Breaking glass

Baby, I’ve been

breaking glass

In your room again

Listen

Don’t look at the carpet,

I drew something awful on it

Breaking Glass – David Bowie, Low

C’è una piastrella crepata, una stanza con delle tende scure, delle candele. Ci sono io che disegno il grande sigillo in terra con un carboncino nero, perché così ho deciso, anche se un carboncino nero non è previsto nel libro preso da Safarà.

È indicato il sigillo, il rituale, la sequenza di azioni, le specifiche relative a cosa sia necessario indossare, quale punto della stanza scegliere. Ma poi, anni di immaginario nutrito da vecchie storie di streghe ed erbe, di filtri e simboli, mi hanno convinto che il nero sia il colore più adatto.

Devo rompere la pellicola oscura e puntuta come pezzi di vetro che mi si è formata nel petto.

Era andato via. In tre mesi.

Avevano detto che sarebbe stato doloroso, per lui. Per noi. Per tutti.

Ricordo che quando lo vidi per l’ultima volta, l’ultima volta cosciente, dico, eravamo in ospedale. Gli avevano detto che era lì per aver preso troppo sole. E invece la sua testa se l’era presa il male, che cresceva e si insinuava fra le reti neurali, i suoi ricordi, gli odori e i colori sedimentati lì, fra l’amigdala e i ventricoli.

Il carboncino mi lascia segni sui polpastrelli. E la sensazione di attrito mi fa pensare al pomeriggio in cui il mio palmo aderiva al suo. Allora era tutto bianco e liscio. Mentre nella stanza, oggi, c’è solo buio e l’odore di una candela senza aromatizzazione. Perché come fai ad aromatizzare il dolore? Cannella? Sandalo? Vaniglia?

Safarà mi ha detto che devo stare attenta a ciò che desidero. Perché il desiderio è capace di annebbiare lo sguardo e la mente. Me lo ha detto mentre un tipo con un clarinetto in mano cercava di sbirciare il titolo che ho scelto. Safarà mi ha passato il libro e non ha voluto i soldi: ha chiesto la collana sottile che tenevo al collo da chissà quanti anni. Era di cuoio e plastica. Ho guardato il tipo, la sua camicia rossa, mi sono allontanata, sperando in fondo che  mi seguisse.

Tornata a casa, ho indossato una lunga casacca di lino scura e ho iniziato a capire come rompere quella pellicola di vetro.

Le pellicole di vetro sono sottili e non si notano. Schermano e all’inizio uno crede che tutto vada bene, che sia semplice vedere con precisione i perimetri della propria vita, poi col tempo quelle pellicole si scheggiano e si conficcano nella carne.

Quel dolore, oggi, è lì perché il vetro non si è rotto del tutto. E ci sono varie strade per non sentire, e una è quella per il negozio all’angolo con la vetrina piena di oggetti, libri e pietre.

Safarà è calvo e ha la faccia che diventa sottile sul mento. Come un triangolo rovesciato. Dicono che sia un mago o una cosa simile. A me pare un tipo con una faccia strana che non poteva che vendere cose strane. Quando mi ha passato il libro e io la collana di cuoio e plastica, le nostre dita si sono sfiorate e lui mi ha solo detto: Passerà, se rompi il vetro passerà.

In ospedale l’odore era pungente, un miscuglio di disinfettante, carni malate e brodo.

Sul tavolo accanto al suo letto, il piatto abbandonato. Non era stato neanche aperto perché con un gesto aveva fatto capire che non voleva, non voleva ingoiare nulla.

La pellicola di plastica era piena del vapore condensato, ma quell’odore di brodo era tutto attorno. Avevo la sensazione che avesse attraversato quella membrana e si fosse posato sulla pelle, sui nostri capelli, sui tessuti leggeri. Disegno il sigillo a terra e sento lo stesso odore. Come se io fossi di nuovo lì, in quella stanza di tanti anni fa, con le pareti azzurrine e la luce estiva che rendeva tutto sempre più immobile. Perché così ci sentivamo, immobili nell’attesa che andasse via, che lasciasse quelle lenzuola e i fili che lo tenevano agganciato alla vita e ai macchinari.

Il rituale prevede che io mi procuri un piccolo taglio nel palmo della mano sinistra con una scheggia di vetro, devo lasciare che le gocce di sangue schizzino su un batuffolo, su della stoffa chiara, su un supporto qualsiasi da bruciare mentre pronuncio il suo nome per tre volte.

Il dolore, qui nel petto, è così invadente che entrare nel negozio di cose buffe e strane mi è parsa l’unica strada da scegliere. L’ultima. E mi ritrovo in tunica a disegnare forme e sigilli strani, elementi di storie che finora sono state adatte alla mia immaginazione che ha sempre richiesto di andare al di là di quel realismo spicciolo, fatto di stradoni di provincia e noia.

La scheggia di vetro è lì. La guardo e so – è scritto e illustrato nel libro – che devo seguire una delle linee, che non so neanche che linea è, e incidere. Poi chiudere a pugno e vedere le gocce di sangue scendere e recitare il suo nome e veder bruciare il dolore.

Dicono che quando riesci a rompere il vetro è come un bagliore. Una luce che si allarga e si posa sulla pelle, sui capelli, su questa tunica che indosso. Attraversa le tende, allunga la mia figura sulla parete e riempie la stanza. Allora pronuncio tre volte il tuo nome e non ho bisogno di sanguinare.

Illustrazione di Gianmarco De Chiara

Elena Giorgiana Mirabelli

Elena Giorgiana nasce nella primavera del 1979 a Cosenza. Adora le scatole e l’odore della vaniglia. Ha studiato Filosofia in Calabria e in Sicilia e Tecniche della narrazione a Torino. Ha un rapporto ludico con la scrittura e sogna sempre cose strane.

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