Drop

Ho accarezzato mio figlio e me la sono ritrovata in mano. Piccola. Trasparente. Morbida.

Ho pensato a un residuo, il frammento di un giocattolo. L’ho tenuta un po’ tra le dita, stringendola tra il pollice e l’indice. Era flessibile e turgida, poi l’ho gettata nell’immondizia.

La sera, mentre mi struccavo, è successo di nuovo, questa volta diverse palline. Sono cadute nel lavandino. Si potevano appena distinguere nello scroscio dell’acqua. Sembravano gocce in sospensione, ho osservato le curve che disegnavano prima di confluire nel gorgo dello scarico.

A cena mi sentivo strana, gonfia. Mentre servivo il pasto ai bambini avevo la nausea. Non mangi niente?, ha chiesto mio marito. Non ho fame, gli ho risposto, ho spiluccato qualcosa prima.

La notte ho riposato male. Tutte le posizioni mi risultavano scomode. Il giorno dopo ho accompagnato i bambini a scuola e sono andata a correre lungo il fiume. Era una giornata radiosa, l’acqua scorreva placida, e io mi sentivo leggera.

Rientrata a casa ancora quel senso di pesantezza, di stanchezza. Mentre m’insaponavo sotto la doccia ho percepito qualcosa che faceva attrito nascosto nella schiuma, ho lasciato che il getto d’acqua ripulisse le mie mani riunite a cucchiaio. Ancora palline trasparenti. Alcune erano sotto i miei piedi, non riuscivano a filtrare nello scolo. E mentre mi asciugavo l’ho vista. Era una lacerazione superficiale, all’interno del polso. Si notava appena perché non usciva sangue, ma i due lembi di pelle erano sottilmente aperti. Uscivano da lì.

Ho provato a stringere la ferita, non provavo dolore, volevo solo interrompere quella strana perdita. Se premevo ne uscivano altre. Allora ho deciso di chiuderla con un cerotto, ho scelto la misura che corrispondesse alla lunghezza della ferita, circa tre centimetri. Mi sono asciugata i capelli, cercando di dimenticare l’apertura che avevo appena scoperto nel mio corpo.

Ho pensato che fosse meglio raccogliere quelle perle e metterle da parte. Non me la sono sentita di gettarle ancora tra i rifiuti. Ne ho nascosta una manciata nel mio cassetto della biancheria.

A cena ho bevuto dell’acqua e mi sono sforzata di buttare giù qualche boccone. Mi sono rimasti di traverso. Seduta sul divano ho cercato di guardare un film, ma avvertivo un fastidioso reflusso gastrico. Mio marito mi ha detto di farmi vedere dal medico perché ero pallida e mangiavo troppo poco. Gli ho detto che forse era colpa del ciclo. Mi ha guardata con un’espressione poco convinta, ma io ho fatto finta di niente.

La mattina, mentre rifacevo il letto e scuotevo le lenzuola ho visto numerose palline saltare in aria, sembrava una pioggia, cadevano rapide e rimbalzavano appena. Ho guardato il cerotto al polso, ed era ancora ben fissato, allora ho avvertito un lieve senso di panico. Da qualche parte nella notte doveva essersi aperto un altro buco. Mi sono spogliata, ma non ho visto niente. Un sospiro di sollievo, dovevano risalire alle notti precedenti.

Più tardi, mentre tiravo su la lampo dei jeans, ho percepito una piccola ferita all’addome, l’indice c’entrava appena. L’ho guardato con attenzione, non era sporco di sangue, ho abbassato gli occhi ed ecco la mia seconda ferita. Era in tutto simile alla prima, quasi invisibile, se non fosse per una pallina che era rimasta intrappolata a metà. L’ho spinta dentro e ho applicato un nuovo cerotto.

La giornata è trascorsa veloce, il solito tran tran. Non ho più pensato alle mie lesioni, mi sentivo bene, a parte una fame crescente che però non riuscivo a saziare col cibo. Non appena mi sedevo a tavola la nausea mi chiudeva lo stomaco. Tolleravo solo acqua o qualche bibita zuccherata. Ho detto a mio marito che avevo mangiato prima che arrivasse, avevo troppa fame per aspettarlo.

Dopo le faccende, sono salita in camera, ho aperto il cassetto e senza pensare ho inghiottito una dietro l’altra le palline trasparenti che avevo nascosto. Ho provato sollievo.

Mio marito quella sera mi ha guardata con occhi diversi, come se non esistessi.

Al mattino ho sollevato i cerotti e la pelle è venuta via con l’adesivo, ho dovuto cucire le ferite con del filo. Non ho provato dolore, il mio corpo non opponeva resistenza all’ago, si lasciava attraversare.

Ho capito che dovevo allontanarmi da casa. Rischiavo di disgregarmi, di perdermi sulle scale o nei corridoi.

Sono salita in auto e ho raggiunto il fiume, mentre guidavo ho accusato una strana sonnolenza. Il filo aveva allargato i fori della cucitura sul polso, due palline si affacciavano oltre i lembi dell’apertura. Le cuciture non riuscivano a trattenermi, ero travalicata dalla mia stessa sostanza che premeva per uscire.

Sono scesa dall’auto, il rumore dell’acqua era un segnale potente che mi attirava. Ho raggiunto la sponda e immerso i piedi nel fiume, la forza della corrente mi ha lacerato le caviglie. M’immergevo ed ero colta da un senso di benessere, mentre la pelle si sfaceva come carta velina. Ho perso l’equilibrio, sono sprofondata, dissolvendomi. La mia pelle vuota galleggiava come un lenzuolo sgualcito trascinato dai flutti.

Gli occhi sono stati gli ultimi ad abbandonarmi, sono rimasti a galla sulla superficie fluida, consentendomi l’ultimo saluto a quella natura assorbente e ingorda.

 

Un racconto di Valentina Ramacciotti

Illustrazione di Verin

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