Due cose

Il notaio mi ha consigliato di andare due giorni in Puglia e, solo dopo, prendere una decisione. “Sai quanto ci teneva tuo padre”, mi ha detto.

Vista dalla strada ha l’aspetto di tutto il resto, quaggiù – interrotta, mangiata dal sale, dimenticata.

È la casa al mare in cui da piccoli passavamo l’estate, insieme a zii e cugini.

Non facevamo niente per rinnegare lo stereotipo degli emigrati che tornano al paesello: mio padre caricava la vecchia Fiat Uno oltre ogni legge fisica e partivamo la notte, come fuggitivi. A ripensarci adesso, fuggire era proprio quello che facevano i miei: se ne erano andati alla ricerca di un posto nel mondo e dieci anni dopo si erano resi conto che sarebbero rimasti ospiti per sempre, ovunque fossero andati. Vivevano soltanto quei quindici giorni, quando tornavano al loro paese. Gli altri mesi diventavano inutile pubblicità, un intermezzo noioso che sei costretto a sorbirti per non perdere neanche un secondo del film.

Erano finiti in un piccolo paesino in Toscana, dove, per una strana casualità, il cognome di mio padre era molto importante.

“Di chi sei?”, mi chiedevano i vecchi del bar, sentendo quel cognome così familiare.

“Stefano Terzi”, rispondevo io, orgoglioso. Vedevo le loro mani aggrapparsi ai ricordi, i volti tornare giovani.

“Stefano. L’avvocato? L’armatore? Il dottore?”.

“Il postino”, dicevo.

“Allora niente”, dicevano, e i ricordi arretravano come palle da biliardo nella buca dei loro occhi – ho imparato presto a deludere le persone.

Giro la chiave nella toppa e do una leggera spallata per aprire la porta. Una lontana parente di mio padre si è offerta di pulire la casa: sembra che non sia passato neanche un giorno da quando ce ne siamo andati. Le vecchie poltrone verdi, di quel verde spento che pareva esser d’obbligo negli anni Settanta, mi accolgono nell’ingresso che dà sul marciapiede, dove mia nonna e le altre vecchiette portavano le sedie e si mettevano a veglia. Parlavano per ore ma non decidevano mai niente, simili a un parlamento.

Entro in cucina e vedo il dito di mia zia rompersi di nuovo, chiuso tra lo stipite e la porta a vetri che mio cugino, scappando, aveva sbattuto con violenza perché non voleva l’insalata ma la focaccia.

Mio padre mi portava a prendere la focaccia tutte le mattine, prima di andare al mare. La mangiavo in spiaggia, nascosto sotto l’ombrellone, e ricordo la gioia che provavo nello scartare la carta stagnola, nel mordere quel misto di sabbia e sale e pomodori – era come masticare il mare.

Attraverso il corridoio ed entro nella corte esterna: il tempo dilata le misure e aumenta le distanze, e non posso fare a meno di pensare che la ricordavo più grande. Lì, la sera, io e i miei cugini venivamo messi in fila al muro. I nostri genitori ci lavavano con la canna dell’acqua, e noi, nudi e zuppi e infreddoliti, saltellavamo qua e là, prigionieri giustiziati con la felicità. Dopo cena, mio padre mi caricava sulle spalle e andavamo a fare lo struscio in paese. Prendevo il cono cioccolato e fiordilatte da 1000 lire e pensavo che quei momenti non sarebbero mai finiti: le cacce al granchio tra gli scogli, mio padre che catturava le meduse senza farsi male, mia madre finalmente sorridente. Eravamo una cartolina a tempo determinato, ma non lo sapevamo.

Entro in garage e, tra secchielli, palette e vecchi braccioli, vedo il mio Chicco Rodeo. Una sera mia cugina più grande mi spinse troppo forte, il cavallino incocciò su un marciapiede e mi disarcionò. Mi ruppi il mento e cominciai a frignare: mio padre mi portò al pronto soccorso e mentre mi ricucivano diceva “andrà tutto bene”. L’ago si infilava nella mia pelle, io piangevo, e lui diceva “andrà tutto bene”.

Mentiva.

Presto saremmo andati via per non tornare più.  Presto saremmo, in un modo o nell’altro, morti tutti.

Ora al mare vado con gli amici della mia ragazza, in albergo. Prenotiamo il gazebo sulla spiaggia e i camerieri ci portano frutta fresca e birra. Quando usciamo a prendere il gelato non so mai cosa scegliere: puffo, gelato snack, frutto della passione, nutella, tre versioni di cioccolato.

Tutti continuano a dirmi che sono cresciuto, che è il momento di fare le cose da uomo vero, tipo tagliarsi i capelli e aprire partita IVA e magari comprarsi qualcosa, qualsiasi cosa, a rate.

Ma io mi sento ancora su quella spiaggia. La sabbia in bocca, mamma che mi corre dietro per spalmarmi la crema, le mie urla attutite dal rumore delle onde e dai richiami dei gabbiani, mio padre che seduto sulla sdraio legge La Gazzetta dello Sport e ci guarda di nascosto. Sorride.

“La tengo”, scrivo su WhatsApp al notaio.

Mio padre mi ha lasciato due cose: la prima è una casa al mare.

La seconda è lui che non c’è più.

 

Un racconto di Dario Picchiotti

Illustrazione di Giulia Canetto

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