Andarsene restare esserci cercarsi

Io leggo solo guide turistiche. Se avessi uno psicanalista, gli chiederei qual è il significato di questo mio prendere e partire e andare a vivere ogni volta in un posto diverso, neanche dovessi spuntare i paesi da una carta obiettivo del Risiko. Glielo chiederei, allo psicanalista, e prima di chiederglielo gli spiegherei che non so se è importante, deve dirmelo lui se è importante, ma io le guide turistiche le leggevo già quand’ero piccolo, soprattutto la sera, al posto del Topolino. Io glielo chiederei, ma tanto gli psicanalisti non rispondono; ho letto da qualche parte che loro fanno solamente le domande, e a forza di sentire domande tu rimestoli tutto quello che hai dentro e trovi le risposte da solo: più lo psicanalista è bravo e più tu rimestoli. Forse non sono tutti così, forse dipende dalle scuole, ma comunque io lo psicanalista non ce l’ho perché gli psicanalisti costano troppo. E poi ho già mia madre che mi fa un sacco di domande, alcune anche molto difficili, e lei me le fa gratis.

Quanti giorni ti fermi, mi chiede mia madre, mentre frulla le verdure da mettere nel minestrone come se avessi ancora sei anni. Mia madre sta invecchiando. Me ne accorgo da come non ricorda le cose e confonde i giorni della settimana e si lamenta che è stanca, che lo faceva anche trent’anni fa ma adesso si vede che è stanca per davvero. Solo fino a domenica, le rispondo. Lunedì lavoro. Mia madre sta invecchiando, come invecchiano tutte le persone ma le madri di più. Perché le madri non te lo aspetti: ti aspetti che siano sempre lì a prendersi cura di tutto, e invece a un certo punto invecchiano e sei tu che devi preoccuparti per loro. E io, ogni volta che torno, vorrei restare di più che fino a domenica. Io una volta vorrei tanto poterle dire: Per sempre, mamma. Lunedì non lavoro, e neanche martedì e neanche i giorni dopo, vorrei poterle dire: Resto per sempre.

Che poi non è nemmeno questo, il punto. Cioè, non è che debba restare per forza a casa di mia madre, che per carità sta invecchiando e le farebbe piacere. Ma insomma sarebbe bello poter dire finalmente, una volta, in un posto in cui mi trovo, alla gente con cui mi trovo in quel posto, per esempio a Tiziana che è sempre gentile e forse le piaccio: Resto.

Che poi non è nemmeno questo, il punto. Perché serve a poco restare in un posto se comunque ci stai come se stessi in qualsiasi altro posto. C’è quella frase che dicevano i latini, hic et nunc, che io, pensa te, l’ho imparata da un tedesco adesso che sto in Germania. E per me quella frase vuol dire che in un posto non basta starci o restarci, ma bisogna esserci con tutti i sentimenti, come direbbe mamma. Capire i problemi del posto, imparare la lingua, mangiare le salsicce. Perché se dovunque vai continui a mangiare tonno e pomodori, e parlare italiano con gli italiani e inglese con gli altri, e passare il weekend al computer a scrivere le storie, allora tra andarsene e restare non c’è nessuna differenza e tanto vale smettere di leggere le guide turistiche e pensare allo psicanalista.

Il tedesco che mi ha insegnato hic et nunc dice che io sono un italiano atipico. È quello che mi dicono tutti. I primi due mesi mi dicono che sono un italiano atipico, poi mi dicono che sono atipico e basta, poi o facciamo amicizia o smettono di parlare con me, ma di solito smettono di parlare con me. Siamo come dei semi buttati in una terra, mi dice il tedesco. Se stiamo abbastanza tempo, poi mettiamo le radici.

Non siamo dei semi buttati in una terra, gli dico io, al tedesco. Io non sono un seme. Io sono una pianta dell’aria. La conosci la tillandsia?, gli chiedo. No, mi dice il tedesco. È una pianta dell’aria, gli dico io. Non le mette, le radici, e non le serve né l’acqua né il terriccio. Campa d’aria, direbbe mamma. Ecco, io sono una tillandsia. Il tedesco ride e dice che so un sacco di cose.

Ma non è vero che so un sacco di cose. Questo fatto della tillandsia me l’ha detto Tiziana, che è sempre gentile e forse le piaccio. Mi ha detto che non solo non basta restare e non basta esserci, in un posto. Mi ha detto che bisogna pure cercarsi: cercare gli altri e farsi cercare dagli altri, quando si ha bisogno o hanno bisogno loro. Perché le radici mica vengono fuori da sole. E invece sembra che io non cerco mai nessuno; penso solo a scrivere le storie, mangio tonno e pomodori e non cerco mai nessuno. E quando qualcuno mi arriva troppo vicino, prendo e parto. Sei una tillandsia, mi ha detto Tiziana, e mentre lo diceva mi è sembrata ancora gentile ma pure un po’ arrabbiata.

Io ci ho riflettuto e penso che Tiziana ha ragione. Lei è arrivata in Germania dodici anni fa e non la schioda più nessuno. Tiziana è una che mette un sacco di radici. Secondo me, Tiziana è proprio una radice. Tu sei una carota, le ho detto, e lei si è messa a ridere. Poi le ho chiesto che cos’è che leggeva da piccola, se leggeva il Topolino, e lei mi ha guardato strano. Se avessi uno psicanalista, io gli chiederei anche questo fatto della tillandsia e delle carote. Gli chiederei se è possibile che ogni persona è una pianta diversa. Lui non risponderebbe e invece mi chiederebbe altre cose per rimestolarmi tutto. Ma comunque uno psicanalista non ce l’ho. E mi sa che tra sei mesi parto. Pensavo di andare in Giappone, però è molto lontano e mamma farebbe un sacco di domande. Allora adesso sto imparando le città della Svezia.

Un racconto di Marco Volpe

illustrazione di Alessia Arti

Marco Volpe

Marco è nato a Roma e vive attualmente a Monaco di Baviera, dove lavora come ricercatore in ambito informatico. Studia letteratura e arti dello spettacolo. Suoi racconti brevi sono apparsi qua e là.

3 pensieri riguardo “Andarsene restare esserci cercarsi

  1. Bravissimo dottor Volpe,alias Marchetto!!! Usi un linguaggio giornalistico di pregio e ciò fa la differenza di qualità nell’ambito della categoria. In sostanza hai trasportato l’ermetismo del codice poetico nel registro narrativo. Mi dispiace che da un tedesco tu abbia appreso la filosofia dell’hic ed nunc, ma forse è stato un macchiavello strategico per condurre il lettore dentro le profondità della sottile concettualizzazione del “restare”, che automaticamente si ricollega al ruolo deontologico ed ontologico della madre. Le madri, infatti, restano…
    Sempre. Con il cuore e con l’animo, in senso greco, le mie congratulazioni e la mia stima.

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