Cornini rosa e croci rosse

Non ci credo a questa cosa che l’acqua parla, ma me l’hai ripetuto così tante volte che oggi ci provo: ascolto. Mi metto di impegno, niente pregiudizi, davvero. Per quanto mi sforzi è inutile, sento solo il rumore del fiume. Nessuna voce. Forse volevi fare la sofisticata e usare metafore, anche se non sei il tipo. Se dici che parla, parla. Cammino ancora, arrivo nel posto giusto, quello che mi hai consigliato tu. Non c’è niente di quello che mi avevi promesso: non ci sono scoiattoli, cascate, acrobati, risate sguaiate, né feste o calma, non ci sono ballerine, specchi, vestiti, scarpe, libri o riviste. Non c’è movimento, né trasformazione o altri fenomeni allucinanti. Non c’è niente e nessuno parla, men che meno l’acqua. Tra un po’ me ne vado, davvero. Ecco, sì, mi siedo su questo sasso e tra dieci minuti me ne vado. Dieci, non uno di più.

Sblocco il telefono, due sei otto uno cinque tre. Il muschio bagnato sotto il culo. Orologio, timer. Zero ore, dieci minuti, zero secondi. Avvia. Zero nove due punti cinque nove. Otto. Sette. Sei. Cinque. Che palle. Conto. Uno, due, tre, quattro, cinque. Odio contare. Stringo gli occhi e cambio colore, che meraviglia, però, questa cosa. I colori in generale, che meraviglia. Ho gli occhi blu, ora. Penso al rosso e vedo l’arancione, sono un caso particolare, io. Sento gli odori delle parole. Mica male, eh? Rosa, rosso, arancione. Legna bruciata, asfalto bagnato, merda. Sento i pesci che mi mangiano da dentro, i corvi che mi beccano sulla testa, i vermi che mi escono dal naso e dalle orecchie. Ordino una bottiglia di rosso che mi bevo da sola, dico che l’ho usata per sfumare il risotto alla milanese, con l’ossobuco e bla bla bla. So cucinare, so fare tutto. E poi stiro. Sì, sì, davvero. Cazzo, stiro, vi rendete conto che stiro? Prendo le persone e le faccio accomodare sul piano, sistemo per bene i visi, li tiro, dopo un colpo di vapore più per scena che per altro schiaccio con forza il ferro rovente sulla pelle. Ritaglio le mie facce preferite, a volte le indosso, le provo e non mi piacciono; mi tengo la mia, che mi piace uguale e alla fine le vendo tutte. Dei corpi me ne frego e li getto in giardino. Che poi non si è mai lamentato nessuno, tranne quelli che ho stirato. Una perfetta donna di casa, eh? Ma la cosa che preferisco è sfumare il risotto. Minchia quanto mi Turudun Turudun Turudun. Oh, finalmente. Turudun Turudun. Interrompi.

Apro gli occhi e faccio fatica a mettere a fuoco. È come guardare attraverso i vetri di casa. I vetri – devo essere sincera – mi vengono male: devi pulirli quando non batte il sole, ma se stai ad aspettare, qui dove il sole batte sempre, fuori non ci vedi più. Ok, la calma effettivamente c’è, bisogna ammetterlo.

Dall’acqua spunta una figura femminile con una mano colma di perle. È enorme e mi fissa con due occhi piccoli e gialli che colano liquidi, non ha una bella testa, sembra quella delle foche. Le foche hanno teste ridicole, come i delfini, d’altronde. Ecco, sì: è proprio tra la foca e il delfino; lucida. Le persone lucide io le odio. Odio anche le foche di San Francisco e odio le foche di tutto il mondo con i loro versi ridicoli e quella specie di applauso da rincoglionite. Odio anche i delfini, intelligentissimi e cattivissimi. Viscidi.

La figura davanti a me, di una bellezza abbagliante nell’intricata contraddizione in termini che rappresenta, scuce una fessura corallo dalla quale escono mille perle opache che si colorano di giallo e scivolano nell’acqua che si riempie di colore. Mi si avvicina e ci guardiamo, io fisso il giallo che cola, il giallo che cola fissa me e sento che anche il mio blu cola e anche dalla mia bocca escono perle che si colorano di verde e cadono nell’acqua. Il mio corpo sciolto è viscido e privo di forma e ho – no: abbiamo – una testa ridicola tra la foca e il delfino. Quattro scoiattoli si arrampicano sull’albero dall’altra parte della sponda e ci sono piccole violente cascate, acrobati colorati che fanno la ruota sulle nostre perle verdi, surfisti biondo platino con gli addominali da berci sopra la vodka saltano sulle onde e litigano con gli acrobati e i pagliacci che sono truccatissimi e le ballerine che mettono la carne rosa nelle scarpette rosa e se ne fottono degli scoiattoli, degli alberi, del fiume, del giardino, delle cascate, degli acrobati, delle ruote, delle nostre perle verdi, delle onde e dei pagliacci e persino dei surfisti con la tartaruga. Ci sono pure le valigie con le persone che aspettano sedute sopra prima di partire. Poco più in là si sente la musica antica e moderna che rimbomba nella risata sguaiata che ci siamo promesse, ci sono le feste e c’è il silenzio. E ci sono quelli che dentro o fuori l’uscio. Sacre superstizioni inventate da noi: cornini rosa e croci rosse. Non c’è più fame e non ci sono quasi più sassi, perché li stiamo ingordamente mangiando noi. Prima quelli nelle scarpe, piccoli piccoli, poi quelli più grandi; ormai neanche mastichiamo, ingoiamo tutto e risputiamo in forma di vere perle verdi. Mentre lei parla.

Un racconto di Maddalena Fingerle

Illustrazioni di Melissa Brusati

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