Franco

(Non fosse per quegli stronzi delle compagnie telefoniche, che sotterrano le fibre malamente per fornire una velocità sempre più bassa agli utenti non allineati politicamente, io non avrei scritto questo racconto e voi non l’avreste letto ma soprattutto Franco, il povero Franco, sarebbe tranquillo nella sua stanzetta – il suo bunker, come ama chiamarlo – a documentarsi su tutte quelle verità taciute che sfuggono ai più.)

Ma le compagnie telefoniche sono stronzee codarde – pensava Franco inscalandosi su pioli incerti e rendendo di fatto inutilizzabili le parentesi soprascritte. I volumi, in torre babelica, gracchiavano dalle rilegature definizioni diverse, ma al costruttore del loro latrare nitrire e predicare poco importava: bisognava innalzare alla svelta un muro di libri e piazzare – rasente soffitto – il preziosissimo modem antennuto per captare le onde principe, quelle più preziose, riservate solo agli amici degli amici in una massonica lista amicale in cui il nostro non rientrava. Su Booghie – portale di coloro che non si accontentavano delle menzogne dei media – un articolista anonimo (per sicurezza) era stato chiarissimo:

Prendere un grosso numero di grandi libri, ma senza pensare ai loro contenuti e senza curiosare. Riporli uno sull’altro utilizzando una scala per posizionare gli ultimi nelle vicinanze del soffitto. Appoggiare l’apparecchio sull’ultimo con sotto un panno di lino per facilitare la polarizzazione degli ioni gamma, unici responsabili delle rapidità di rete.

Tutto era pronto, tutto minuziosamente costruito, con il graal puntuto di informazioni e segreti in cima alla rilegata palafitta che però, a dispetto di giustificazioni rallentate e bufferate, singhiozzava video a un preoccupante ritmo di 0,6 bit al secondo.

«È iniziato il complotto. Stiamo per essere esclusi da tutto.» Sudava Franco appesantendo il legno della scala, sgrillettando le antennine pigre, valutando lucine e intermittenze, maledicendo bestemmiando odiando i signori della compagnia telefonica più di quanto non avesse mai odiato suo padre e le mazzate che gli elargiva copiose in crescente giovinezza.

«Stiamo per essere esclusi da tutto», rantolava il cinquantenne afferrando impolverata la cornetta telefonica che metti il caso – ma mica tanto, il caso – quel giorno rantolava pure lei un tu-tu-tu-tu di disfatta, impossibilitata al servizio.

Su Booghie da mesi erano stati chiarissimi.

Anche da anni, a dire il vero, giacché la menata dell’esclusione di alcuni dalla consultazione del web era in piedi fin dalla nascita del web, a mo’ di mille o non mille, di spauracchio, di peste elettronica che avrebbe diviso la pula dalla biada per detronizzare definitivamente quei pochi coraggiosi detentori della verità. Le bollette dell’utenza non pagate – sia chiaro – non c’entravano niente, così come non c’entrava niente quella catena di Sant’Antonio partita su un social che aveva trovato piena e Franca adesione nel non pagare più il canone telefonico, giacché non era possibile – cito – «che sti neri dimmmerda, con trenta denari al dì, potessero attingere a connessioni di prima qualità inarrivabili al cittadino italico, unico fondatore della grandezza patria, mai costretto a peregrinar sui barconi (se si esclude Enea partente e fondante a culo in fiamme da Troia – parentesi mie.)

firma anche tu, campeggiava in led sbrilluccicante, e come poteva Franco sottrarsi ai doveri di un vero patriota?

Certo che adesso, a connessione scivolante a scala vacillante a torre di libri tremolante il dubbio che magari il non pagare c’entrasse qualcosa distraeva il nostro dai cerchi nel grano, dall’impossibile sfericità del globo e da quel maledetto proiettile che non poteva aver ammazzato il povero jfk.

Il caderci, dalla scala, fu un sovrappensiero.

Il trovarsi sepolto e impaginato, una conseguenza.

Il vedere le zampine rotte e storte della creatura agonizzante, una bestemmia.

La vita di Franco Galilei aveva improvvisamente perso di senso. La noia, codarda più della compagnia telefonica e dei suoi cavi, arrivò presto, senza rallentamenti e senza buffering, costante e impietosa. Il bunker, disconnesso, perdeva di senso e quei libri prima intorrettati sembravano essere l’unico strumento di svago in attesa di riprese della rete: quelli di Booghie, ne era sicuro, si sarebbero accorti delle sue mancate connessioni e l’avrebbero convocato, aiutato, salvato dalla comune ignoranza.

In mancanza di collegamenti, a libri ora spiananti sul pavimento il Nostro aveva imparato in un mese la partita doppia di contabilità, i rimedi per evitare il contagio virale di un popolo (accidenti, nessuna traccia di scie chimiche – aveva pensato) e i motivi che avevano spinto l’America a intervenire nel primo conflitto mondiale. Tutto era così logico, così saldamente piantato tra i fogli, da divenire interessante, eccitante, molto più complesso e ragionato di come mai potesse apparire sul fluttuante Booghie o su Verità Rivelate, altro portale che informava mensilmente pochi eletti irretati (e irretiti) a ragionevoli costi. Ogni argomento qui aveva delle fonti, persone che firmavano le proprie ricerche in attesa di sensata smentita. Il Galilei aveva preso l’abitudine di inforcare gli occhiali, di leggere fino a sera a lume di candela dimenticando quasi di cenare, problematizzando ogni punto del suo studio senza affidarsi a terzi, gettando via la carcassa del modem e utilizzando la sciatalgia della scala per prendere nuovi tomi in libreria. Ora il ragionare aveva un suo filo, meno nevrotico e più placato, al riparo da servizi segreti, ricrescite capillari e tecnologie aliene: i neri non erano più dimmerda, e la presunta differenza genetica che separava l’australopiteco dal neanderthalensis che avrebbe giustificato una bianca superiorità faceva sganasciare lo studiante ad altezza pavimento.

Poi, quando tutto congiurava al meglio e ci si avviava allo studio dei gravi arrivò, inaspettata, la lettera.

Gentile Franco Galilei,

In merito alla sua prolungatta e preocupante asenza dal portale Verità Rivelate la convochiamo con urgensa presso la nostra sede romana dell’Acaddemia dei Mincei.

Rimpallava la lettera in mano, Galilei, nello scendere dal treno, sorridente della grammatica, dispiaciuto per il tempo sottratto agli studi ma felice per la possibilità di liberare dall’ignoranza quelli che prima riteneva suoi sodali.

Quello che non si aspettava era di essere preso alle spalle a cento metri dall’indirizzo indicato, incappucciato e trascinato a forza in un polveroso deposito bibite, insediato e scappucciato con scarsa gentilezza.

– Franco, proprio tu!

– galilei, la prego.

Una figura a nera stola monacale circolava in tondo intorno alla sedia dell’enciclopedico, guadagnando a fatica spazio tra casse imbottigliate ai gusti cola, arancia e limone. Altri cinque, ugualmente incappucciati dietro un compensato, restavano in attesa: non si scorgevano volti, non si comprendevano identità: il Galilei cominciava ad avere una qualche paura.

– Franco Galilei, nato a Ladispoli il 5 maggio 1965, ivi residente, nostro affiliato sin dall’anno 2001, in successione al terribile attentato alle torri autoprocuratosi dalla milizia americana.

– No, aspetti, la devo interrompere: questa è una pagliacciata (e la voce a vacillare, così meno certa delle parole spese)

– Quanto avevamo investito Franco, su di te? Quanto?

– Veramente l’abbonamento di diciotto soldi mensili regolarmente bonificato da un decenn …

– Non ci credo! – Interrompeva il cappuccio parlante, provocando lo scuotere a destra e a sinistra delle teste soppalcate al compensato. – Tutti i nostri sforzi, riprendeva, tutte le nostre speranze in uno degli eletti alla verità gettate così alle gramigne. Un posto così esclusivo e desiderato nella gloriosa accademia dei Mincei …

– Che a quanto pare ha qualche problema di grammatica – soffiava debolmente fuori il Galilei, sempre più intontito dalle circostanze, dai cappucci, dai volti coperti e oscurati…

– Era per non dare nell’occhio! – Esplodeva il circolante satellitandogli intorno. – Che hai fatto nell’assenza di verità?

– Ho studiato – ribatteva lo scienziato – per giorni, per mesi …

– E noi qui a preoccuparci di te, a cercare di capire cosa ti fosse successo! Come ti senti, adesso che hai studiato?

– Sono pieno di dubbi, ho sempre bisogno di imparare cose nuove …

Un verso d’orrore e di sgomento scuoteva la giuria.

– Dubbi… Lo avete sentito? Ecco come si sente chi ci abbandona… disperso, confuso, minacciato, non più al riparo dalla realtà, consumato dalle sue stesse stupide letture, tutte scritte a tavolino da una società che mira a ingabbiare le menti allontanandole dalla rivelazione della verità. Dico il giusto?

– Ecccierto – replicava uno degli incappucciati.

– Dì la verità Franco, non ti senti in difficoltà, non senti tutto precipitare? Non vorresti un ritorno alla certezza comodamente consultabile in pochi secondi?

Franco, seduto, vacillava.

– Ti diamo un’ultima possibilità: un nuovo abbonamento, dimenticando le infedeltà passate. Verserai gli arretrati, senza più costringerci a convocarti in covi di fortuna. Ora vattene, non abbiamo tempo da perdere, qui si lavora alacremente per liberare più gente possibile dall’ignoranza.

Fuori dal deposito l’uomo era un groviglio d’incertezze. Il treno macinava i trenta chilometri su rotaie rallentate appositamente per giustificare il prezzo del biglietto.

Dentro, tra le casse, Marcello Mincei si spogliava dell’acrilico urlando contro un incappucciato:

Valè, quante cazzo de vorte te lo devo dì! Devi tacere! Tacere! Io ho fatto er classico, tu sei un bibitaro! E sveglia a nonna, dalle da bere e spojala n’po’, che ’sti costumi fanno n’caldo. E ’mparate ste cazzo de doppie, che ‘e lettere devono esse credibili.

Valerio, fedelissimo, obbediva al fratello studiato.

Chi so’ i prossimi? Famme controllà: un certo Bruno, poi un Campanella.

Tutti scienziati, oggi.

Marcè – interrompeva il fratello – te posso chiede ’na cosa?

Dimme…

‘Sto Franco, dici che sse bbevuta?

Eccierto.

Un racconto di Graziano Gala

Illustrazione di TeppaElle

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