Storie al crepuscolo

Sto scrivendo un libro che si intitolerà Storie al crepuscolo: vite di fantasmi tudoriani. L’epigrafe sarà una frase di Amleto: Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia.

Il mio responsabile all’università, il mio agente, l’editore – sono tutti entusiasti.

Mi sposto da un capo all’altro dell’Inghilterra e mi presento con il mio portatile e i miei quaderni fitti d’appunti ai padroni di casa, vecchi lord e baronetti orgogliosi e pieni di nostalgia verso i loro antenati.

Quando arrivo, i vecchi eredi mi conducono nella biblioteca della casa; attraversiamo gallerie polverose, i nostri passi fanno scricchiolare le assi del pavimento, una luce soffice entra dalle finestre dai vetri colorati. Alle pareti sono appesi i ritratti degli antenati, i loro occhi slavati mi seguono.

Tra gli scaffali trovo pile di documenti e diari e lettere, carte fragili che maneggio con i guanti, righe di inchiostro pallido che devo inclinare alla luce.

Tendo l’orecchio: spesso sento fruscii, voci, rumori incongrui; un brivido di eccitazione mi scorre sulla schiena.

Quando mi chiedono perché parli di fantasmi?, rispondo che anche io sono cresciuta in un maniero infestato: a Beechfield House, nel Kent.

Il fantasma che infesta questa casa si chiama lady Ellen Bassett, poi Ellen Poyntz. So che nacque il 19 maggio 1536, il giorno in cui Anna Bolena moriva nella Torre di Londra. So che sposò un gentiluomo che si chiamava Henry Poyntz, e che aveva una sorella maggiore che si chiamava Margery Bassett. So che Maria Tudor condannò a morte sia Henry Poynzt che Margery – decapitati, in virtù del loro rango, anziché squartati. So che Ellen sopravvisse. Diventò dama di compagnia di Elisabetta I e morì senza risposarsi e senza avere figli.

Da quasi cinque secoli gli abitanti di Beechfield House la chiamano Mosca.

«È una cosa così piccola e sottile» raccontiamo agli ospiti «così leggera e di così poco disturbo.»

Non fa altro che rovesciare piatti, sbattere porte, passeggiare da sola nell’ala più antica del palazzo.

Il suo ritratto dà un senso di umiltà – Ellen è seduta di tre quarti ed è in lutto; il tempo ha mescolato il nero del vestito e dello sfondo, ed ora il suo volto sembra la Luna in un cielo notturno; tiene le mani in grembo, con le dita della destra tocca la vera nuziale che porta all’anulare sinistro; due ciocche rosse sbucano dalla cuffia rotonda; gli occhi verde-acqua guardano in avanti, ma tutto il viso sembra rinchiuso in sé stesso, concentrato su qualcosa dentro di sé.

Ogni giorno sentivo l’urgenza di osservarlo. Rimanevo immobile per ore, le mani intrecciate dietro la schiena, la testa rovesciata indietro, finché la vista non mi si annebbiava, le ginocchia diventavano rigide come rami. A volte sentivo un libro che cadeva in biblioteca, una porta che sbatteva nelle viscere antiche della casa.

Vieni fuori, Ellen, imploravo. Mi ero convinta di essere la sua vera erede; stendevo i capelli alla luce del sole per svelarne i riflessi rossastri, a letto rimanevo sveglia e la chiamavo. Mi dicevo che non avrei avuto paura, ma dopo un po’ mi ritrovavo a battere i denti, un velo di sudore freddo sul collo.

Gli spettri delle vecchie dimore sono ciechi.

Sono incantati, cristallizzati in un solo momento; anche se gridano e corrono e si strappano i capelli, loro non ci vedono.

A volte ci sfiorano con una manica ingioiellata, con la carne soda di una spalla, e scompaiono ululando. A volte prendono forma nel pulviscolo dorato che danza in un abbaino. A volte non sono che una sagoma baluginante contro la finestra.

Hanno tutti un odore di fungaia o polvere o vento freddo, ma le più belle, dame dal lucore di perla, profumano a volte di fiori essiccati.

Le persone che leggono le bozze del mio libro mi fanno i complimenti. «Sembra di essere lì con loro, è come se fossero vivi.»

Sono tornata a Beechfield.

Voglio che Ellen Bassett sia la protagonista del primo capitolo. È un tributo verso la mia casa, la mia famiglia, me stessa. Sfoglio i documenti della biblioteca e scopro che in passato il fantasma veniva avvistato in un solo luogo – la sua camera da letto – e in un solo momento – al crepuscolo.

Ecco perché non l’abbiamo mai vista penso. E poi: Appare al crepuscolo. È ironico.

Spingo indietro la sedia, ed esco.

L’edificio di epoca Tudor, il nucleo originario della casa, oggi è un’ala discosta, scura, abbandonata. Apro la porta, ascolto il fischio del vento attraverso i vecchi infissi.

Cammino sfiorando i pannelli di legno lungo le pareti. Il cuore mi batte forte quando sento l’odore del passato, quando penso che sto toccando il corrimano su cui Ellen Bassett posava le mani.

Salgo al secondo piano: qui era la stanza da letto di Ellen ed Henry Poyntz. Abbasso la maniglia, apro la porta.

La camera è rivolta a nord; davanti a me, una grande finestra si affaccia sul prato umido e verdissimo e sul muro di confine.

Non ho mai avuto paura degli spettri, ma ora ho la pelle d’oca, tremo e ho freddo. Vorrei tornare indietro, ma non posso. Devo vederla.

Nel crepuscolo aranciato distinguo, a sinistra, le colonne polverose di un baldacchino. Guardo le frappe, le stoffe tarlate, poi sento un fruscio da destra. Mi volto lentamente e intravedo la punta di un piede, l’orlo di una gonna.

Il cuore mi salta in gola.

L’inglese cinquecentesco nella mia bocca è strano, incespico in questo miscuglio di suoni duri e vellutati.

«Lady Ellen? Posso entrare? Sono la figlia di lord Bassett, il ventunesimo…»

Ellen ritrae il piede, scompare nel buio. Mi guardo attorno, sperduta. Poi, dall’alto viene un tramestio. Alzo la testa – e il sangue mi si gela nelle vene.

All’improvviso capisco che ho sbagliato.

Tanto tempo fa la chiamarono The Flye, la Mosca, non per la sua modestia, ma per il suo corpo leggero appeso al soffitto e per la sua testa rovesciata indietro e per i suoi occhi acuti, occhi che nella penombra splendono come fuochi verdi.

Occhi che mi vedono.

Un racconto di Sonia Aggio

Illustrazione di Giulia Canetto

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