看不见 kàn bùjiàn

看不

 

 

Passavo molto tempo a fissare il vuoto.

Il primo a farmelo notare fu il giovane addetto marketing col quale dividevo l’ufficio: mi sorprendeva seduto sulla poltroncina girevole al centro della stanza, lo sguardo puntato verso il livido verde acqua della parete oltre il monitor; le prime volte gli avevo detto che mi stavo riposando gli occhi. In realtà mi piaceva guardare quella distesa uniforme di colore, mi faceva venire voglia di entrarci dentro. La sera uscivo dall’ufficio sempre più tardi, quando era già buio da un pezzo. Preferivo i giorni di pioggia, perché i bus erano più affollati: tornando a casa, stretto tra decine di corpi pressati, rassicuranti, potevo immaginare di essere soltanto la replica difettosa di un qualche modello perfetto, scartata e spedita al macero insieme a tutte le altre attorno a me. Nessuno mi aspettava, a casa: potevo fare ciò che volevo. Di solito m’imbambolavo sul divano, davanti alla TV; non c’era nient’altro da desiderare.

 

Quando ormai era già mezzo andato, durante una delle rarissime conversazioni che ricordo di aver mai avuto con lui, mio padre mi chiese che cosa avrei voluto fare della mia vita. Sembrava dare un’importanza assoluta a quella domanda, invece io non ci avevo mai pensato: avere uno scopo non avrebbe reso più giustificabile la mia esistenza, e raggiungerlo non mi avrebbe certo reso felice; risposi che non lo sapevo, ma che ci avrei riflettuto e glielo avrei fatto sapere quanto prima, se lo riteneva così importante. Morì il giorno dopo, o forse addirittura quella notte stessa.

 

Non ci avrei mai pensato, io, allo scopo della mia vita; ma poi, nel dormiveglia d’un giorno qualunque, lo vidi. Era un documentario trasmesso a tarda notte su un canale culturale che stavo guardando a volume zero: un certo artista cinese indossava una tuta bianca, si metteva in posa, e dei collaboratori lo pitturavano in modo che si mimetizzasse con lo sfondo. L’artista alla fine del procedimento si faceva scattare una foto, nella quale risultava perlopiù indistinguibile: si percepiva di lui solo l’ombreggiatura del profilo, s’intuivano a malapena i suoi occhi diretti verso l’obiettivo. Spariva davanti al Colosseo. Spariva davanti ai cumuli di rifiuti d’una discarica. Spariva davanti agli scaffali strabordanti di bibite d’un supermarket. Nel torpore del sonno sentivo il sangue che tornava a fluire: ecco la risposta, pensai. Era sempre stata lì, a portata di mano, così semplice eppure inafferrabile, ma adesso sapevo che cosa volevo fare. L’artista cinese spariva davanti alla banchina deserta d’una metropolitana. Spariva davanti a una distesa d’alberi maestosi. Spariva davanti a dei quarti di manzo appesi a sgocciolare.

 

Iniziai a vestirmi color verde acqua. Stavo tutto il giorno seduto alla mia postazione a fissare il vuoto; il giovane addetto marketing non mi rivolgeva più la parola, ormai. Rispondevo al telefono con voce neutra, formale, incolore. Mi rasai completamente la barba e i capelli, resistendo con fatica alla tentazione di eliminare anche le sopracciglia. Pensavo continuamente all’artista cinese che spariva davanti al Ponte di Rialto, spariva davanti a una grande libreria piena di volumi, spariva davanti a un poderoso escavatore da cantiere. Mi fermavo di fronte alle vetrine dei negozi a guardare il mio riflesso, che sembrava farsi sempre più evanescente. Per testare i miei progressi presi ad attraversare col rosso, a gettarmi in strada all’improvviso, a restare piantato in mezzo alla carreggiata, in piena notte, in attesa che sopraggiungesse qualche veicolo.

 

Spariva davanti alla Grande Muraglia. Spariva davanti agli affreschi rosati della Villa dei Misteri di Pompei. Spariva davanti a una parete ricoperta di mitra, fucili a pompa, armi di precisione. Il giovane addetto marketing alla fine s’era fatto trasferire, e anch’io non ero più sicuro d’esserci, in quell’ufficio: sprofondavo nelle pareti verde acqua, mi dissolvevo in quel colore livido e mi sentivo per un momento al mio posto. Fuori, andavo contro i passanti per vedere se mi avrebbero urtato o se mi avrebbero piuttosto attraversato come un fantasma, senza accorgersi di nulla. Iniziai a premere la faccia contro le vetrine per capire se ero in grado di penetrarle, presi a sbatterci contro la testa sempre più forte. Non avevo più le sopracciglia.

 

Sparivo davanti alle pareti dell’ufficio. Sparivo davanti a decine di corpi pressati dentro a un bus. Sparivo davanti alle vetrine, sui marciapiedi, in mezzo al traffico delle strade. Non rispondevo più al telefono. Smisi di andare in ufficio. Non uscivo più di casa. Restavo immobile in piedi contro un muro, contando mentalmente il tempo che passava. Iniziai a trattenere il respiro: dapprima per qualche secondo, poi sempre più a lungo. Diventava sempre più facile, ero sempre più vicino. Aveva ragione, mio padre: avevo uno scopo, ce la stavo facendo. Ero felice.

 

 

 

 Un racconto di Diego Rossi

Illustrazione di Maria Sciannimanico

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