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Domenica

Mancavano quante, sei giornate?

Il campionato stava finendo e lui si trovava in una situazione dannatamente fastidiosa: la sua squadra era seconda in classifica, a due punti di distacco dalla prima; la sua donna (anche se una donna non è mai veramente di qualcuno, anche se spesso tende a lasciarglielo credere) tifava per la squadra in testa; l’Università stava finendo; quella città stava finendo; e lui sarebbe dovuto tornarsene nella sua città, lontano da lei. (Come spesso capita quando si sta per lasciare un posto, si incontra sempre La-Donna-Perfetta-Di-Cui-Innamorarsi alla fine del viaggio, così anche lui aveva incominciato a credere che forse, ma forse, quella città poteva davvero diventare la sua città – qualunque cosa avesse potuto significare – anche se, calcisticamente parlando, quella città era il Territorio Nemico ed era più triste di un bancomat che ti incula la carta di credito il venerdì sera.)

Lui era di Roma e tifava Roma; lei era di Torino e tifava Juve. Lui era un fuori-sede; lei era di casa. Il calcio non si era mai intromesso nel loro rapporto, se non con brevi e sporadiche uscite per stuzzicare l’altro alla domenica (“allora avete perso un’altra volta, eh?” – “ne parliamo a maggio”), quelle sante giornate passate sul letto di lui a mangiare pizza surgelata che poi veniva usata come tamburo per accompagnare la chitarra nelle interminabili jam session notturne assieme coinquilini (e vi assicuro che gliel’ho davvero vista suonare: era una pizza margherita: emetteva un suono sublime).

Il fatto è che quei due si amavano; se lei non fosse stata indietro di un anno con gli esami forse sarebbe partita con lui, l’avrebbe sposato, aiutato a costruire quella casa di mattoni a San Cristobal de Las Casas (Chiapas, Messico) per vivere felici e contenti, allevando pecore e coltivando marijuana. Avrebbe lasciato Torino, chissà, o lui si sarebbe fermato più a lungo (un amore non è soltanto una scusa per fermarsi in un posto). Erano persone mature. Sapevano di avere un’età in cui tutto cambia troppo in fretta e bisogna essere pronti a prendere le decisioni al momento giusto, per non finire sommersi dal fango di un lavoro che presto si rischia di detestare, e che si sarebbe infiltrato all’interno della loro relazione lentamente, lentamente, ma corrodendo anche tutto il bello che era stato costruito. Avevano visto insieme La La Land al cinema e avevano riso, poi avevano pianto, poi si erano stretti le mani nel buio della sala del Cinema Nazionale sussurrandosi parole dolci.

L’apparente inconciliabilità delle loro vite li aveva portati a conoscersi, fondersi, e innamorarsi. Era una tipa tosta, lei. Sapeva che era proprio quel pizzico al culo a farle venire voglia di camminare sul pavimento (liscio, scivoloso) dell’amore; quel non sapere con certezza dove avrebbe portato. Lui provava la stessa sensazione con la Roma, l’eterna seconda in classifica, che lo faceva bestemmiare in maniera direttamente proporzionale alla gioia che gli avrebbe dato un’inaspettata vittoria contro la di lei squadra. Credo di non aver mai visto una coppia più felice.

Però dei piccoli temporali cominciarono ad affacciarsi sui loro volti. A ridosso della laurea si fecero più taciturni. Era maggio, il caldo si era fatto insopportabile ed entrambi non volevano pensare a quel che sarebbe successo dopo.

Dopo.

Si chiedevano come va? Bene, e tu? Alla grande, ma vedevano nuvole invisibili passare davanti agli occhi dell’altro e lasciavano il discorso lì. La data di laurea di entrambi era fissata un giorno dopo la fine della Serie A. Bisognava affrontare quel discorso, prima o poi. Quel discorso.

E il poi arrivò.

 

La notte della partita Roma-Juve erano sdraiati sul letto a bere birra e mangiare patatine. Sullo schermo le due squadre si sfidavano per il titolo finale. Lei era stata in silenzio per tutta la sera. Non aveva nemmeno ipotizzato di guardarla altrove, la partita. Sapeva che sarebbe successo quella sera, e che avrebbe dovuto guardarla lì. Sperava in un pareggio.

Lui, al contrario, voleva che la sua squadra vincesse. Era stufo di vederla perdere. Era stufo di tifare e tifare e poi spegnere il Mac bestemmiando. Voleva vincere. Voleva poter scendere al bar degli juventini sotto casa e sfotterli tutti, dal primo all’ultimo, come sperava di fare da tre anni a quel momento.

Inaspettatamente fu lei a dire, a un certo punto del secondo tempo, quando le squadre erano ancora sullo zero a zero, siete molto più forti voi, meritate di vincere.

Lui la guardò come avrebbe guardato la moglie del capitano masturbarsi con un poster di Paolo Di Canio. La guardò così tanto che non sentì il gol arrivare, perché si era già chinato a baciare quelle labbra che restavano sempre dolcemente screpolate, anche in primavera.

Un racconto di Andrea Gatti

Illustrazione: Alessia Armari

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