Tutta la vita davanti

La mail era arrivata alle otto del mattino. Dormivo, perché era estate e perché da quando non avevo un lavoro avevo perso l’abitudine di impostare la sveglia presto. L’avevo aperta molte ore più tardi, nel pomeriggio. Ero passata dall’oggetto all’intestazione, rimbalzando sulla terza riga in cui spiccavano vicine le parole “felici di comunicarLe”. Ero poi arrivata alla fine, alla data d’inizio, all’indirizzo della sede, alla richiesta di portare con me i documenti necessari.

Ero partita due giorni dopo, con la voce di mia madre che ripeteva che a quel punto avrei potuto cercare lavoro direttamente a fine agosto, e godermi le vacanze a casa. Poi però aveva respirato, sollevata. Una sera di maggio, in terrazza, in un moto involontario di onestà, mi aveva confidato la sua paura più grande: che diventassi una centralinista. Tre anni prima aveva visto alla televisione Tutta la vita davanti, quel film di Paolo Virzì dove Isabella Ragonese interpreta il ruolo di una giovane neolaureata che si ritrova a lavorare in un call center animato da Sabrina Ferilli come se fosse un villaggio Valtour. Le era piaciuto così tanto che mi aveva chiesto di scaricarglielo sul computer. Quando le avevo detto che era tratto da un libro, aveva deciso di leggere pure quello. Si era arenata all’esergo. La lettura, aveva detto, non è mai stata cosa mia.

Forse è per questo che Tutta la vita davanti l’aveva colpita così tanto. Perché la protagonista è una ragazza promettente e studiosa, laureata con 110 e lode in Filosofia, circondata da libri e cultura, che però non trova niente di meglio che passare le giornate a rispondere al telefono.

Per fortuna invece a me avevano offerto un lavoro vero: web specialist & social media manager. Un lavoro che mia madre non sapeva neppure pronunciare, ma che suonava prestigioso, per via dell’inglese. Non avevo neppure provato a spiegarglielo. Avrei dovuto colmare lacune che partivano da troppo lontano. Le avevo però lasciato sul desktop The social network. Mi ero detta che forse correvo il rischio di depistarla, di farle credere che mi avessero preso a lavorare nella Silicon Valley, ma mi ero consolata subito, certa che sarebbe riuscita a trovare qualcosa di svilente anche in quel caso.

Dopo pochi mesi, ero tornata a Milano, nella casa dove viveva ancora mio fratello e in cui io avevo abitato per i cinque anni dell’università. La sera, prima di mettermi a dormire, avevo chiesto a Siri di svegliarmi alle sette.

Non era il lavoro dei miei sogni, ma solo perché non avrebbe potuto essere il lavoro dei sogni di nessuno. Tutti, in agenzia, si prendevano molto sul serio. Erano in perenne sbatti, come non facevano altro che sottolineare. Si lamentavano di continuo: che arrivavano troppo presto, che se ne andavano troppo tardi, che non riuscivano a dormire, che non riuscivano a pensare, e non avevano avuto un attimo libero prima della pausa caffè, l’unico momento in cui potevano sfogarsi. Lo stress che vivevano davanti a un contenuto poco performante o a un cambiamento dell’algoritmo di Instagram poteva essere paragonato soltanto a un’operazione a cuore aperto.

Io partivo dal basso. Non avrei mai potuto pubblicare un post o una storia, né elaborare strategie e piani editoriali. Quelli erano compiti di grande responsabilità, bisognava aspettare anni prima di arrivare a tanto. Mi avevano affidato la moderazione delle pagine di alcuni clienti più piccoli. A quelli più grandi pensava già qualcun altro, nello specifico il mio formatore, un ragazzo della mia stessa età che però aveva trovato lavoro subito dopo la triennale, e che “quest’anno fanno quattro anni che sono in agenzia”.

“E ti piace?”

“Non è il lavoro dei miei sogni, però ci sta.”

Sembrava sincero, e sereno tutto sommato. Non sapevo ancora che avrei risposto allo stesso modo quando me l’avrebbero chiesto, all’improvviso, durante una cena con alcuni compagni della facoltà. Non sapevo ancora che io e lui saremmo finiti a scopare per tanti mesi, e che mi sarei affezionata più di quanto potessi immaginare. Finché una notte mi avrebbe rivelato che a quella domanda, E ti piace?, l’unica risposta possibile sarebbe stata un no. Ci saremmo confidati molti segreti e ci saremmo spronati a inviare curriculum altrove. Avremmo fantasticato su futuri in cui essere felici per davvero, con il lavoro dei nostri sogni. Avremmo iniziato a dire tantissime volte la frase: è una fase di passaggio. Poi ci saremmo annoiati, delusi non dalla relazione, ma da noi stessi. Avremmo provato una tristezza profonda e costante, inestirpabile, di cui non avremmo saputo trovare le radici. E avremmo evitato per tutto il resto del tempo di incontrarci con gli occhi, per non ricordarci che alla fine non ce l’avevamo fatta.

Quello che dovevo fare, in fondo, era semplice. Limitarmi a rispondere a tutti i commenti degli utenti in modo sempre pacato, sempre gentile, sempre cortese, anche davanti alle lamentele, disinnescare gli haters, anche davanti agli insulti, scrivere sempre ci dispiace, siamo mortificati, speriamo che la prossima volta, e poi grazie ancora per averci scelto, speriamo che la prossima volta. “Però almeno scrivo”, avevo aggiunto alla risposta da rifilare agli indiscreti. L’ipotesi che potessi non sentirmi realizzata non era ammissibile, prima di tutto per me stessa. “Scrivo e sono a contatto con gli altri, e poi imparo un sacco di cose, se oggi non usi i social non puoi vivere, sono uno strumento fondamentale per le aziende, tutta l’informazione passa solo sui social, pensa che adesso gireranno dei film in formato verticale così che si possano vedere senza nemmeno ruotare lo schermo”.

Quando dicevo quest’ultima cosa pensavo alla reazione di mia madre. Non sarebbe stata più davanti alla televisione, mi avrebbe chiesto di guardare Tutta la vita davanti sul suo iPhone e io avrei dovuto inventarmi una scusa per non accontentarla. Ci sarebbe rimasta male, ma poi avrebbe capito. Si sarebbe fidata. Sarebbe stata fiera di me. Avrebbe imparato  a pronunciare il nome del mio lavoro e quello di Mark Zuckerberg. Durante gli aperitivi avrebbe detto che dopotutto Filosofia è una buona facoltà, che apre la mente e rende versatili per molti lavori. Avrebbe citato il mio esempio, orgogliosa. Si sarebbe spinta a dire, con convinzione, che non è vero che in Italia per i giovani non ci sono possibilità. L’avrebbe detto rassicurata, soddisfatta finalmente, sollevata all’idea che almeno sua figlia non fosse finita a fare la centralinista.

Illustrazione di Melissa Brusati

Jolanda Di Virgilio

La vita di Jolanda è un pendolo che oscilla tra la nostalgia di casa e il terrore di tornarci, la scelta di essere vegetariana e la passione per il cibo spazzatura, l’amore per Kieslowskij e l’esaltazione per la nuova stagione di TheLady. Nell’attesa che le venga diagnosticato il disturbo bipolare, legge e guarda serieTV.

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