Incroci

Da casa alla Stazione a piedi, e poi il bus fino alle Sughere. Adem esce ogni mattina, arriva fino al parcheggio del carcere, si siede e aspetta. Aspetta che il Biondo esca. A volte il Biondo non c’è, non è in turno, e lui i turni che fanno le guardie non li ha ancora capiti. In ogni caso Adem resta là, a osservare. Poi, quando si fa sera, prende l’ultimo bus e torna indietro. Dalle Sughere alla Stazione, di nuovo, e poi fino a casa, a piedi. Va avanti così, mentre il tempo cambia e scorrono le stagioni, fin dal giorno in cui ha trovato l’amico. Le gambe scomposte, una scarpa sfuggita. I pantaloni sollevati quasi al ginocchio, in una brutta piega. E poi i calzini, i calzini rossi. Uno più chiaro, uno più scuro, come se avessero subito lavaggi diversi. I calzini di Jerry.

Eccolo, Jerry, adesso. Sotto casa sua, che lo aspetta. «Mi cercavi» gli dice guardandolo fisso negli occhi. Adem apre e chiude le palpebre, un paio di volte. Jerry è ancora là. «Sei passato ai giardini della Stazione».

Adem annuisce, e con la mano destra cerca il tabacco in tasca. «Ero passato, sì. Per sapere come stavi» dice, chino a girarsi una sigaretta. «Te ne faccio una?», ma l’altro fa cenno di no.

«Lo sai che devi smettere».

«Non fumo poi così tanto» dice Adem, le mani a coppa ad accendere.

«Devi smettere di cercarmi».

«Sono troppi anni che fumo. Non ci riesco» dice Adem, la prima boccata piena, quasi a trattenere il fiato. «Andiamo alla panchina» dice ancora, e fa il gesto di allungare il braccio verso il gomito di Jerry, come a guidarlo, ma si ritrae subito e infila la mano in tasca. A qualche decina di metri c’è un piccolo spiazzo, proprio sotto al Monumento ai caduti. Adem non lo guarda mai. Solo quando è arrivato, uno dei primi giorni, ha alzato la testa a leggerne i nomi, e poi basta. Non riesce ad abbandonare il pensiero che dietro ai nomi ricordati ce ne siano altrettanti dimenticati. Tutto gli si è fatto relativo, dentro come attorno. Sulla piazza due panchine, e accanto alla lapide di marmo una grossa corona di alloro, sostenuta da due lunghe canne di bambù, tutto attorno avvolta una fascia verde bianca e rossa. Per i morti della nostra Resistenza, c’è scritto sulla fascia.

Adem si siede, le spalle alla lapide. Non c’è per niente freddo stasera, la città offre questo clima mite. Jerry distende le gambe davanti a sé, come a sgranchirsi, poi le accavalla, sembra rilassarsi, e anche Adem allora si rilassa. A quest’ora la faticosa luce di aprile finalmente ha lasciato il posto alla notte. Una luce fredda, senza cura, che brucia le pupille e penetra direttamente nel cervello. Aprile è fatto per impazzire. Da quando è qua, a parte il primo anno in cui ha goduto del clima più temperato, rimpiange ogni giorno il freddo della sua terra, i campi cristallizzati dalla brina, la nebbia umida e porosa di Mitrovica sul ponte sull’Ibar. A Jerry invece piaceva il caldo, lui viveva all’aperto. Per lui il caldo era importante, pensa Adem, ma subito si rimette dritto, a governare i pensieri.

«Cosa volevi dirmi?»

«Niente, sapere come stai» risponde Adem. Non era sempre freddo a Mitrovica. D’estate le sponde dell’Ibar si riempivano di gente. Ragazzi e ragazze a passeggiare, ragazzini a fare il bagno.

«Sto come al solito» dice Jerry, e Adem capisce, dal modo in cui incrocia le braccia, che è scocciato con lui.

«Che leggi?» dice allora, per cercare di addolcirlo. Indica la tasca della giacca, dalla quale spunta un libro. Di giorno Jerry passava il tempo sotto ai portici del centro, alla bancarella dei libri usati del Napoletano.

«La metamorfosi» risponde tirando fuori il libro dalla tasca.

Il Napoletano ha tutto un movimento attorno. Il ragioniere, la signora Maria, Carlone. Arrivano la mattina presto, appena la bancarella apre, portandosi spesso una sedia da casa, e passano la giornata là, con lui. Figure tragicomiche che il proprietario della bancarella muove come marionette, manovrando con grazia. Una parola, una battuta, un mezzo sorriso. Ad Adem non piace, e la bancarella non la frequenta mai. Ma del resto a lui non piace neanche leggere.

«Questo si chiama l’Urlo» aggiunge indicando la copertina.

«Di Munch, lo so» annuisce Adem. L’arte è l’unica cosa che conosce bene. «È bello?»

Jerry invece aveva sempre bisogno di leggere, necessitava di leggere come di bere, forse di più. Per questo stava attorno a quell’uomo ambiguo, e Adem sospetta che si concedesse, a volte, alle sue lunghe dita affusolate, ai richiami sbilenchi del suo sorriso mobile. Eppure non aveva fatto nulla per salvarlo.

«Tradotto male» risponde Jerry laconico. «Lo avevo già letto a casa mia, lo scrittore era del mio paese».

Jerry diceva di essere di Praga, era fatto così. Era un suo vezzo, e Adem stasera non si sente di contraddirlo. Ha paura che svanisca. Tutto svanisce, sempre troppo in fretta, prima che si possa fare qualcosa. Porre rimedio. Adem non ama il Napoletano, ma il Napoletano è stato accorto, non ha indugiato, ed è anche grazie a lui che Jerry se la cavava, che a volte lo ospitava, gli faceva fare un bagno, lo lasciava a dormire fino alla mattina tardi anche quando lui andava ad aprire la sua bancarella. A questo pensa Adem, ma non dice nulla. Ha paura che Jerry vada via in un soffio, così come è arrivato. Non è mai lui a decidere quando Jerry deve arrivare, anzi. A volte gli sembra che appaia solo quando è distratto, come se affiorasse da una fessura recondita dei suoi pensieri. I pensieri di quello che poteva essere, la consapevolezza di quello che non è stato. Adem chiude gli occhi adesso, e li riapre, come se dentro a un battito potesse trasformare la realtà. Non aveva mai fatto nulla per salvarlo.

Il rumore di una frenata lo scuote, e l’uomo si raddrizza, spaventato. Uno scooter si ferma a pochi metri, dall’altra parte della strada, davanti alla saracinesca del bar. Sono due ragazzi. Lei scende, lui rimane seduto sulla sella. Cominciano a baciarsi, lui con le gambe aperte ad accogliere lei, i loro volti inclinati l’uno verso l’altro, in un incastro perfetto. Producono un piccolo movimento aggraziato e ipnotico, e Adem distoglie lo sguardo, mentre i due si staccano dallo scooter come nuotatori dal trampolino e vengono verso la piazzetta, si siedono sulla panchina di fronte a lui. Indifferenti alla sua presenza ricominciano a baciarsi, mentre Adem sente le pupille bruciare, come se il sole di aprile non avesse ancora dato tregua, nonostante la sera.

Per i due ragazzi non esiste nessun altro. Sono soli, e nella piazzetta non c’è nessuno. Non c’è lui, non c’è Jerry. Al pensiero di Jerry Adem si scuote. Allunga lo sguardo fino ai pantaloni del ragazzo, fino a intravedere i suoi calzini. Rossi, ma di un rosso diverso uno dall’altro.

«È difficile trovare libri nella tua lingua?» dice a voce bassa, quasi sussurrando. «Puoi usare la mia tessera… Vai in biblioteca con i miei documenti… Se vuoi posso provare a vedere…»

«Lascia stare» risponde Jerry secco, e poi si volta a guardarlo. «Lascia stare questo, e anche tutto il resto» ripete e mentre parla si alza di scatto, si ficca il libro in tasca e si avvia verso il mare.

«Dove vai?» chiede Adem, alzando un braccio verso di lui, a fermarlo. Vorrebbe urlare, ma ci sono i due ragazzi davanti a lui, potrebbero voltarsi. Potrebbero prenderlo per matto. «Dove vai?» ripete allora con un suono sgraziato e goffo del quale si duole, mentre muove il braccio come a dire: torna qua, forza. È una preghiera la sua, è una supplica, e Adem si maledice per tutti gli anni di agnosia trascorsi, per tutte le occasioni perse per pregare, per imparare a pregare.

«Dove vado sempre» risponde Jerry senza voltarsi, ma poi invece si volta, torna indietro, verso di lui. Dove vai sempre?, vorrebbe domandargli Adem, ma poi non riesce. Per lui Jerry è solo in un unico posto, oramai. Alle Terme, riverso a terra, le gambe che si intravedono fra l’erba cresciuta alta. Aveva piovuto tanto in quei giorni. Le gambe, l’orlo dei pantaloni sollevato sulla sua carne chiara, e i calzini rossi sotto, una scarpa sfilata. Gli compare di notte, all’improvviso, tirandolo su dal letto come un pesce all’amo, quell’orlo, e così ora lo cerca, nel movimento morbido dell’amico, che si lascia scivolare sulla panchina, di nuovo.

La ragazza ora lo fissa. Si è staccata dal ragazzo, ma solo nella parte superiore, come un’idra a due teste. Le gambe di lei sulle gambe di lui, a cingerlo, e le braccia attorno, a sorreggersi. Sono entrambi vestiti di nero, pantaloni, scarpe da skate e felpe con il cappuccio, sono così scuri che è difficile scorgere dove inizi uno e finisca l’altra. Deve essere questo l’amore, pensa Adem, doveva essere questo l’amore, e per un attimo gli passano davanti i capelli castani e lucidi di Erini il giorno del loro diploma, mentre gli occhi gli si riempiono di lacrime.

Jerry accanto guarda fisso davanti a sé. «Senti. Smettila di cercarlo» dice, le braccia poggiate sulle gambe, in una posa come di cartone. Adesso sembra lui quello anziano, lui quello che ha superato da un pezzo i cinquanta, «Io li conosco quelli come te. Volete fare, aiutare, sistemare. Ma poi le cose peggiorano. E tu lo sai. Ti è già successo». Adem ha un brivido, abbassa gli occhi, e le spalle, e con loro le braccia, e si sente come sciogliere, come se le ossa gli sfuggissero dalla punta delle dita. «Ma poi finisce sempre che le cose peggiorano» ripete Jerry. «Lo so cosa hai in testa, e ti dico smettila. Smettila di andare là ogni mattina. E quando lo trovi? Cosa gli vuoi dire? Cosa gli vuoi fare? Tanto non cambia niente» dice, e si alza di nuovo, svelto, correndo quasi verso il mare, mentre Adem lo guarda in silenzio. La camminata sbilenca, i pantaloni dall’orlo incerto a scoprire le calze dal colore diseguale. Entrambe rosse, ma una più chiara, una più scura. Adem distoglie lo sguardo, una fitta lo attraversa. Una più chiara e una più scura. Così riconoscibili. Come alle Terme, il giorno in cui l’ha ritrovato.

Anche i due ragazzi si alzano, al bagliore del lampione la ragazza si sfila il cappuccio e libera lunghi capelli, gli occhi le brillano chiari. «Andiamo» dice scocciata al ragazzo che non si decide, e Adem coglie il riflesso metallico del piercing sulla lingua. Lei lo guarda di un lungo sguardo interrogativo, e poi i due si allontanano per mano, imboccando la via di casa sua. Anche lui deve tornare a casa, è tardi, e così si alza per seguirli, ma di nuovo si ferma, si poggia al muro. Io le conosco le persone come te, ha detto Jerry, e Adem si sente confuso, come ubriaco. Ci vediamo ancora, avrebbe dovuto dirgli. Ci penso io al Biondo, avrebbe dovuto dirgli. È solo questione di tempo. Ma Jerry è già lontano, Jerry è andato via, e lui rimane là, solo, sotto la lapide dei caduti.

Da casa alla Stazione a piedi, e poi il bus fino alle Sughere, e ritorno. Solo questo sa fare.

Un racconto di Veronica Galletta

Illustrazione di Nora

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