Nota dolente

Fuori c’è un posto che non è mio. Letizia mi ha steso, mi è saltata addosso, mi ha assorbito e plasmato, mi ha intimato di dimenticare Milano e la sua efficienza e di adattarmi alla rassegnazione dei suoi marciapiedi e dei suoi negozianti, dei cani randagi che ti sbattono addosso e se ne vanno via infastiditi (perché sei tu con la tua esistenza ad averli disturbati). Letizia mi ha insegnato il piacere dei caffè interminabili, la fortuna nelle lotterie, l’esistenza della furbizia mascherata da noncuranza e dei lunghi pranzi rilassati coi colleghi. Letizia è questa città, che non è campana, ma sembra, e che dalla prima volta che sono scesa dal treno mi ha messo in guardia con una tizia mandata lì dal caso o chissà cosa:

— Eh, signori’, qua non è Milano!

Letizia, ovviamente, non è il vero nome della città, ma è il nome di quella ragazzina bella e sfacciata, che conobbi mesi fa, quando arrivai qui, a Letizia. Trascino a fatica i passi che da casa mi portano a scuola. Incontro le stesse persone che mi salutano o fingono di non vedermi, come questa bionda dai lineamenti forti che pare una tedesca, e va in giro con un cappello giallo che la ripara dal sole: credo sia una grande stronza. Una di quelle che ce l’ha col mondo, che prima si finge amica e crocerossina se entri nelle sue grazie, poi ti molla la prima volta che si rende conto che tu hai un carattere: io, ecco, così, tanto per, vorrei salutarla. Solo per infastidirla. Invece la lascio stronza sotto il suo cappello giallo. A Milano non prestavo così tanta attenzione alla gente, qui sì ed è pieno di streghe – che da queste parti si chiamano janare. Incontro l’altra tizia che non mi saluta: all’inizio era stata cordiale, poi non mi ha più rivolto la parola. Ogni mattina la incontro coi suoi capelli corvini, col suo naso ingombrante nascosto da un ciuffo fucsia suggerito da quel suo parrucchiere eccentrico. Stronza, pure lei. E io le stronze non le ho mai capite. Incontro la terza janara, ma neanche la guardo. Un cappuccino e vado a scuola. I soliti passi. Le scale. Nota dolente di questi spostamenti quotidiani, quando fuori il sole picchia e tu arrivi già tutt’altro che allegra, andante, al massimo. Do un’occhiata alla classe: c’è Pino, arrivato prima degli altri. Trascino la borsa, la sistemo sulla cattedra.

— Prof. le ho portato il tema.

Non ci credo. Eppure è vero. Penso che le uniche creature irredimibili siano le tre janare, così perse nelle loro invidie e cattiverie e che Pino, invece, conservi ancora un po’ di speranza, tra i suoi brufoli, nell’esuberanza dei suoi ormoni, nell’aspetto sfacciato da bullo.

— Era giusto, pressoré!

— Si dice professoressa, Pino. Almeno oggi. E ieri potevi risparmiarti la nota…

— Va be’, pressoré, non t’accontenti mai…

— Vai a sederti, perché sei arrivato prima degli altri?

— Peddarti il tema, sennò mi vergognavo.

Pino, da grande, sarà un bell’uomo, ma rischia di diventare un selvaggio. La classe è entrata quasi tutta, anche lei: Letizia, che ha questo nome che è una dichiarazione programmatica che mi fa invidia: l’ho sempre vista sorridente (mai cupa, come me). Letizia che non mi è piaciuta sin dall’inizio. Letizia che ho avuto di fronte ogni giorno.

Letizia si siede. Pino la guarda. E io sono gelosa. A ventisette anni, non puoi innamorarti di un ragazzino, non puoi innamorarti mai di un selvaggio, di un tuo alunno, mai, non puoi innamorarti di un essere così, in nessun momento della tua vita.

Ieri, ho messo una nota a Pino perché ci stava provando con Letizia. Letizia è una janara giovane, una di quelle donne di cui Pino si innamorerà. Di cui si innamorano i ragazzi con cui sono stata. Pino tra qualche giorno compirà diciotto anni e tra un po’ dovrà scegliere se diventare un selvaggio, un ciarlatano da post senza verità, o un uomo in grado di pensare. Perché ancora Pino non è in grado di pensare. Ma di pensare a Letizia sì. E, allora, ieri, esasperata, gli ho messo una nota: Pino – lui si chiama proprio Pino, non è diminutivo di niente – Di Marzio disturba dopo numerosi richiami da parte dell’insegnante. Io non lo so come si scrive una nota, ma mi pare che gli altri le abbiano scritte così, a Pino. Pino, che si permette di essere minorenne ancora e di diventare maggiorenne quando andrò via.

Purtroppo, è successo anche a me, ai miei cardigan blu, alle mie camicie bianche e i jeans stretti e sempre stirati: mi sono innamorata di un ragazzino, di uno dei ragazzini della mia classe, che rischia la bocciatura, ma che ha lo stesso sorriso di Paolo.

Pino. Non riesco neanche a immaginarlo, però, io che mi innamoro di un ragazzino. Io che. Io che ho sempre fatto tutto come si deve. L’ultimo giorno di scuola vola via. Saluto Pino. Pino mi saluta. A casa leggo, su un foglio protocollo piegato in due: «Se non mi avessi messo la nota, non avrei mai avuto la certezza. Non sono un selvaggio, lo faccio. Io i congiuntivi li so, ma non li uso perché mi stanno antipatici, come quelle come te. Che correggono tutto, non dicono parolacce, ma le pensano e si innamorano dei ragazzini. Vaffanculo per la nota: mi mancava solo la tua. E, adesso, svolgo la traccia».

 

Un racconto di Tamara Baris

Illustrazione di Alessia Arti

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