Rabdomiolisi da sforzo

Non è iniziato quando sono crollata a terra in palestra. C’era già qualcosa prima di cadere da quella bicicletta, a metà della mia prima lezione di spinning. Avevo gli stessi pantaloni che indosso per fare yoga, stretti sulle cosce. Mentre continuavo ad aumentare l’intensità della pedalata oltre il limite la frequenza cardiaca era impazzita. Con la tachicardia i pensieri si erano azzuffati come brutti ceffi ed erano fuoriusciti tutti insieme di corsa per prendermi a bastonate; c’era la mia insegnante di yoga, l’avvocato, l’infermiere. Ho percepito un malessere produrre una spirale, gli occhi si sono incrociati e mi ci sono abbandonata. Ho preferito lasciarmi andare piuttosto che resistere.

L’odore solforoso della plastica arsa dalle fatiche. Le lucette strobo, la musica da discoteca a volume altissimo e i muri senza finestre. Agghiacciante: non si erano accorti che le gambe mi avevano ceduto del tutto. Nessuno si era avvicinato, nessuno mi aveva sfiorato. Implacabili nel percorso avevano continuato la loro sessione stringendo più forte i manubri e lasciandomi riversa al centro della stanza. Mi sono rialzata dopo che il buio e le ombre si erano dileguate, con il ritorno della luce nella sala.

La palestra è un brutto posto. Mi sveglio con le gambe dure, di marmo. Gli arti inferiori carichi di umori. La spinta accelerata sui pedali, quella foga di ieri, mi impedisce di camminare bene. È normale, dicono, li chiamano dolori post allenamento. Intorno a dove fa male si sono riversati i lividi, le cosce sono costellate di galassie violacee e bruciori.

Sedermi, piegarmi per poggiarmi sulla sedia è un’impresa. Mentre il tè si raffredda guardo dalla finestra la chiesa di fronte chiazzata di muschio e liquami di uccelli, una pietra corrosa che sta cedendo al continuo serrarsi del portone massiccio che il prete chiude con forza tutti i giorni. Certe mattine sembra di sentire un biscotto che si sbriciola nella tazza di latte di Asia. A ogni colpo casca un pezzetto del cornicione.

Oggi mia figlia sta dal padre. Mi chiama. Una vocina scalfita dalle interferenze, una comunicazione a singhiozzi. Sento poche parole ripetute a memoria per far rimbombare i riverberi delle richieste del padre. È lui che ha preso il telefono, fatto il mio numero, messo il vivavoce. Mi immagino lei come il pupazzo di un ventriloquo, lui che le poggia la mano aperta sulla curva della schiena, una leggera pressione sul tessuto della camicetta e lei attacca a parlare. Ho visto quelle impronte sull’epidermide liscia e molle come burro. Ho sentito lui che le dice: «Dille che non torni».

Il telefono non prende bene, sento un fastidioso gracchiare e cade la linea. Poi arriva un vocale: «Mamma, non venire a prendermi». Sullo sfondo sento il fragore della sega circolare dentro il capannone della falegnameria, mi sembra quasi di annusare l’odore dei trucioli di cedro, l’impregnante che gli incattivisce l’alito con cui cospira dietro l’orecchio minuto di lei. La severità è figlia del demonio, un burattino di legno scolpito a colpi di accetta e appiccicoso di resina. Tan, tan.

Riascolto il messaggio nove volte. Non è sua quella parola, è un serpente che sibila arrotolato sulla sua testa, spire sotto la frangetta tagliata nettamente con un rasoio, un taglio da maestro sulla faccia di mela.

Ripeto la scena classica di quando mi sale l’angoscia: mi convinco che questo stato di agitazione sia dovuto alla tiroide e mi tasto la gola per vedere se si è ingrossata tanto, se ho il gozzo sporgente del cretinismo, tipico delle donne di Caravaggio. Spengo il cellulare, mi serve un attimo di calma. Se lui mi cerca io non rispondo, ogni cosa coincide. Stop.

Ma è quasi come se si addensasse una nube nera sul display, tipo quelle che si stanziano sulle colline pronte a rovesciare l’ira di dio. Come l’esagramma dell’I Ching numero 51: L’eccitante, sopra e sotto il tuono:
Tuono continuato: l’immagine dello scuotimento.
Così il nobile temendo e tremando mette ordine nella sua vita

Ed esplora se stesso.

Il giorno in cui ho stretto la mano dell’avvocata in una morsa di speranza, impugnando la situazione, sono caduta. Lo stesso giorno. Nella stanza delle bici, io fiera della mia stretta vigorosa, l’istruttrice con i capelli cortissimi e le sopracciglia tatuate urlava: «È il momento di raggiungere la vetta, di toccare la tua stella». Nelle tenebre cangianti una voce saliva dai piedi alla testa. Sguinzagliata dalle casse e diretta proprio contro di me, inerme e sbilenca. Le avevo sentite le gambe che si volevano arrendere mentre affondavo sui pedali e le avevo punite, non era quello il momento di abbassare la guardia. Festeggiavo le parole dell’avvocata: «Ti vedo bella convinta». Bella convinta. Da ripetere come i mantra del mattino. Ma poi il mancamento, il fragore, i bassi, le grida, sincopate. Un gong, sdeng, la percussione del corpo sul linoleum mentre gli altri ancora saltavano su e giù dai sellini. Al centro della fronte ha attivato un punto preciso, una congiunzione. Da lì – c’è una spaccatura impercettibile che assorbe le forze sfavorevoli – è guizzata via veloce una colata di nero a velarmi gli occhi, poi si è aggiunto un altro colore: un rosso intenso. Non vedevo oltre. Entrambi giravano in modo repentino. Uno dentro l’altro fino a perdersi nella spirale: si era aperta quando ho pensato di crepare al termine della fase espulsiva nel blu della sala travaglio; appare quelle volte in cui la casa è vuota e mi rapisce il sonno. Un caldo mulinello di dimenticanza. In palestra mi ha strappato di colpo da un eccesso di zelo.

Andrò a prenderla io a scuola. A costo di sfidare la risacca dell’acido lattico e l’ordine stabilito. Lavoro al computer scandendo le ore con lo stesso timer che uso per contare i minuti di meditazione all’alba. Ogni venticinque minuti mi impongo piccole pause di cinque minuti e ogni due ore un riposo di mezzora.

Durante le pause più lunghe mi distendo nella posizione del cadavere sulla pelle di pecora al centro del salone, con molti sospiri, con le gambe poggiate su cuscini morbidi. Mi addormento in modo ciclico e discontinuo spaventata dai microrisvegli fulminei, scossette di dolore su tutti i nervi dalla vita in giù. Sogno e veglia, una lotta con i diavoli, recito ventuno volte Om Mani Padme Hum mentalmente. Distendo la nuca e le tensioni al collo si sciolgono, i globi oculari sprofondano nel cranio. Nella nebbia lattiginosa della stanchezza compaiono immagini tenui come bisbigli, intimidazioni, ricordi. La cucina di mia nonna: i nervetti di maiale spaccati sul tagliere alle cinque del mattino, la forchettina che affonda nel cervello tenero e fumante di un capretto. Altre immagini sono circuiti elettrici, mandala fosforescenti. Mi alzo e mi preparo per le quattro e venti: l’uscita da scuola. Scendo le scalette di casa a denti stretti e dolorante, curvando le spalle. Mi dico: «Devi prenderti cura di te come se fossi una persona bisognosa».

Ha provato a chiamare, me lo sento. Una vibrazione di insistenza dentro di me. Dice: «Non venire fuori da scuola. Lei sta con me. Non venire a prenderla». Lo capto come se avessi delle antennine. Di mia figlia non sento la voce. Spegnere il cellulare è stato come praticarmi un’appendicectomia da sola. Come quella storia di Rogozov, il medico della spedizione antartica sovietica del 1961. In mezzo ai ghiacci e alle tempeste che ululavano come sciacalli si accorse di versare in cattive condizioni. Aiutato da un meccanico che reggeva uno specchio – guardando poco e male alle sue interiora riflesse al contrario – si praticò da solo l’operazione; mezzo sdraiato, con sangue copioso tra le dita e lesioni di straforo all’intestino cieco da ricucire prontamente.

Sono salva, zac: ho tagliato un po’ in profondità un piccolo cancro – lui che mi butta giù dal furgone rosso parcheggiato sotto casa dopo avermi offerto un gelato – non c’è più nulla. Solo silenzio: un arto artificiale infiammato.

Al momento non sono raggiungibile. Mi preoccupano i tessuti muscolari gonfi, che sento lacerati, la testa piena di strappi da cui minaccia di uscire il capogiro latente, pronto a balzarmi addosso per trafiggermi le tempie e incidere rughe più dense. Una punizione spinosa. Su questo cielo ottanio di provincia l’entità Padre Di Mia Figlia aleggia alla ricerca di un contatto con me per avvertirmi di stare lontano. Lo chiamo sempre così, colui che ha innestato il seme. Lancia fulmini con la forza del pensiero.

Si materializzerà da qualche parte sulla via che porta all’istituto, con quei capelli di miele che a volte si accendono se batte il sole. Sicuramente stamattina la bimba l’ha visto sorgere dal letto tossendo il rigurgito d’astio nello stomaco e pulviscolo di legno. Poi sono andati verso scuola con il furgone e l’ha lasciata a circa ottocento metri di distanza dal cancello. Vai da sola nel mondo, camminare ti fa bene, avrai stinchi forti. Tornerò a prenderti, non verrà nessun altro all’infuori di me.

Si potrebbe nascondere come un lupo dietro i cespugli di malva in attesa della mia venuta.

Lungo i vicoli del borgo le case sono attaccate una all’altra, hanno balconi minuti e scheletrici, tettoie di un bel legno tinto che sembra non appassire mai come i pomodori d’appicco rossi da morire anche in gennaio. I panni sono stesi, c’è vita, raccolta dentro casa e poi esposta sulle corde in faccia al vento, tra i leggings slabbrati.

A volte, tra una casa e l’altra, nella stradina che scende verso la scuola si intravede la vallata che gorgheggia quel verde lievitato dai liquidi delle falde. Le macchine che entrano in paese stratificano sull’asfalto il fango dei cammini di campagna, ributtano dalle ruote materia ormai priva di vita e schiacciano quella che rimane; un topo finisce sotto mentre sfrecciano nelle curve a gomito. Il borgo si trova tra splendide colline, siamo strozzati dalle mura storiche oltre le quali passa solo la tramontana e versi straziati dai camion della provinciale più a valle: asini che ragliano.

Negli ultimi duecento metri in salita la flessione dei muscoli mi rammenta le contrazioni del travaglio. «Lo spinning non è sport ma è magia». Le grida forsennate dell’istruttrice, come la voce incalzante dell’ostetrica: «Spingi, dai. Immagina di portare un pianoforte a coda sulla schiena fin sopra la vetta di una montagna». Un esercizio di perseveranza: i tessuti connettivi che si sfrangono e il sangue del mio sangue scisso, lontano da me.

Le gambe sono fragili colonne, crepate, ma ancora reggono; cerco di mandare via tutti questi pensieri, sono a un passo dalla vetta. Vedo la bandiera issata sopra il portone della scuola. «Devi prenderti cura di te come fossi una persona bisognosa», lo dichiaro dentro di me. «Ti prego, fai che non ci sia». Quante volte lo devo ancora ripetere? È l’esagramma n. 47, L’Assillo, sopra il lago, sotto l’acqua:

Nel lago non vi è acqua: l’immagine dell’esaurimento.

Così il nobile mette in gioco la sua vita

Per seguire la propria volontà

Le mamme, i nonni con le facce da tartarughe, i fratelli e le sorelle piccoli e vocianti come ranocchie, sono tutti in attesa. Lui non c’è, amen. Tanto rumore per nulla. Suona la campana, quel trillare rilascia fuori dal cortile uno stormo di bambini, una convulsione di grembiuli tirati in aria che lasciano piovere dalle tasche schegge di pastelli temperati. La piccola Asia è lì, che mi cerca con lo sguardo. E io mi godo la scena del suo indagare con gli occhi e poi il brillio dei miei diventa l’orrore che mi rosicchia dentro rapidissimo, a morsetti scaltri mi dilania il fegato. Tlin, sbatte le palpebre e mi corre incontro. Correre incontro è quello che vorrei replicare, ma zac, la sua testolina con capelli cortissimi, una rasatura simile a quella di un monaco. Spicca come un fungo bianco dal terriccio. Zac, mi sembra che si sospenda il fluttuare dei pollini e che gli uccelli in volo abbiano ali sforbicianti che mutilano il cielo. Avanza velocemente. La testa: una perla lanciata in mezzo alla ghiaia. Mi guardo intorno. Mi sento pesante: un trattore che si porta appresso i cingoli durante la fresatura. Non posso prendere nessuna rincorsa, lento e profondo è il mio passo. Mi raggiunge e mi abbraccia i fianchi.

 «Ciao mamma». Preme la fronte sul mio sterno, come se volesse nascondersi dietro, sfondandolo con una testata. La bacio dove prima portava la scriminatura della riga in mezzo, dove un tempo pulsava la fontanella ancora aperta. Le annuso il cuoio capelluto; ora punge con capelli da porcospino sparati verso l’alto. Sa di quell’odore di trementina che purifica gli armadi vecchi, tipico degli ambienti da arieggiare, dei cassetti disfatti.

«Papà mi ha tagliato i capelli perché avevo i pidocchi». Non è una bella cosa, per niente. I parassiti è risaputo che si annidano dove le aure si sforacchiano e lasciano passare le cattive intenzioni della gente, gli sguardi malevoli passano dai buchi, entrano e succhiano anche i nutrienti nell’intestino. Ma lei lo dice contenta, quel taglio le sta bene.

«La Mamma cammina male oggi, andiamo piano pianino». Quest’usanza di raccontarmi da un punto di vista esterno ci rassicura e ci rende complici. Siamo vegliate dalla protezione di uno Spirito Di Madre aggiuntivo. Mi volto più volte verso di lei, ci osserviamo i cambiamenti avvenuti nei pochi giorni di distanza, incliniamo la testa da un lato e dall’altro come giocando con le immagini ologrammatiche delle figurine, facciamo sorrisi smorfiosi. Il suo viso è fragile, ricorda un pacco di farina dalla carta sottile, di quelli che se ti cadono dalle mani si sperdono sul pavimento per sempre. «Alla Mamma dispiace per la tua testolina». Ora anche la gola prova pena, stringe un nido di rancore.

Lei dice: «Non importa, lo sai che ricrescono? Ma che cosa ti è successo?». Immagino di risvegliarmi domani con ossa di vetro. «Niente di grave, la Mamma è andata in palestra, ha pedalato tanto e adesso le gambe le fanno male». La parola mamma fa un suono strano, tipo botte sulle natiche.

Dietro di noi chiudono il cancello con un clangore stridente che dice «anche oggi è finita, dai». Dovrebbe essere così, un suono netto e distinguibile che sancisce determinati momenti: fran mentre si piegano le canne per gli steccati, trac allo spezzarsi dello stinco di un cavallo, spem quando l’allenamento in palestra si fa troppo. Dovrebbe amplificarsi da un altoparlante nel cielo. Quello che nel giorno del giudizio chiamerà a sfidarsi tutte le anime, dai topi schiacciati, alle ragazzine cesarizzate, agli appassionati di fitness con le orecchie scoppiate dalle casse stereo.

Se ne sono andati tutti. Sono rimaste solo le presenze dei segni. Il piazzale vuoto è un cimitero di foglie morte che sembrano albicocche secche, avverto che la testa spoglia di Asia è un melograno pronto a spaccarsi in semi di pianto e le mie gambe ormai sono ciocchi di legno. Il poco sangue sano si inabissa in un gorgo nei reni, lo sento sobbollire nel ventre. I reni centro dell’energia vitale. Quella poca che mi rimane la uso per arrivare a una panchina sotto un tiglio prosciugato dal freddo. Non posso più muovermi, recisa dalle radici alle punte.

Mi siedo a forza controllando l’attrito delle giunture. Prevedo il crollo, sta arrivando il vortice. È con la pressione di questo impulso che accendo il cellulare e chiamo in fretta qualcuno che mi venga a prendere. Le pareti delle case stanno perdendo colore, anche le guance ciliegia di mia figlia, le punte delle dita, sbiadite da un fiuuuu, uno stridio che si srotola nelle orecchie e si dirama in una vertigine. Si stanno dissolvendo le terrazze e i marciapiedi, raffreddando i vapori dei comignoli.

Asia si sta sedendo accanto a me, ignara. I suoi contorni di spalle solide sfumano in bordi erosi da una fiamma violetta come in una fotografia bruciata. Tutto sta accadendo con un ritmo dilatato, stanno prendendo queste sedici e quarantacinque esatte e le stanno stirando per allargargli i bordi e farci entrare dentro molte più cose. Accendo il cellulare, si fa subito tiepido, sembra un cuore di bue umido, suda tra le mani, premo chiamata di emergenza sullo schermo e compongo il 118. Mi risponde un uomo, a cui parlo meccanicamente tentando di sovrastare lo stantuffo del cuore. Riesco a dire di filato: «Sto male, mi serve aiuto. Sforzo intenso, dolore in costante aumento, cuore accelerato, capogiro, assenza di movimento, agitazione, ecchimosi, nausea, piazza San Giovanni, crash». Si chiude la conversazione e tu tu tu. Mentre lotto contro i sintomi della confusione provo a sorridere ad Asia, ma sono ancora in grado di rendermi conto che ho le sembianze di una maschera di Bacco senza la grazia dei pampini.

«Chi viene a prenderci, mamma?». «Stanno arrivando dei signori. Non ti preoccupare, tu stai tranquilla che la Mamma ora si riprende». E mentre chiudo gli occhi con le palpebre di granito, il rovistare della punta delle scarpe di Asia sull’asfalto lo sento pacato come un ruscello, ma più lungo cento volte, i suoni mi si mescolano dentro come nel cuocere di un calderone. Cerco di ricordare il mantra di protezione, ma non sono convinta sia quello giusto.

Si alza un vento che sbatacchia gli alberi, penetra il ventre delle campane e le fa suonare. Un riverbero metallico. La sirena in lontananza è un urlo che arriva dai canaloni giù in pianura, aumenta gradualmente poi scoppia. E sento gong, una portiera che si apre. Gong nell’identico modo di quando sono caduta dalla bicicletta sul pavimento della palestra. Sento mani che si ficcano sotto le ascelle e mi sollevano. Mi sfiorano questa volta; non mi hanno lasciato sola questa volta. Non apro neppure gli occhi, vi lascio fare, mi lascio andare. Tante voci in cerchio. Sono venute in pace. Mi hanno messo sdraiata. Sono dentro un posticino stretto, ci stiamo spostando, non sto cadendo. Mi hanno trovato, riesco a riconoscerli tutti a occhi chiusi: l’insegnante di yoga, il commercialista, la psicoterapeuta, l’infermiere. Fanno domande mentre mi trasportano e ballano assecondando le buche sull’asfalto. Mi chiedono di provare a piegare le gambe. Il vociare non mi fa capire niente, una musica assordante, Asia sta cinguettando indistintamente.

Adesso li apro gli occhi e non riconosco nessuno, solo la bambina con la testa spelacchiata e le lacrimucce di cristallo sugli zigomi. Mi sopraggiungono i brividi come quel giorno d’inverno. Ricordo il momento in cui l’uomo che ha generato mia figlia è entrato dentro di me con il suo pene gelido. Ha schizzato un seme di ghiaccio che non si è mai sciolto. Mi sembra di sentire anche l’avvocata che mi chiede la firma. Sussurra il mio nome. Un martelletto in fondo alla testa e un acido focoso che corrode i lombi, un bip, bip, bip nei timpani. Rabdomiolisi da sforzo. Da uno spicchio di vetro vedo i fianchi delle curve della provinciale oltre le colline, ci sfreccia accanto una scia di carrozzeria rosso sangue che mi punge lo sguardo come una coda di Lucifero. Cerco ancora di ricordare le parole del mio mantra, prima di cadere nella spirale e abbandonarmi. È nitida solo la voce di quell’allenatrice indemoniata che urla: «Questo è l’allenamento per chi non muore mai». Preferirei morire piuttosto che combattere.

«Signora, lei ha bisogno di cure». Me lo dicono tutti insieme, le voci sono calme, cristalli di neve. 

Un racconto di Elisa Cappai

Illustrazione di Gianmarco De Chiara

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