Marinelli_Maria Chiara Cannelli

Paranoie

Lidia fa la doccia. Non usa la spugna, solo le mani.

Ha tredici anni e il corpo di una donna. Le sue dita sanno dove andare, si muovono ovunque sulla pelle bagnata. I capezzoli sbucano dall’areola, guardano fuori come pasta d’acciughe spremuta dal tubetto. Curiosa li lecca con la punta della lingua: sanno di acqua dolce, e basta. Il getto tiepido scorre su tutto il corpo e sgocciola sui peli del pube. Lidia ha voglia, e preme la mano sui ricci scuri.

Due notti prima, un orgasmo l’ha sorpresa nel sogno. La pancia ritirata e i glutei stretti l’hanno accompagnata nelle contrazioni del venire. La mattina ha faticato ad alzarsi dal letto: uscito il piacere, le carni si sono riempite di sonno.

Per tutto il giorno a scuola ha ripensato all’appagamento della notte, e anche adesso, mentre si tocca, ripercorre le sensazioni provate. Sotto l’acqua, tra la pelle e le calde pieghe, le sue dita sono ancor più scivolose.

Cosa direbbero i miei genitori se mi vedessero ora.

Lidia chiude le cosce. Nella sua testa invece, le malelingue non serrano la bocca: sputano sentenze.

Per i maschi è una cosa naturale. Loro devono.

Incistate in Lidia da anni di buona educazione e catechismo ci sono le voci delle pettegole. Menano opinioni le vedove che non godono più. Coi fazzoletti sul capo, si sfogano sulla gioventù e sulla carne che pulsa.

Fluido fertile quello dell’uomo. Veleno, quello del rettile con la testa a triangolo.

Naturale… il mio corpo non è forse natura? E rispedisce le vedove a blaterare ai mariti; sotto terra al cimitero, loro sì che sanno ascoltare.

Lidia allora schiude le gambe. Tra le natiche, insieme alla sua mano, la voglia continua a farsi sentire.

Se pecco verrò punita, mi accadrà qualcosa di brutto. Scivolerò uscendo dalla doccia? Cacciate le comari, nella testa di Lidia, le paure ne prendono il posto.

Con le dita ritorna avanti, sul rilievo che le dà più soddisfazione. Si stacca un pelo dal pube. Il bulbo è cicciotto come uova di pidocchio. Da piccola non era mai riuscita a schiacciare le lendini, le sue unghie erano sempre corte. Ora invece le ha lunghe e con quella affilata dell’indice si tocca il clitoride. Come il filo di rame che sguscia dalla guaina, avverte la scossa del piacere.

La spugna ruvida del guanto di crine è l’ideale: strofina.

Mamma e papà faranno un incidente nel ritornare a casa?

Non riesce a trattenersi, teme le conseguenze del suo peccato, ma decide di godere.

Esce dalla doccia con cautela. Fissa i piedi sul tappeto per non scivolare e sbattere la testa sul bidet. Va nella camera dei genitori. Qui lo specchio è grande e proprio davanti al letto, nota solo ora. Sfila uno dei cuscini dal piumone e se lo mette tra le cosce. Inizia a muovercisi sopra, appiattendosi nei momenti giusti. Non ha ossa, ha solo polpa. Si guarda e si piace.

Mi trasformerò in un mostro. Mi si sbrandellerà la pelle come una lebbrosa.

A smembrarsi invece sono solo le seconde labbra, quelle che a contatto con il cuscino si schiudono di più. Sta per venire, avverte il freno prima della spinta. Si merita tutti gli attimi dell’orgasmo, e sospira ad alta voce. Il cuscino si bagna; dirà che si è addormentata sul letto senza asciugarsi i capelli.

È soddisfatta solo nel corpo. Le bocche del sesso, ormai sazie, hanno smesso di reclamare; ma una nuova voce, quella della coscienza, si fa sentire più forte.

Prudente, con il rubinetto del lavandino chiuso, Lidia ora usa il phon. I tanti capelli neri svolazzano al rumore dell’asciugatura e le coprono il volto. Ha paura di guardarsi.

Mi troverò i segni del diavolo. Porta in giù la testa per raggiungere la nuca e la distesa di capelli scende fino alle ginocchia.

Quando risalirò dandomi la spinta sbatterò al lavandino; mi romperò la testa e il mio viso sarà quello di un’indemoniata.

La chioma è ormai asciutta, con prudenza solleva il capo. Frenetica si libera il volto dalle ciocche. Le sue dita sono ruspe che portano i capelli dietro le orecchie. Si scopre: è quella di sempre.

Fissa la sua immagine in fondo allo specchio. Sente di avere il peccato dentro. Di proposito non si mette a fuoco, smorza lo sguardo e spalanca gli occhi. L’incarnato perde colore, la faccia è senza espressione.

«Dove sei?» dice, rabbrividendo nell’ascoltare le sue stesse parole.

Aspetta che il demonio le spunti da dietro, la afferri per i capelli e la trascini tra i peccatori.

Ha ancora il gelo addosso quando sente le chiavi nella serratura di casa. Nell’infimo dei suoi pensieri quel rumore la riporta in sé.

Apre la porta del bagno, i genitori le sorridono con le buste degli acquisti.

Si tranquillizza, non sono imbrattati di sangue. In casa non è più sola e la paura l’abbandona.

«Ciao amore. Hai studiato?» chiede la mamma.

«Sì, certo» risponde Lidia dal bagno.

«Ti ho preso la felpa che volevi, quando hai finito, vieni a vedere se ho indovinato la taglia».

Lidia smette di pettinarsi, posa la spazzola tra il rossetto e il deodorante e va di là.

«Grazie mamma, è perfetta» dice subito dopo averla indossata.

In camera da letto si guarda allo specchio.

Si vede bella e luminosa.

Un racconto di Laura Marinelli

Illustrazione di Maria Chiara Cannelli

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