Una cosa divertente che non faremo mai più

Non è che tu non mi amassi. Mi amavi come si amano le cose che non si devono maneggiare, che si possono soltanto guardare, come i tramonti, le farfalle. O le balene. Ecco, sì, le balene. Mi vengono in mente loro per via di quella crociera a Sortland, ricordi? Già quando siamo arrivati ho capito che a me non me ne fregava un cazzo di vedere le balene, e che ero stata una stupida a non dirlo prima. O a non dirlo affatto. A ripensarci ero stata una stupida proprio ad accettare la vacanza: tutte quelle cose naturali e patrimonio dell’umanità ecologica a me non hanno mai preso fino in fondo – belle eh, ma non ho mai pensato che vedere due code di pesce valesse la fatica di venire nel Vesterålen.

«Sono balene, quelle?» io, scrutando l’orizzonte.

«Non credo che se si vedessero da qui ci sarebbe tanta gente che paga per la crociera.»

Io che infilo il mio naso rosso dentro il pelo del Woolrich.

Dovevo dirlo prima di trovarmi a fare fila con una minuscola folla di sconosciuti (ma pur sempre una folla), ad aspettare che arrivasse il traghetto. Tu continuavi a chiamarla “nave da crociera”, non so se per fare il simpatico; o davvero pensavi che lo fosse?

«Queste che vedremo sono le balene più grandi in assoluto?»

«Beh, no, sono megattere, o capodogli. La più grande è la balenottera azzurra», sempre con un sospiro trattenuto, come se fossero cose che “si sanno”.

«Sempre pesci sono.»

«A dire il vero…»

Insomma sono sempre stata io la stupida con te, e “a dire il vero” non mancavi mai di farlo notare. Con il tuo dottorato, le tue nozioni su tutto quello che le tue nozioni dicevano valesse la pena sapere, che se ci pensi è un cortocircuito, no? Lo facevi con delicatezza, pudore, quando eravamo in mezzo agli altri. Oppure con ironia, ma non mancavi mai di farlo notare.

«Era per ridere, te la sei presa?»

Non me la sono mai presa.

Ricordo l’attesa sul ponte della nave, nel pomeriggio, il sole flebile e altalenante, l’angoscia di un mare grigio e un po’ squassato. Il vento che mi gelava le chiappe, e sì che non era nemmeno inverno, era novembre inoltrato. Una pessima stagione per le balene, avevi detto. Ma io avevo una pausa coi casi in studio, e tu potevi chiedere le ferie.

«Scendiamo in cabina? La nave balla troppo.»

«Ma tra poco saltano fuori le balene, sicuro. Abbiamo solo il pomeriggio, domani dicono che il mare sarà troppo mosso…»

«…»

«Devi proprio fumare?»

«Ho la nausea, mi aiuta.»

«In realtà le sigarette hanno un effetto negativo.»

Non hai mai capito perché a metà della giornata io me ne fossi tornata in cabina, ad osservare le spruzzate a catini sull’oblò, cercando senza esito di non vomitare. E tu te ne stavi su da solo, seccato ma irremovibile. Forse non era una pretesa così assurda desiderare che tu sapessi quanto odi il freddo, le balene, e le folle – anche quelle minuscole – di persone protese con il loro cellulare a fotografare un piccolo istante senza significato, facendo finta che un significato ce l’abbia.

«Le possiamo vedere soltanto oggi, non riesci proprio a rimanere?»

La caparbietà è una caratteristica paterna, no? Uno dei due deve essere quello testardo. Ma anche l’affetto e la comprensione sono importanti. L’arrendevolezza, quella non me l’hai mostrata mai.

Tu che torni in cabina e io che mi alzo dal letto, per non dover stare in quella lavatrice con te. Mentre esco, la tua mano sulla spalla,

«Ehi, »

E io:  «Le avete viste poi, le balene?»

Tu che scuoti la testa.

Ecco, quello ti dava più noia, aver discusso con me senza nemmeno aver dato un senso a quella gita di quattro giorni. Un litigio senza scopo in una vacanza diventata senza senso. Senza capire che il senso c’era già, e sarebbe bastato chiedermi scusa. Saremmo finiti a fare l’amore, nonostante la nausea e l’odore muffo del sottocoperta.

Quando sono risalita c’era ancora più freddo, ed ero sola. Se fossi cascata in acqua nessuno mi avrebbe vista, e comunque non faceva differenza, l’acqua era petrolio con la schiuma. Sono rimasta pochi minuti, giusto per ripicca; e non ci crederai, ma l’ho vista. Una coda, a nemmeno cento metri, che – splumf – batteva l’acqua. E al suo fianco un’altra, piccolina. La prima volta che ho sentito Giona dentro di me. E dopo un secondo, un’ombra che scivolava via, sott’acqua, come un fantasma nero che volava via dal mio cuore.

Non è che non ti amassi: ti amavo come si ama un padre, qualcuno che non puoi scegliere; e io invece volevo scegliere. Starai meglio, senza di me. E noi, senza di te.

Un racconto di Nadine Dolfe

Illustrazione di Emanuela Sandu

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