Dormire sul bordo

Si sveglia all’improvviso da un sogno agitato. Il lenzuolo è appallottolato alle caviglie, sulla fronte si addensano gocce di sudore, l’aria calda le riempie la gola. Dall’altro lato del letto, Pietro respira lentamente, le scapole si alzano e si sgonfiano. Dorme sempre girato sul fianco, di spalle, fermo sul bordo del letto. Tra loro c’è così tanto spazio vuoto, lei vorrebbe misurarlo col braccio ma non le basterebbe.

Si gira verso la finestra. Da fuori arriva una luce particolare, densa.

Infila la vestaglia, preme i pugni sul materasso e si alza. C’è una bella luna, quasi piena – lo sarà domani. Illumina gli spigoli del San Martino e la curva dei campi, la sporgenza dei tetti e la facciata delle case, la sottigliezza dei lampioni, le nodosità dei rami in giardino, la piscina immobile come una lastra di vetro: su tutto è appiccicato un filtro lattiginoso, senza ombre né profondità. È come osservare un diorama di carta.

È già tornata a letto, con quell’affaccio sotto le palpebre, quando un sospetto la prende come un ricordo tornato di fretta. Le è sembrato di cogliere un riflesso nell’immobilità della piscina: una luce fuori luogo, che cozza con tutto il palcoscenico.

È la luce del porticato, pensa. Maledice il soffitto. È quella sul retro, si sarà dimenticata di spegnerla e chissà da quanto è accesa. Si rigira di lato, prova a scacciare quel pensiero insieme al lenzuolo aggrovigliato alle caviglie, fa molto caldo. Sa che se tornerà alla finestra poi sarà costretta a scendere fin sotto a controllare. Non c’è niente, pensa. È una specie di sfida.

Invece infila le ciabatte, passa accanto a Pietro che dorme sul bordo del letto con le braccia raccolte e le mani sotto il viso. Scende le scale.

Il soggiorno è in disordine, il silenzio è appoggiato dappertutto. 

Sente il respiro corto. Apre il cassetto dei sigari di Pietro. Ne prende uno e ne fuma metà seduta in poltrona.  Inspira ed espira e mentre lo fa chiude gli occhi.

Prende le chiavi ed esce di casa. Adesso l’ambiente le sembra ancora più irreale. Questione di piccole cose. Di ombre e di distanze. Percorre il vialetto, passa accanto alla piscina – sul filo dell’acqua oscillano insetti morti.

Vede una luce gialla al di là della siepe. Cammina sull’erba, fino al cancello.

«Franco! Mi hai fatto prendere un colpo».

«Mi spiace».

Franco si fa avanti e la illumina con la lanterna.

«Mi dispiace averti spaventata».

«Sì, beh» fa un lungo respiro, «Cosa ci fai qui fuori di notte?»

«È l’ora ideale per catturare le falene. La mia mantide orchidea ne va pazza».

La vestaglia le si è appiccicata alla pelle umida, si passa una mano tra i capelli. Lui indossa gli scarponi sopra il pigiama, i peli del petto escono dalla maglia.

«Vieni a vedere» dice lui, e le porge la mano.

Lei si scosta la veste dalla gamba, afferra la mano di lui e sale il gradino. Sul porfido è appoggiato un barattolo di vetro: due insetti suggono con bramosia un acino d’uva spaccato a metà.

È passato più di un mese dal loro ultimo incontro. Lui abita nella villetta accanto da prima che lei e Pietro arrivassero in paese. È vedovo da qualche anno, da quando la moglie non si era più tirata su dalla vasca da bagno.

Lei si appoggia contro il muro. «Quindi allevi una mantide religiosa?»

«È una mantide orchidea. È molto bella, proprio come il fiore. Sono creature affascinanti».

«Lo sono davvero». Si alza un refolo freddo e lei sente i capezzoli irrigidirsi contro il tessuto.

«Sono quasi umane, nella loro postura eretta, nella forma, nello sguardo. Hanno qualcosa di speciale».

Lei inclina la testa di lato, lo guarda negli occhi.

«Sono molto delicate, poi. A volte muoiono all’improvviso, e ti chiedi cosa hai fatto di sbagliato, se è per via della temperatura, o dell’umidità, o delle falene».

Lei si stacca dal muro, lo raggiunge davanti alla siepe; scrutano tra le foglie. «È la bellezza delle cose fragili, insomma».

«Delle cose fragili, già» sussurra lui.

«Anche se credo che mi farebbero un po’… impressione» ci riprova lei.

«Oh, anche a me fanno impressione. Mi agito ogni volta. Sono creature inquietanti. E ho paura che spicchino il volo o che mi stringano con le tenaglie mentre le nutro. Sanno essere spietate le mantidi».

«Immagino che sia questione di abitudine, dopo un po’».

«Non ci si abitua a certe cose».

La luna adesso è schermata dai rami. Si è spezzato il filtro lattiginoso.

«Stanno bene le tue figlie?» chiede lei.

«Stanno bene» risponde lui, «E tuo marito come sta?»

«Come al solito». «Come al solito» ripete a bassa voce prima di ammutolire.

«Ecco una falena» dice lei, «Sotto la foglia».

Lui prende il barattolo di vetro da terra e svita il tappo, con movimenti lenti, calcolati; posiziona l’apertura sotto la foglia. La falena fa oscillare le antenne, sembra annusare l’aria, e plana dentro il vaso.

Lui spegne la lanterna.

Lei non ha sonno. Si respira bene qui in giardino, pensa.

«Sai» lui riapre quel discorso, «Non ci si abitua alle cose belle che ci fanno paura».

È ancora girato verso la siepe, la luce evidenzia il contorno del suo corpo.

«È meglio che vada adesso» dice lei.

«Buonanotte allora».

«Buonanotte», e si affretta verso casa.

Sale le scale, affannata. Sente il sudore gocciolare tra i seni. Le manca il respiro. Non è giusto, pensa. È il suo respiro, nessuno può portarglielo via.

Quando arriva in camera vede Pietro che dorme sul bordo del letto. Ha le mani vicine alla gola, la fronte increspata. Sembra che la stia aspettando, messo così.

Lei fa il giro del letto, tira forte la tenda lungo la finestra, si toglie la vestaglia e si stende. Non ci si abitua a certe cose, pensa.  All’improvviso si ricorda che non ha più spento la luce del porticato, e adesso non può più far finta di niente.

Vorrebbe quasi avvicinarsi a Pietro e stringerlo, con le braccia scomode che cercano di abbracciargli la schiena, per tirarlo a sé o per spingerlo giù oltre il bordo. Ci pensa ma non lo fa, perché a quel punto non avrebbe via d’uscita. Resta ferma, nuda, inspira ed espira e mentre lo fa chiude gli occhi.

Si gira di lato, all’estremità del letto, verso la finestra buia.

La piscina è piena di insetti morti, pensa.

Deve addormentarsi, e presto.

Illustrazione di Elisa Invy Inverardi

Davide De Capitani

Davide nasce vent’anni fa in quel ramo del lago di Como. Refrattario alle manifestazioni d'affetto, da grande adotterà un carlino di nome Carver. I papillon che si ostina ad esibire contribuiscono a farlo sembrare uno snob classista. In realtà gli fanno solo schifo le cose - spesso le persone -, ma ha un cuore d'oro.

2 thoughts on “Dormire sul bordo

  1. Complimenti, davvero un bel racconto. Mi ha ricordato, per situazione e punto di vista, “Riuscivo a vedere ogni minimo dettaglio” di Carver.

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