Dan

In un giorno piovoso di qualche anno fa, al secondo piano di un vecchio rudere nei sobborghi di una grande metropoli luminosa, Dan il fotografo aveva stappato una bottiglia di champagne per festeggiare la pubblicazione del suo primo catalogo di scatti d’autore. Il tappo somigliava a un piccolo fungo porcino; era schizzato via in linea retta verso il muro, aveva colpito la cornice esterna della foto di un micetto grigio in un calzino rosso di Natale – il primo scatto che Dan avesse mai venduto- poi si era parabolicamente infranto sul parquet, rotolando lemme lemme sotto il mobiletto dello stereo.

La mattina dopo, terminata la festa, Dan il fotografo aveva pulito l’appartamento e, spazzando per terra, aveva ritrovato il tappo tra la polvere; l’aveva raccolto, spolverato con cura, se l’era girato e rigirato tra le mani, squadrandoselo per bene manco fosse un pezzo incredibile di pop-art, e da quel momento non se n’era mai più separato.

In un primo momento si limitava a portarlo con sé, era il più anticonvenzionale degli antistress: l’aveva con sé quando andava a fare la spesa, con sé quando si appostava per scattare una fotografia al tramonto, l’aveva al suo fianco quando mangiava e guidava, quando usciva la sera e andava al cinema; ma presto questo cominciò a non sembrargli più abbastanza.

Innanzitutto perché le persone avevano cominciato a chiamarlo Dan “tappo di sughero”, un nome che a onor del vero non gli piaceva molto, e a fare strane domande su quell’oggetto che si portava sempre appresso, domande alle quali effettivamente lui non sapeva quasi mai dare una risposta: perché il motivo per il quale fosse così legato a quel tappo, tanto legato da non potersene più separare, Dan il fotografo non lo sapeva affatto; e poi perché aveva cominciato a temere di perderlo, quel tappo, o di rovinarlo quando ad esempio doveva fare una doccia.

 

Allora aveva deciso di praticargli un foro sul cappello e ci aveva infilato un cordino dentro; poi se l’era messo al collo, sempre con sé, ma sempre occultabile agli sguardi indiscreti, il suo meraviglioso e insostituibile tesoro personale, e con una bustina di plastica per la conservazione dei cibi gli aveva ricavato una cuffietta, in modo che potesse fare la doccia con lui senza gonfiarsi come un pulcino bagnato. Aveva anche pensato di dargli un nome, soprattutto per una questione di facilità dialogica, stranamente però gli veniva in mente solo Andrea, e Andrea non era un nome praticabile, quindi alla fine non se n’era fatto niente.

Nonostante questo, la vita di Dan il fotografo andava avanti regolarmente. Almeno fino alla mattina in cui, svegliandosi, si rese conto che diventato così piccolo da ritrovarsi davanti il tappo di sughero e guardarlo come si guarda il più alto grattacielo mai visto nella propria vita.

Proviamo così: Almeno fino alla mattina in cui, svegliandosi, si rese conto di essere diventato così piccolo da ritrovarsi a guardare il tappo di sughero come se fosse il grattacielo più alto mai visto nella propria vita.

In quel momento, Dan si sentiva completamente perduto; nel bel mezzo di quell’immensa distesa di coperte accartocciate come un oceano in tempesta, su quel mondo di letto da cui non sarebbe riuscito a scendere mai più, e senza acqua, né cibo, con stupide mosche che diventavano mastodontiche predatrici: quanto avrebbe mai potuto sopravvivere così?

La disperazione lasciò posto alla speranza, tuttavia, quando piangendo e gridando con furore, alzando lo sguardo si rese conto che sulla parete del tappo, proprio lì davanti a lui, s’intravedeva una porticina illuminata, come se effettivamente il tappo potesse essere l’accesso a qualcosa.

L’assurdità della situazione tutta spinse Dan a non farsi più molte domande in merito, così il fotografo prese fiato, con la manica del maglione si asciugò le lacrime ed entrò.

C’è un castello scavato nel sughero del tappo, un castello come quello di Neuschwanstein; ma di sughero: e nella sala del trono di sughero, oltre le torri di sughero, sotto i lampadari di sughero e le fastose camere con i baldacchini in sughero, c’è un ragazzo piccolo, piccolo che di sughero non è. Si tratta di Bobby lo scapestrato.

Quando Dan il fotografo lo incontra i due si conoscono già; Dan non ci crede che possa essere lui, ma quando poi si abbracciano ogni dubbio vola via. Come una nuvola di fumo, PUFF!

Dan il fotografo gli chiede se tutto questo l’ha fatto lui. Bobby lo scapestrato gli risponde di sì; dice che ogni mattina, da quando si sono persi di vista, prende il piccone e comincia a scavare, e scava, e rifinisce, e scava ancora, ché da grande voleva fare il costruttore, gliel’aveva detto tante volte quand’erano piccoli, ma non sa se ora lui se lo ricorda. Gli chiede, te lo ricordi?

Dan il fotografo risponde di sì.

E poi tu sei diventato fotografo come volevi?

Dan il fotografo ci pensa; poi risponde di sì.

Dan si sveglia. Ha il fiatone.

Si scosta le lenzuola di dosso, guarda un poco il soffitto, poi si mette su. Con le mani si tasta il petto, cerca il tappo che si porta appresso da qualche mese, non è sicuro che ci sia.

Ma il tappo c’è, e di sughero è la porticina troppo piccola per essere vista, ma troppo importante per non essere intuita, come di sughero sono la sala e il trono, i baldacchini, i lampadari e le fastose camere che accolgono Bobby, il ragazzo piccolo, piccolo che di sughero non è.

Dan il fotografo se lo toglie dal collo e apre un cassetto del comodino. Lo stringe un poco tra le mani, respira profondamente; poi lo mette giù. E chiude.

Sorride, Dan, e sa che questo sorriso arriverà a Bobby; e sente anche finalmente a cosa servono questi ricordi, che alcune volte sono belli e altre fanno tanto male, male ché sembra che ti squarcino il petto, male infinito: ad essere scordati senza sosta, ad essere scordati di nuovo.

 

Illustrazione di Tancredi Vasile

 

Luca Marinelli

Luca nasce tanto tempo fa in un carciofo alieno, a Roma sud. Per questo si è appassionato alla fantascienza. Vorrebbe vincere il premio Nobel per la pace e/o essere nero come il suo mito Barack Obama.

2 pensieri riguardo “Dan

  1. Che dire, i brevi racconti di Luca, sono come note di una sinfonia, equilibrati e armoniosi. Ti trascinano tra una nota e l’altra è ti conducono ad alzare il volume, per accentuare le emozioni, sempre molto intense. Dan, lui ti trascina in quel tappo di sughero e ti coinvolge e ti fa aprire quella porticina. La porticina ti conduce in un mondo di sentimenti al cubo. Bravo Luca Marinelli, non puoi non dare questo al mondo.

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