Disciplina

Immaginate una pianura: vuota. Spunta un binario. Rotaie imbullonate a traversine, traversine affogate nel pietrisco, pietrisco raccolto sulle massicciate. Appoggiato al binario viaggia un treno, da Torino a Milano. Arriva al capolinea e torna indietro.

Un altro binario sale, da Genova alla Svizzera. Incrocia il primo a Novara e sorgono tramogge, depositi, case cantoniere. Ben presto i binari si allargano, radici esposte di un tronco industriale, segnano la periferia come solchi di un enorme rastrello. Troppi dipendenti senza alloggio; dalla terra emerge un quartiere, diviso in lotti, piccole abitazioni coi tetti di coccio e l’orto sul retro.

Augustino Barbieri, di qualifica Macchinista, appena uscito dal turno di notte tornava verso una di queste casette. Sotto braccio un pacco, avvolto nei bollettini della stazione.

Le scaaarpe! gridò la moglie dalla cucina.

Augustino si denudò i piedi e infilò le ciabatte.

Rina, stasera abbiamo un ospite.

Hai fatto tardi. Finisci alle sei e sono le otto passate. Hai bevuto? Sì, hai bevuto, si sente dal.

Solo un bicchiere, con Lando.

Sempre la stessa storia. Non ci pensi mai alla tua famiglia.

È proprio perché vi penso che ho invitato Lando.

E da quando è tuo amico?

Lando fa il barbiere e.

Lo so cosa fa Lando, ma questa non è casa di signori. Perché deve mangiare la nostra roba?

Augustino appoggiò il pacco nel lavello. Il sangue aveva già impregnato le pagine inchiostrate. La moglie si avvicinò, svolse l’incarto, estrasse mezza lepre e gettò i fogli zuppi.

Per questo ho fatto tardi. L’abbiamo investita a tre chilometri dalla città ma per fortuna c’era un riferimento. Una parte l’ho dovuta dare all’Aiuto Macchinista, ma ho preso la metà più grossa, guarda che cosce, e c’è anche il fegato.

E anziché pensare a tua figlia, vuoi farla mangiare a Lando?

Ce n’è abbastanza per quattro, e poi magari fai la polenta.

Non ci penso neanche.

Rina, ascoltami bene, tornando dalla stazione sono passato al negozio e ho cominciato a lavorarmelo. Stasera tiro fuori il vino buono e poi.

Pensi solo a bere.

Se mi lasci parlare. Stasera, dopo cena, devo.

Dopo cena? E se non volessi cucinare? Anzi, non ne ho voglia. Niente cena.

Ma l’ho già invitato…

Rina si voltò, sollevò col ferro ricurvo gli anelli della cucina economica e buttò un pezzo di legno. Guardava le fiamme in silenzio e aspettava.

Non è affar mio, disse dopo aver chiuso la ghisa.

Lo è, piagnucolò Augustino. Lando taglia i capelli a tutti i dirigenti, anche al dottor Molinari, il responsabile dell’Ufficio Personale.

E che c’entri tu con gli uffici?

Rina, lui si occupa delle sanzioni.

Hai bevuto ancora sul lavoro?

No.

Me lo avevi promesso, disse lei impugnando un mestolo.

Rina! strillò Augustino a bassa voce. Non ho bevuto sul lavoro.

Allora cos’hai combinato?

La settimana prossima decidono le promozioni e io ho l’anzianità per diventare Capo Deposito. Sai cosa vuol dire?

Rina scosse la testa.

Vuol dire smetterla di fare avanti e indietro col treno. Starei qui a Novara, turni fissi, niente notti, pranzo e cena a casa. E l’aumento.

E questo dottor Manfredi che c’entra?

Molinari. L’altro ieri, finito il turno, al deposito c’era quel ragazzo, Valentino.

Il terrone?

No, il veneto.

Udìu, peggio!

Sai che ce l’ha con me, e mi ha scritto.

Che ti ha scritto?

E che deve scrivere, una lettera? Ma no, mi ha fatto rapporto, non ho lavato la motrice.

Rina si guardò attorno per la cucina.

Per forza, disse, sei un disordinato… Se tu mi dessi retta anziché fare sempre di.

Non si lava la motrice a ogni turno, sbottò Augustino. Bisogna andare fino alla zona dei rulli, si allunga per niente, nessuno lo fa. È una di quelle stupide circolari che scrivono a Roma, alla Direzione Generale, che ne sanno quelli? Sono degli idioti che.

Sei tu un idiota: me lo dicevi e venivo io a lavarti il treno!

Rina, non si tratta di spazzare i pavimenti o togliere le ragnatele, ma poi perché siamo finiti su questo discorso? Devo convincere Lando, è importante, lui è in confidenza con Molinari e così, quando gli taglia i capelli, mette una buona parola per me.

Rina si fermò a riflettere.

Qualche soldo in più, disse poi, farebbe comodo. Tua figlia ha bisogno di ferie.

Ma se è disoccupata… replicò Augustino.

E a me serve un aspirapolvere nuovo. Perché io – e calcò parecchio sulla parola io – pulisco e lavo e spolvero, quando devo. E poi ci sarebbe da imbiancare, dici “lo faccio lo faccio” e poi stai sempre al dopolavoro a bere, ti fai pure sgridare dai terroni: peggio di così non può andare.

Augustino aprì la bocca. Ma la richiuse.

Comunque non ti preoccupare, continuò Rina, te la cucino io questa mezza lepre. Cerco qualcosa di maturo nell’orto e verrà una delizia. Mi tocca sempre levarti dai guai…

E così dicendo uscì nell’orto.

Augustino si alzò, e pensava di andare in bagno. Ma in fondo al corridoio notò la luce del mattino, che attraverso il vetro zigrinato filtrava dal salotto buono. Aprì la porta, si sedette sul divano ricoperto di cellophane trasparente. Guardò il tavolo, il centrino di pizzo, il telefono. Sollevò la cornetta e stava così, nella penombra, seduto immobile con le ciabatte ai piedi, quando sentì gridare.

Augustinooo!

Compose il numero.

Lando, disse, mi spiace ma la Rina non si sente bene. Scusa tanto ma devo annullare l’invito, faremo un’altra volta.

Posò la cornetta ma non lasciò subito la presa. Guardava il telefono, mentre le urla crescevano d’intensità, lo guardava, ignorava le grida, e sorrideva.

Illustrazione di Melissa Brusati

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