Parole al muro

Da quando hanno chiuso le parole negli schedari la città è piegata in quattro, un cartoncino ridimensionato. Le più pericolose le hanno messe dietro una teca; legate con una cordicina al peso di una multa o della prigione, si sono fatte mosce e ingiallite. Dure come fossili, archiviate e bandite, nessuno può più tenerle in bocca.

In città è difficile trovare qualcuno con cui scambiare due parole. C’è chi ha dimenticato perfino il suo nome o quello dei familiari.

Gea resta tutto il giorno in casa ad aspettare Sam. Ha paura che al mercato non saprebbe chiedere le cose che le servono. Il letto, il muro, la sedia, queste sono alcune figure che sa nominare; il resto è una grande macchia. Lui le porta da mangiare, lui le porta i vestiti e le rose. Lui scrive lunghi dialoghi per aiutarla a ricordare i suoni di un’intimità ormai persa. La sera ognuno legge ad alta voce la sua parte.

Gea e Sam hanno deciso di nascondere i copioni sotto una mattonella della camera da letto. Sam l’ha intagliata con grande precisione. Fanno molta attenzione a riposizionarla senza creare spazi o buchi.

Quando restano soli, Gea mette su un disco e alza il volume. Prende Sam per le mani e lo porta a letto. Sam trattiene i respiri. Gea li lascia andare. Nel buio ascolta parole di cui non capisce il significato e lo bacia.

– ‘Deluso’? Che vuol dire?

– Se non lo ricordi, non hai bisogno di saperlo.

– Continuando così, dimenticherò anche te.

Oltre a non capire più le parole, Gea non capisce più nemmeno Sam: lui è come le parole che bruciano, a volte ne vede solo il fumo. Vorrebbe prenderlo a morsi. Vorrebbe graffiargli le spalle e la schiena. Vorrebbe fargli uscire il sangue dalla pelle. Vorrebbe farlo cadere, invece lo spinge soltanto.

Sam va via senza sbattere la porta perché è un attore e sta attento a come si muove. Gea fa rumore quando scopa, quando sposta i mobili, quando legge i copioni, quando prova a cucinare, quando fa domande.

“Il giardino è in fiamme, mia signora”.

“Prova a resistere, dopotutto hai ancora me. Non ti basto?”

“Ho bisogno di qualcosa che resti. I legami sono fatti di carta. L’acqua li scioglie”.

Sola in casa, Gea ripete ogni frase due, tre volte, finché non le resta dentro. I copioni sono il ricordo e la voce. Un giorno ne fa indigestione. Una lettera le rimane tra i denti, una sullo stomaco, un’altra va in bagno a vomitarla. Le parole le escono dalla bocca come insetti neri che hanno perso la vita.

C’è un’ora che spaventa Gea più di tutte ed è al tramonto, quando le cose perdono il loro colore, quando ritornano a far parte del buio ed è difficile dar loro un nome. Gea rimette i copioni al loro posto e ripete. Sta recitando a voce alta le ultime battute quando entrano in casa due poliziotti.

– Cos’è?

– È un mandato di perquisizione.

Frugano dappertutto. Negli sportelli della cucina, nel mobiletto del bagno, nei cassetti della scrivania, dentro gli armadi, nelle tasche dei vestiti. Non sotto la mattonella. Ogni tanto si voltano e ridono tra loro.

– Lei colleziona parole?

– Quelle che non capisco.

– Sarebbe a dire?

– Oggetti… cose che vedo… Quasi tutte, ormai.

Le mettono le mani dentro la giacca, sotto la gonna, poi le dicono che farebbe meglio a spogliarsi. Gea non vorrebbe rimanere nuda ma è quello che succede. Ha parole scritte sulle braccia, sulla pancia, sulle natiche, tra le cosce.

I poliziotti la lavano, ma Gea ha usato un pennarello indelebile, servono alcol e spugna. I due uomini sfregano la pelle da destra a sinistra, poi da sinistra a destra, ci vuole più di un’ora per togliere tutte le tracce.

Quando se ne vanno, Gea scrive frasi sul muro. Vuole che le parole le entrino negli occhi. Sporca di lettere la cucina, la camera da letto e la sala da pranzo; vorrebbe scrivere anche sull’armadio ma la superficie laccata non lo permette.

Sam rientra di lunedì. Troppo tardi per mettere su un disco; lei è come una gallina. Sam s’infila nel letto, le sfrega le gambe con i piedi. Gea gli dà un calcio sullo stinco, poi prende un copione e inizia a leggerlo:

– “Non c’è più nulla da dire”.

– Ah, così diceva?

– Così diceva…

– Bisogna ridipingere il muro.

– Non so più dove metterle. Me le hanno tolte di dosso. Averle davanti mi rincuora, le rende meno… crudeli.

– Quando avrai riempito l’intera parete, cosa farai, occuperai un’altra casa?

– Sì. E vivrò un po’ qui e un po’ lì. Scriverò ancora, mi ricorderò di noi.

– Non ti bastano più i nostri copioni?

– No. Ho bisogno di qualcosa che resti. I copioni sono fatti di carta. L’acqua li scioglie.

Sam manca da una settimana, forse non tornerà più. Gea inizia ad avere fame, cerca cibo nella stanza, nelle tasche dei vestiti, nei cassetti del comodino, ma Sam le ha lasciato solo copioni. Gea alza la mattonella, li prende in mano, li taglia, ne fa strisce sottili, talmente sottili che le parole non si leggono più, restano solo segni che non appartengono a nulla, staccati come lei da ogni senso.

È sera, l’aria intorno alla casa si colora d’arancio. Gea resta per pochi secondi a guardare fuori dalla finestra. Non sa dare un nome alle cose che vede e non ha più nessuno a cui chiederlo. Le ombre degli alberi le entrano negli occhi e le graffiano lo stomaco, ma anche il vuoto che sente non lo sa nominare. Prende in mano una striscia di carta, poi un’altra, preme la carta sul vetro della finestra, fino a che non trova finalmente la corrispondenza giusta: albero con albero, siepe con siepe, cornacchia con cornacchia. Succede quando ormai fuori è buio e tutte le cose hanno perso il loro nome.

Un racconto di Martina Tiberti

Illustrazione di Nora

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