Esecuzione

Uomini e donne affollavano la piazza, chi ai piedi chi ai lati del municipio. Era l’ultima domenica di Marzo: secondo l’ordine della capitale, a mezzogiorno i notabili della città avrebbero estratto a sorte la vittima.

I guardiani furono allertati per primi: all’alba mossero in corteo in direzione del fiume. Disposti in gruppi intorno al perimetro del Ghetto, intonavano canti – la blasfemia era eccezionalmente tollerata – nell’attesa che il borgomastro comunicasse il nome della vittima da condurre in piazza. E non mancava chi, tra i cittadini comuni, scommetteva sull’identità di quest’ultima, sulla fascia d’età, sulla famiglia di provenienza e sull’origine geografica dei suoi antecessori. Non mancavano neppure alterchi e offese – le autorità imperiali tuttavia si guardavano dal vietare di nuovo il gioco d’azzardo in occasione del rito: gli scontri fratricidi di 105 anni prima erano ancora vivi nella memoria.

 

Nella notte tra il venerdì e il sabato, Dario vide danzare centinaia di uomini in cerchio.

In una radura nei pressi del fiume uomini e donne si tenevano per mano – i bambini sedevano di lato, per terra, li osservavano bevendo sciroppo di sambuco. A intervalli regolari la catena si apriva in gruppi di tre: ognuno di essi eseguiva un numero fisso di giravolte – Dario contò fino a sette – prima che il grande cerchio si ricomponesse.

Quando scorse nel gruppo un profilo familiare, Dario si avvicinò – nel sogno era più alto: arrivava con la fronte alla punta del naso arricciato del bisnonno. Diego lo riconobbe, gli sorrise. Senza interrompere la danza, a un passo dal pronipote, l’anziano gli sussurrò: «Non temere, presto danzerai con noi».

 

C’era, tra gli scommettitori, chi aveva già vinto: dopo 105 anni, toccava di nuovo alla città di Crino l’onore di rappresentare l’impero. Nonostante l’identità della vittima fosse la seconda categoria più quotata in assoluto, la curiosità dei cittadini, più forte della promessa della pecunia, riguardava soprattutto la tipologia della pena. La lista, ridotta ogni volta alla quantità pura di sette opzioni, ogni volta diversa[1], prevedeva in quell’occasione due tipologie estremamente rare. È futile dire come fosse nell’interesse dei bagarini canalizzare le aspettative di tutti sulle occorrenze che la storia stessa aveva bollato come peregrine.

I notabili avrebbero estratto a sorte per prima l’identità della vittima; poi quella della famiglia, tra i concittadini, che l’avrebbe ospitata per una notte; e ancora quella del boia, i cui compiti erano inesorabilmente legati alla natura della pena. Se ad esempio alla vittima fosse toccato il suicidio per avvelenamento, la funzione del boia sarebbe stata puramente testimoniale. Solo allora, in ultimo e davanti alla folla, i notabili avrebbero estratto la tipologia della pena.

 

Al risveglio Dario faticò a riconoscere l’odore delle lenzuola. In cucina la madre gli preparò latte e fiocchi d’avena. Dario rifiutò il pasto – aveva dieci anni e si sentì di colpo diverso, adulto.

«Che succede?»

«Ho sognato tuo nonno, Diego».

Elia ebbe un sussulto. La data dell’esecuzione del rito era prossima – si sforzò di dissimulare il presagio, cercò invano con lo sguardo il marito, abbracciò il figlio affondando il naso nei suoi capelli.

«Era con centinaia di persone, danzavano nei pressi del fiume – tutti erano molto sereni» seguì Diego.

Elia si ricompose, gli carezzò la testa, disse che sognare i familiari defunti era in genere un segno propizio.

«Perché piangevi allora?» chiese Dario.

«È il ricordo di mio nonno…» fece Elia e si diresse in bagno – suo marito Manuel, all’interno, si radeva seminudo. Elia chiuse la porta, afferrò Manuel per il braccio. Disse: «Dario deve fuggire». Manuel non capì – liberò il braccio con uno strappo, si ferì lo zigomo col rasoio. Elia lo disinfettò e lo medicò, all’orecchio gli spiegò ogni cosa.

«Sei pazza» Manuel la interruppe «sei l’unica in tutto l’impero a crederci».

«Non osare!»

«Trovamene un altro, uno solo, e lo farò».

Elia sputò a terra. «Ricorda chi sei e chi eri. Non hai diritto di dubitare. Non farlo per me ma per i miei genitori che ti hanno salvato la vita».

I pugni stretti, Manuel colpì la parete con entrambe le mani. Il dolore lo calmò. Chiese: «Quando?»

«Prima possibile».

 

Il compito dei notabili era semplice per quanto sommamente simbolico. In tipografia, il segretario del borgomastro aveva preparato 315 rettangoli in carta bianca, grammatura media. Con la stessa stilografica aveva trascritto i nomi degli individui eleggibili. Aveva disposto i biglietti in una scatola nera rivestita di peltro, posato l’involucro al centro del tavolo, spento le luci nella sala congressi del municipio.

Bendato il borgomastro, lo condusse fino al luogo dell’estrazione. Due membri della burocrazia imperiale assistevano impassibili alla funzione. Peter Hartmann, borgomastro, strinse la mano del segretario. Chiese esitando, se tutto fosse pronto. I due funzionari gli intimarono di cominciare. Hartmann pronunciò le parole – al buio della benda desiderò che le cose non andassero come l’ultima volta – e introdusse la mano sinistra nella scatola.

 

Alle nove del sabato Manuel dei Diche avvicinò il carro alla porta d’ingresso, vi caricò tre grossi sacchi, li ricoprì con una coperta di cotone grezzo, accarezzò i cavalli. Esitò sull’uscio, la moglie scosse la testa, lo spinse fuori.

Percorse la strada lastricata che dal Ghetto conduceva alle provincie meridionali dell’impero. Due chilometri dopo, al posto di blocco, Manuel esibì i documenti che gli davano accesso ai mercati extraurbani. I due guardiani – li conosceva, erano sempre gli stessi il sabato mattina – controllarono i documenti, pronunciarono gli insulti abituali (“Ghetti pidocchi”, “Ghetti cani” e via dicendo), gli augurarono ogni mala sorte negli affari e lo lasciarono passare. Manuel accolse le offese come era solito fare, salutò con un cenno del capo, strigliò i cavalli e seguì dritto.

Giunsero nella radura nei pressi dell’ansa del fiume in cui il letto si stringe, in cui la corrente si fa di colpo più impetuosa. Al riparo di un gruppo di querce Manuel estrasse il sacco più grosso. Liberò il figlio, gli prese il volto tra le mani.

«Ho promesso a tua madre che ti avrei aiutato a fuggire. Domani a mezzogiorno, quando sarà tutto finito, verrò a prenderti qui». Cacciò una coperta dal carro, e formaggio, acqua, pane e straccetti di carne di pollo essiccata. «Resta tra gli alberi. Se i guardiani ti avvistano, non lottare, di’ che stai aspettando che io venga a prenderti, mostra i documenti. Non muoverti da qui. Non credere a quello che ha detto tua madre, è una stupida superstizione». Prese il volto del figlio tra le mani. «Siamo d’accordo?» Dario assentì con la testa, baciò il padre sulla guancia. Manuel montò sul carro e seguì verso sud lungo la strada lastricata.

 

La campana suonò dodici tocchi. I cittadini in piazza attendevano il responso; i guardiani, alle porte del Ghetto, impugnarono spade e bastoni. Correvano voci – nomi che i bagarini stessi fecero circolare pochi minuti prima del responso per gonfiare le quote e instillare il dubbio negli scommettitori.

Si discuteva ogni volta dell’opportunità che i cittadini che indovinavano l’identità della vittima avessero l’onore di servire come boia. La folla lo riteneva giusto – l’adeguamento del proprio istinto al caso che ogni volta mostrava l’indovino non doveva essere negletto. Tuttavia era accaduto in passato che nessuno indovinasse: le autorità imperiali non potevano correre questo rischio; la procedura è il rito e il rito è la procedura.

Hartmann estrasse il nome della vittima – aveva concordato col segretario Friedl: se esce quella famiglia, un sospiro; se esce qualunque altra famiglia, due sospiri. Hartmann attese invano il secondo sospiro. Dissimulò l’ansia, bendato richiese ai due osservatori imperiali che si seguisse – dopotutto restavano altre variabili da sciogliere. Friedl porse le scatole al borgomastro, Hartmann estrasse due pezzi carta: in entrambi i casi attese invano il secondo sospiro di Friedl.

 

Sua madre avrebbe voluto che fuggisse, di notte, lungo il corso del fiume, fino ai confini meridionali dell’impero. Così andava l’adagio a cui i Diche del Ghetto di Crino, e probabilmente nessun’altro nell’impero, facevano fede: la vittima, prima di essere estratta a sorte dai notabili, sogna le vittime precedenti. Così fu per Diego 105 anni prima, e nessuno seppe interpretare i segni per tempo. I genitori di Elia ritenevano che la vittima ventura andasse protetta, scortata fuori, radiata dalla comunità; speravano che l’estradizione potesse contribuire a scardinare il rito e le sue procedure. Ma non c’erano precedenti e nessuno, nemmeno i Diche, aveva idea di come agire per scalfire le pieghe del caso.

Manuel voleva invece che si nascondesse e lo attendesse. Era un uomo pratico, un miscredente: non avrebbe rischiato di perdere il figlio e la sua stessa vita per via dei deliri di una donna.

Dario disponeva di una lama corta e di una fiala – per dare o per darsi la morte.  Accasciato contro un albero, sentì il bisogno di dormire. Vide il tronco contro cui poggiava la schiena. Vide il corso del fiume incresparsi nei pressi dell’ansa. Nella radura il grande cerchio eseguiva la danza. Non attese di distinguere il volto di Diego: si avvicinò alla catena umana, la spezzò; prese le mani di una donna alla sua destra, di un ragazzino alla sua sinistra. Conosceva la danza pur non avendola mai eseguita. Quando la catena si ruppe in gruppi di tre individui, si trovò faccia a faccia con Diego. Il bisnonno era agile, eseguiva le giravolte con la leggerezza di un uccello. Gli disse solo: «Non devi fuggire, non devi nasconderti».

Al ritorno dai mercati meridionali, alle 13 del sabato, Manuel si sporse dal carro e distinse, sollevato, la sagoma del figlio dormiente accasciata contro un albero.

 

Chi, tra gli scommettitori, aveva già vinto, vinse di nuovo. Chi aveva scommesso – d’istinto o ponderando – su Crino quale luogo del rito, scelse anche il nome dei Diche. Chi aveva scelto il nome dei Diche, puntò su Dario e non su Manuel: il secondo era Diche per matrimonio; il primo era un Diche puro di madre. Chi aveva puntato sui Diche, scelse gli Hartmann quali ospiti; chi aveva scelto gli Hartmann selezionò i Potz tra i boia. Come 105 anni prima ancora una volta: il caso dispone le ripetizioni che lo fecondano. Uno solo vinse, il tale Emmel: la prima puntata guidò tutte le altre.

La folla elevava Emmel al rango d’eroe quando Hartmann, Friedl e i due funzionari imperiali fecero il loro ingresso in piazza. Il borgomastro era livido – il suo pessimismo era un modo di adeguarsi al caso per eccesso: vedeva la rovina piombare addosso a lui come al suo antecessore. Hartmann ordinò a Friedl di raggiungere i guardiani di corsa, di far scortare in piazza Dario dei Diche.

 

Non furono i canti dei guardiani all’alba della domenica a svegliare Elia e Manuel dei Diche. Entrambi vegliarono; entrambi si affrettarono alla finestra quando udirono le voci sguaiate dei guardiani. Elia abbracciò il marito e pianse – non aveva mai dubitato che la credenza fosse veridica; non l’aveva neppure mai vista realizzarsi davanti ai suoi occhi. L’idea che Dario potesse incorrere ora in altri pericoli era secondaria. Fantasticava la salvezza del figlio e la manomissione del rito: si diceva, nel tumulto del momento, che non avrebbe dovuto scegliere tra l’una e l’altra poiché forse l’una era l’altra.

Manuel si liberò dalla presa imprecando. Era furioso, bestemmiava come un guardiano.

«Che succede?»

«Devo riportare Dario a casa».

Elia non capì subito. Un bastardo in casa, un miscredente. Un pegno che i suoi genitori avevano pagato anni prima alla comunità: salvare un orfano del Ghetto per compensare la morte di Diego – i segni che i Diche videro e che rifiutarono di interpretare. Un pegno non richiesto, auto-imposto: un sacrificio.

«Dov’è mio figlio?»

Manuel cadde in ginocchio – mentre articolava le scuse implorava perdono. Elia lo percosse col rovescio della mano.

«Gli ho ordinato di attendere nella radura, di non allontanarsi. Gli ho promesso che sarei andato a prenderlo a mezzogiorno». Fece per mettersi in piedi, Elia lo colpì di nuovo. Disse: «Non andrai da nessuna parte ora. Aspetterai, consumerai il rimorso. Spererai che la tua idiozia risulti irrilevante». Sputò a terra in direzione del marito e si chiuse in camera.

 

La fuga della vittima non si era mai verificata. Il presagio nefasto colse di nuovo Herr Hartmann quando giunse voce che Dario dei Diche non si trovava nel Ghetto. Pensò al peggio – si convinse di meritare la disgrazia e l’oltraggio, come il suo prozio Edwin. I funzionari imperiali non batterono ciglio, i bagarini aggiunsero uno strato alla coltre delle scommesse. All’una del sabato Friedl, prosciugato dal sudore, consegnò la novella all’orecchio del borgomastro: il ragazzo dei Diche era stato avvistato proprio nella radura, di lì a poco i guardiani lo avrebbero scortato in piazza.

 

Elia udì le grida dei guardiani. Corse alla finestra – come il marito, cercava l’angolo idoneo da cui incrociare lo sguardo del figlio. Lo vide: gli zigomi feriti, le mani legate dietro la schiena. I guardiani lo spingevano avanti coi bastoni. Dario si voltò per un istante: Elia distinse il suo volto impassibile, i suoi occhi sereni. Sembrò alla madre che il figlio fosse cresciuto di colpo – d’istinto prese la mano di Manuel e la strinse. Si disse che il miscredente, senza volerlo, aveva forse compiuto un gesto decisivo.

 

Dario fu scortato in piazza nel giubilo della folla. Fu presentato alla famiglia dei notabili che lo avrebbe accolto quella notte – la moglie di Hartmann, Letizia, salì i gradini fino all’ingresso del municipio e abbracciò il marito davanti a tutti. Fu presentato al boia, il giovane Arthur Potz. Prima che Friedl portasse fuori l’ennesima e ultima scatola rivestita di peltro nero Herr Hartmann pronunciò un discorso:

«Onere e onore sono davvero una cosa sola – lo scopro ora davanti a voi. In questo momento solenne per Crino, noi non ripeteremo gli errori del secolo scorso. I Ghetti pagheranno col sangue com’è giusto; noi eseguiremo ogni gesto com’è scritto, poi celebreremo l’ordine, la vita, l’impero». La folla applaudì a lungo. I guardiani lasciarono che i lanciatori di verdura lanciassero, che gli imprecatori bestemmiassero, che i bagarini aizzassero gli astanti con le quote aggiornate per l’estrazione della pena.

 

Secondo la procedura – l’occhio vigile dei funzionari legittimava l’entusiasmo, lo conteneva in una membrana benevolente – Friedl bendò il giovane avvocato Potz. Il boia estrae la pena tra le sette della lista, così è scritto.

Il catastrofismo di Hartmann traeva origine dalla presenza, nella lista, della pena che aveva ucciso Diego dei Diche 105 anni prima. Si trattava di un banale strangolamento per corda: non andava confuso con l’impiccagione e niente, in quella lista, poteva realmente ambire alla banalità – la profondità degli archivi imperiali era l’incubo di ogni funzionario locale. Quando Potz estrasse sgozzamento – Emmel aveva puntato l’intera somma delle sue vincite sullo strangolamento per corda: gridò allo scandalo e i guardiani gli permisero di gridare – Hartmann si lasciò andare a un gesto frivolo: sentì il presagio nefasto desistere e ritirarsi in una nicchia della memoria.

 

Dario dei Diche fu condotto in casa degli Hartmann, in centro. Fu lavato e medicato. Non toccò cibo – i funzionari imperiali presero nota della generosità dell’ospite e del fermo diniego del ragazzo –, chiese di andare a letto al tramonto. Un guardiano vegliò sul sonno della vittima. Quella notte Peter Hartmann fece l’amore a sua moglie Letizia con un trasporto inaudito.

 

All’alba la vittima fu scortata nella radura nei pressi dell’ansa in cui il corso del fiume di colpo s’increspa.

C’è chi ritiene che in quel luogo, teatro del rito quando la sua esecuzione tocca alla città di Crino, sia avvenuto il primo e unico scontro tra i Ghetti e gli autoctoni; c’è chi, come i Diche, ritiene che quello scontro debba ancora avvenire.

Il giovane Potz affilò e ripulì la lama. Friedl, Hartmann e i due funzionari imperiali seguivano l’esecuzione di lato; davanti, fronte al fiume, la folla accalcata di Crino. Il silenzio attendeva di esplodere e esplose al primo fiotto di sangue: l’avvocato operò un taglio netto, un quarto di luna, intorno al collo della vittima. Le grida di giubilo – cittadini comuni, guardiani e bagarini, ora senza distinzioni – invasero la radura mentre i funzionari imperiali annotavano sui loro quaderni. La vittima si accasciò di colpo, gli occhi sbarrati. Hartmann rimase pacato nel trionfo – dissimulò le gioia quando i funzionari si congratularono per l’esecuzione impeccabile. «Crino sarà infine ricordata come merita» disse uno dei due. A turno strinsero la mano del borgomastro e presero la strada settentrionale in direzione della capitale.

 

Dario aprì gli occhi nella radura. Per la prima volta percepì, oltre alla danza, la musica. Le sincopi lo inebriarono: fece per unirsi al grande cerchio quando Diego lo avvicinò. Il bisnonno gli carezzò le guance. Dario si tastò la gola con le mani, chiese: «Siamo morti?»

Diego disse: «Il vivente ha ragione del morto, per ovvie ragioni». S’inginocchiò fronte al fiume, aggiunse: «Valga lo stesso all’inverso». L’anziano prese Dario per mano e lo condusse nella catena. Mentre giravano Diego disse, a voce alta come se il grande cerchio fosse un orecchio: «Ed è ora il momento dello scontro».

 

I festeggiamenti impazzarono nella notte tra il lunedì e il martedì. Ogni oscenità era eccezionalmente tollerata in seguito all’esecuzione del rito. Le autorità locali godevano di sufficiente libertà d’interpretazione delle norme imperiali: adulteri, blasfemie, incesti, auto e omoerotismi erano finanche incoraggiati – purché avvenissero in pubblico.

Il martedì Crino si risvegliò pudica. Gli ubriachi spazzavano via il proprio vomito dalle strade, i lubrichi raccoglievano i vestiti per bruciarli. Il borgomastro Hartmann non chiuse occhio: si era unito, ripetutamente, alla moglie e a Friedl nella sala congressi del municipio. Li osservò  distesi sul tappeto, l’uno tra le braccia dell’altra, e pianse di gioia. Fece per svegliarli quando udì delle grida in piazza. Si affrettò all’ingresso, spalancò il portone – il sole era alto, la piazza quasi vuota. Il tale Emmel, in mutande, correva strillando verso il municipio.

«Non li senti? Stanno arrivando!»

Hartmann non capì, ma gli parve di percepire dei tonfi da nord.

«Li ho visti io!» fece Emmel ripulendo la bava col dorso della sinistra.

«Chi sta arrivando?» I rumori erano più netti ora, Hartmann sentì la terra tremare.

«L’esercito imperiale! Non hai sentito? I due funzionari non hanno fatto ritorno nella capitale» Emmel sfoggiò il ghigno del trionfo «la torre degli archivi ha preso fuoco nella notte!» E corse via – ripeteva strillando «preso fuoco!» mentre si rotolava nella lordura della piazza.

 

Un racconto di Alfredo Zucchi

Illustrazione di Michele Antolini

 

 

[1]                                 Un adagio popolare nell’impero: “Esistono più tipologie di pena nella torre degli archivi che gocce d’acqua nel fiume”. La riduzione volontaria della variabile “tipologia della pena” a una quantità definita e pura era dunque un esercizio di pietas. L’operazione combinatoria alla base della “lista delle pene vigenti” (mai due volte la stessa lista) era per molti il cuore stesso del rito. La lista, compilata dalla burocrazia imperiale, era diffusa ogni volta insieme alla comunicazione del luogo e della data d’esecuzione del rito. La comunicazione avveniva improrogabilmente all’alba del giorno in cui sarebbe avvenuta l’estrazione a sorte della vittima, ed era indirizzata unicamente alla città che ogni sette anni avrebbe eseguito il rito.

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