la vestizione-Narrandom

La vestizione

Prima cornice

 

Elisa è davanti allo specchio. La camera è verniciata di fresco, i mobili bianco e lilla sono sparpagliati in grosse forme geometriche, come giocattoli caduti dalle mani di un bambino. Nella cornice due occhi azzurri illuminano il suo volto: labbra morbide e lucide e guance rosa spolverate come zucchero a velo.

Quando la madre compare nello specchio, un odore di lavanda si diffonde in tutta la stanza.

«Ecco qui, tesoro», le mani della donna raccolgono un mazzetto di capelli biondi per legarli in un elastico.

La bambina inclina la testa a sinistra, si guarda di sottecchi il codino e lo fa dondolare davanti agli occhi. Sembra la coda di un mini pony – pensa.
La madre le raddrizza il viso e sistema l’altro codino.

«Guardati, come sei bella» e si abbassa a farsi incorniciare il volto, insieme alla figlia. I capelli della madre – di un biondo castano – hanno l’odore buono del balsamo, e sono piegati in un’onda incantevole, la bambina ne segue la curva col dito.

«Mamma, esistono gli specchi che fanno le foto?»

«Non lo so se esistono, dovrebbero inventarli però. Sarebbe proprio una bella foto.»

Insieme guardano allo specchio lo schiocco del bacio della madre sulla guancia della figlia.

«Oggi ne faremo tante di foto, tesoro.»

«Anche quando soffio le candeline, che quest’anno voglio farcela da sola.»

«Certo.»

«E poi le mettiamo sul pianoforte?»

«Le mettiamo sul pianoforte.»

My mama told me when I was young

We are all born superstars

She rolled my hair and put my lipstick on

In the glass of her boudoir

 

«Manca il rossetto, mamma.»

«Giusto, il rossetto!»

Mentre la bambina sorride, la donna corre fuori dalla stanza e torna con due piccoli cilindri in mano. Consegna il burro cacao alla figlia. Elisa osserva in riflesso della madre: tolgono la guaina di plastica, ruotano la base finché il rossetto non piroetta all’insù, se lo passano sulle labbra dischiuse. Lo specchio rimbalza il bacio di una sulla guancia dell’altra.

«Andiamo adesso, tesoro. Non vorrai far tardi alla tua festa.» Le sistema per bene il colletto bianco del vestito, la prende per mano, e scompaiono oltre la cornice.

 

Seconda cornice

 

Tolgo la guaina di plastica, ruoto il rossetto – glitter pronti a illuminarmi –, me lo passo sulle labbra, più volte. Seguo il contorno delle palpebre con l’eyeliner e finisco il tratto con uno sbuffo all’insù. Poi ripercorro la linea, voglio più spessore. Sfumo un ombretto color ciliegia, fino alle sopracciglia. Prendo la coppia di ciglia finte lunghissime dal mio banco di lavoro e le applico con cura. Sbatto gli occhi un paio di volte e finalmente mi riconosco. Le lampadine mi illuminano nello specchio. Stasera è la mia festa, e questa volta dev’essere tutto perfetto. Aggiungo un brillante all’angolo dell’occhio.

 

Don’t be a drag, just be a queen

Don’t be a drag, just be a queen

Don’t be a drag, just be a queen

Don’t be

 

Controllo di avere la pelle ben liscia, poi ruoto il pennello nel blush, scarico l’eccesso di colore sul dorso della mano e applico la polvere sulle guance. Definisco le sopracciglia, facendo attenzione che abbiano la stessa inclinazione, che si spezzino nel punto giusto, esattamente sopra l’angolo esterno dell’occhio. Sento già le urla coprire la musica fuori dalla porta. Mi stanno aspettando. Lascio che un sorriso interrompa la mia trasformazione. Ho i capelli corti e già appiattiti dal gel. Prendo la parrucca dalla boccia di plastica e me la accomodo sulla testa. Il mio viso è incorniciato da tante onde di sole. Schiocco un bacio vuoto allo specchio, non so chi raggiunge. Questa è la mia festa. Mi alzo e le luci sopra il vetro mi accecano come il flash di una fotocamera. Mi liscio le plissé del vestito rosso. Scompaio dalla cornice e mi immergo nella musica al neon.

 

I’m beautiful in my way

‘Cause God makes no mistakes

I’m on the right track, baby

I was born this way

 

Seconda fotografia

 

Vedo dei fili biondi tremare davanti ai miei occhi. Trema la luce di un lampione lontano, mi acceca. Sento il sangue agitarsi sotto gli occhi, comprimermi le pupille, i capillari che esplodono. Un cazzo si agita sopra la mia faccia. Sento odore di sporco, di piscio. Me lo strofinano sul viso. «Apri la bocca, puttana». Mi premono la testa. Il sapore mi nausea, spingo indietro i conati. Avanti e indietro. Mi ficcano il cazzo giù in gola, non respiro. Il rumore umidiccio della pelle che scorre nella mia bocca, sempre più veloce, tra le mie labbra scintillanti. Perdo saliva e glitter. Sangue argentato. Lasciano la presa e mi stacco dal cazzo. Il rumore di un tappo che salta via dallo spumante. Mi tengono fermo. Mi tirano il vestito, lo sporcano di unto. Godono.

 

Don’t hide yourself in regret

Just love yourself and you’re set

I’m on the right track, baby

I was born this way

 

Godono e si dimenano. Mi trovo ricoperto di sperma, di saliva, delle mie lacrime nere di mascara esausto. I miei capelli sono tutti impiastricciati. Uno di loro mi strappa il vestito e mi prende da dietro. Mi divincolo. Un pugno mi colpisce la tempia. Non sento più la musica, non sento più niente. Tutto pulsa. Rivoli rossi e neri mi scorrono sugli occhi gonfi. Si spingono dentro di me, più forte, fino in fondo. Urlo e non sento la mia voce. Cado per terra. Sento qualcosa spezzarsi nel petto. Loro continuano, più forte. Il ritmo, lo schiocco sul mio culo, gli sputi, gli schiaffi mi premono contro l’asfalto. Ho il loro peso su tutto il corpo, l’alito e l’alcol che mi fiatano sul collo. Li sento gemere, ricoprirmi di fluido caldo e denso. Poi ancora odore di piscio. Mi tirano un calcio nel ventre. Hanno spezzato ogni cosa, contaminato in ogni punto il mio corpo inesatto. Tumefatto e sporco. Il brillante all’angolo dell’occhio brucia. Poi, finalmente, mi sembra di sentire degli sportelli sbattere e un motore che si allontana. Mi giro sulla schiena dolorante. I miei capelli sono scomposti sul marciapiede. Guardo il lampione. Lascio che mi abbagli. Vorrei che quel flash accecasse le mie pupille, che mi bruciasse il nervo ottico fino al cervello.

 

Prima fotografia

 

La madre le liscia il vestito, sistema il colletto bianco di Elisa.

Svita il tubetto di burro cacao e glielo passa sulle labbra – sono screpolate, violacee –, poi carezza la guancia pallida della figlia, si avvicina e imprime un lungo bacio; tiene gli occhi chiusi.

La stanza di Elisa, tutta bianca e lilla, è piena di fiori.

Si sposta davanti allo specchio facendo attenzione a non incrociare il proprio sguardo, solleva una piccola parrucca dal supporto. Raggiunge la figlia, alza la testolina e sistema la parrucca, poi la riaccomoda sull’imbottitura bianca.

La madre spazzola i capelli di Elisa, poi prende un mazzetto e ne fa un codino. Le gira la testa e fa lo stesso con un’altra ciocca. Al tatto sono fiacchi, i capelli della figlia, il colore adesso vira sul biondo cenere.

Distoglie lo sguardo e incontra lo specchio, che sembra voler scattare un’ultima fotografia.

Andiamo adesso, tesoro. Non vorrai far tardi alla tua festa.

Se socchiude gli occhi, le sembra di vedersi ancora mentre le sistema per bene il colletto del vestito, prende per mano sua figlia, e scompaiono oltre la cornice.

 

 

Illustrazione di Jasmine Milanesi

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