Cerniere

Non c’era niente da fare: che la prendesse a calci o a spallate come i poliziotti nei film con le sparatorie, la porta non si spostava di un millimetro. Marco gridò le parolacce che i suoi compagni gli avevano insegnato, arrabbiatissimo, mentre picchiava i piedi sullo zerbino due, tre, quattro volte, fino a farsi venire il fiatone.
Dato che la forza bruta non serviva a niente, passò al piano B: si mise a riflettere. Chiuse gli occhi e respirò dieci volte a bocca aperta come Beatroce, la psicocosa, gli aveva insegnato, e cercò di analizzare la situazione.
La casa aveva due entrate, una davanti e una dietro: quella dietro era chiusa di sicuro perché, dopo l’incidente di Sibilla, sua madre aveva fatto mettere una serratura nuova e se c’era qualcuno che poteva avere la chiave, di certo non era lui; la porta davanti era proprio tutta nuova, di quelle col sistema antiladro, che se rimani chiuso fuori e sei senza chiavi, non c’è modo di rientrare.
Pensò alle finestre: ne contò nove, ma per sicurezza fece il giro di tutta la casa. Si accorse che in bagno la luce era rimasta accesa e questo voleva dire una cosa sola: ramanzina del “quante volte te lo devo dire la luce le bollette le paghi tu eccetera eccetera” assicurata.
Si ritrovò di nuovo davanti alla porta. Si sedette sullo zerbino ma si punse il sedere, urlò dalla frustrazione e, quando si calmò, lo girò al contrario, ben attento a non pungersi anche le mani. Appoggiò la schiena sull’enorme vaso a due manici che i suoi usavano come posacenere, incrociò le braccia e le gambe contemporaneamente, come fosse un capo indiano, e chiuse strette le labbra; sua madre si sarebbe infuriata, poco ma sicuro.
Che poi non era nemmeno tutta tutta tutta colpa sua.
Uno, la porta era inapribile.
Due, era uscito giusto un attimo, ordine dall’alto: doveva controllare la posta per – manco a dirlo – sua madre, che aspettava chissà quale lettera. Che comunque mica era arrivata.
Tre, e qui il nervoso vero e proprio, aveva lasciato sul tavolo della cucina il suo castello di re Artù, con le catapulte e tutto il resto, in un momento delicatissimo: le torri erano fatte, il muro di cinta pure, ma non aveva ancora capito come unire i pezzi. Era chiaro che, con un pensiero del genere in testa, lo spazio per ricordarsi le chiavi proprio non c’era.
Ora era chiuso fuori casa. Per un attimo pensò di chiamare Sibilla, ma l’idea gli passò per la testa così com’era venuta, in un colpo. Sentì dei passi in cucina e, quasi si fosse sentita chiamare, Sibilla si fermò dietro la porta.
«Sibilla… Mi senti?»
«Certo che ti sento. Sei rimasto chiuso fuori?»
«Mi apri, per favore?»
«Aspetta un momento, cerco le chiavi».
Almeno ci aveva provato. Non ci aveva sperato neanche per un secondo, Sibilla aveva ormai deciso di passare i suoi giorni cercando modi sempre diversi per rovinargli l’esistenza.
Non bastava essersi preso la colpa di tutto, doveva pure sorbirsi l’alito puzzolente della psicocosa che tre volte a settimana gli faceva fare gli esercizi di respirazione. Per non parlare delle macchinine sequestrate, la pista nascosta, il cioccolato chiuso in una mensola in alto e, soprattutto, niente giochi con le armi, quando poi era successo una sola volta. Una sola.
Sibilla gli aveva distrutto l’astronave di Lego. Lo aveva fatto apposta, l’aveva presa e lanciata al bordo del tavolo finché era caduta in mille pezzi. Ci aveva impiegato due pomeriggi interi, buttati a terra per che cosa, poi? Perché le tempere e le altre cose stupide da femmina non ci stavano.
Sibilla si era messa a ridere. “Oh-oh, non ha decollato” aveva detto.
Così Marco, in preda al demonio, aveva preso la mano della sorellina, l’aveva trascinata per la cucina e le aveva infilato le dita nella cerniera della porta, dopodiché aveva cercato di chiuderla.
Una volta sola.
Ma Sibilla si era messa a piangere come una pazza, aveva ritirato la mano di colpo e si era buttata a terra per un po’. Gli era sembrata tutta un’esagerazione: si era chiuso anche lui le dita nella porta, tempo prima, aveva fatto male, ma non da fare tutte quelle sceneggiate.
All’ospedale le avevano ingessato la mano, ma per poco, infatti era tornata subito a casa, a lei una maxi valigetta con pennelli, acquerelli, tempere e tutto, a lui Beatroce.

Ripensò a quell’episodio mentre era fermo davanti alla porta, il vento cominciava a soffiare. Di lì a poco la luce del sole si sarebbe abbassata e qualcuno tra sua madre e suo padre sarebbe arrivato. Era solo questione di tempo.
Si alzò e andò alla finestra della cucina; si arrampicò senza difficoltà sul cornicione e schiacciò il viso contro il vetro.
Il castello era lì anche se, diviso com’era in due pezzettoni, sembrava bombardato.
Sbuffò. Diede un’occhiata alla cucina e si accorse che, sotto al lavello, c’era un mattoncino di Lego, grigio e quadrato, che si apriva in due per mezzo di una piccola cerniera. Senza quel pezzo sarebbe stato impossibile unire le due torri. Sorrise e si sentì più sereno.
Era stata una fortuna l’essere chiuso fuori casa, diceva tra sé, perché magari da dentro non si sarebbe accorto del pezzo mancante.
Ciò che non vide subito fu sua sorella. Era entrata in cucina e lo guardava.
Marco guardò lei, poi il pezzetto di Lego a terra, poi il castello. Non si sentiva preoccupato: anche se Sibilla lo avesse distrutto, ora sapeva come costruirlo.
Ma lei non lo fece.
Prese invece il pezzettino di Lego e si allontanò dalla cucina, Marco scese immediatamente dal cornicione e sentì il cuore battergli fortissimo in gola. Corse intorno alla casa, cercando di seguire i suoi passi. Lo stomaco si contorse tutto e la paura gli fece venire da urlare, non sapeva se parolacce o preghiere, e nel dubbio le disse tutte e due.
Sibilla si fermò in bagno, davanti alla finestra, e scostò la tendina sottile. Marco la vedeva illuminata da una luce diabolica. Lei gli sorrise, gli mostrò il pezzettino di plastica tenendolo con due dita, lo portò prima alla finestra e infine alla bocca. Lo buttò giù. Dopodiché uscì dal bagno e spense la luce.
«Spero che soffochi!»
Marco sentì le prime lacrime agli angoli degli occhi, ma le fermò. In fondo aveva quasi nove anni, in pratica era un uomo, e gli uomini non piangono. Sono le femminucce, a piangere. Le deboli. Come sua sorella.
Bloccò i singhiozzi e si passò le dita sugli occhi bagnati. Si ritrovò all’ingresso e guardò il vaso, i manici curvi gli sembravano le braccia di sua madre quando lo sgridava.
Gli venne un’idea geniale.
Con entrambe le mani lo sollevò, facendo versi come se fosse Batman che salvava i bambini bloccati sotto un’auto. Poi, con attenzione, si abbassò sulle ginocchia, staccò una mano e la infilò sotto al vaso, che cadde sulle sue piccole dita.
Intanto il sole era calato, e il viso dolorante del bambino fu avvolto dal primo manto nero della sera.
Gli sembrò di sentire le sue dita frantumarsi e, mentre sgorgavano le lacrime, si mise a ridere.
Chi se la becca, ora, la psicoterapeuta?”, Pensò.

Illustrazione di Melissa Brusati   

 

Martina Marasco

Martina nasce a Varese il giorno dell’amore, circondata dai sette laghi e dalle parole di Stendhal. Non ha mai imparato a gestire la rabbia, le cose e le persone, così ha cominciato a scrivere. Ama i cani, al punto che di solito ci si fidanza e ride al pensiero di aver scritto la sua biografia in terza persona.

Un pensiero riguardo “Cerniere

Lascia un commento