità» le aveva detto. La figlia ha sedici anni, la madre torna due weekend al mese. La madre ha paura di trovarla sdraiata su un monte di vestiti sporchi, magari con un paio di lettere di richiamo dalla scuola per le ripetute assenze ingiustificate. E invece niente disordine, niente assenze; al loro posto solo abiti piegati nei cassetti e ogni mattina a scuola, ogni pomeriggio all’allenamento. Cinque giorni a settimana. La madre vede che la vita prosegue e lascia solo che succeda.

Chris è felice quando Nadia va a prendere lei e Claudia a scuola, ma le piace anche quando lei e Claudia tornano a casa a piedi e si fermano al supermercato a comprare le patatine e l’ananas a fette. Se restano abbastanza soldi Claudia ci mette su un pacchetto di Camel Light da dieci, che poi fuma da Chris.

Uno si immagina che una ragazza di neppure sedici anni abbia un bisogno costante dei genitori per sopravvivere. Non è così, bastano patatine e ananas per sopravvivere. Le patatine sono anche per Claudia, le mangiano di nascosto da Nadia. L’ananas è solo per lei, lo mangia a colazione, è l’unico cibo che riesce a buttare giù nella fretta di correre a scuola.

Uno si immagina che una ragazza di sedici anni abbia bisogno almeno di una madre per sopravvivere. Ma poi si può anche scoprire che non è così. Lei ha Nadia, ha Claudia, e la pallacanestro. Non ha mai bevuto alcol, non ha mai provato nessuna droga né si è messa in situazioni pericolose con i ragazzi. L’ha fatto per la pallacanestro.

Uno allora potrebbe dire che una ragazza di sedici anni non ha bisogno di una madre per sopravvivere. Uno allora potrebbe chiedersi di cosa ha bisogno una ragazza di sedici anni per sopravvivere. Di un punto fisso, forse, di un obiettivo. E il suo è sempre stato semplicemente un cerchio di metallo arancione, una retina sfilacciata. Ecco, il canestro, il suo sogno: è stato il canestro che l’ha fatta andare avanti.

Un racconto di Giorgia Bernardini

Illustrazione di Melissa Brusati

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