La terza fase

È dritta e ha il culo appoggiato allo sportello dell’auto. Affonda il tallone nel terreno per sentire dove le poggiano i piedi. Non ci sarebbe venuta, qui.

La sua amica – capelli ricci e gonfi che danno un’idea di massa compatta – ce l’ha portata inventando una scusa. Si conoscono fin da bambine, Lei e l’Altra, e insieme hanno attraversato due fasi. Ora sono ferme e aspettano da un po’ la terza, coi respiri vicini.  

 

Come l’acqua allo stato naturale, erano liquide mentre si rincorrevano nelle aule dell’asilo e appiccicavano le caccole sotto ai banchi singoli; o meglio, questo è l’aneddoto che piace loro raccontare a tutti, anche se ricordano poco.

Ancora sciolte, avevano finto di bere vodka lemon al bancone di un bar risputandolo sul fondo del bicchiere dalla cannuccia, per dire di aver provato. Dopo le ubriacature posticce si erano sbronzate davvero; avevano ballato in discoteca; mangiato McDonald alle tre di notte (questo continuano a farlo), pianto per un paio di maschietti coi brufoli accesi. Si erano confidate su un letto divise tra sogni e tragedie. Avevano perso tempo nell’imparare a impegnarsi in qualcosa.

Per un breve periodo, addirittura, si erano salutate con un ‘ciao’ piuttosto incazzato, di quelli che vengono fuori senza un motivo preciso, di quelli che restano sospesi. È l’età in cui non ti riconosci più nelle persone che hai accanto, ma poi finisce che le scegli di nuovo, perché nessun altro ti piace così.

 Il rapporto lo avevano recuperato in fretta, Loro,  e sigillato lasciandosi tatuare un ombrello da un pittore che di tatuaggi capiva poco e niente. Non importava la qualità del disegno – ciò che le teneva insieme era il momento in cui l’ago superava lo strato di pelle della prima, e la seconda stringeva i denti come se il fianco fosse il suo. Poi, viceversa.

Stavano diventando solide, adesso, e si andavano indurendo come l’acqua razionata in uno stampo per ghiaccio, nel freezer. Non era stato bello prendere una forma quadrata, tosta; eppure era successo.

Lei perdeva piano la predisposizione all’entusiasmo, insieme alla voglia di passeggiare al parco. Senza quattro impronte al suo fianco, il sentiero sterrato era solo una linea.

Ché da quando – cinque mesi prima – si era trovata a non svegliarsi più con la potenza di cambiare in bene i giorni di qualcuno, i suoi, di giorni, si erano rannicchiati intorno al pensiero che quel qualcuno non sarebbe più tornato. C. era morta d’infarto, un attimo prima muoveva la coda, poi l’aveva lasciata cadere. «Non c’è più niente da fare», aveva detto il veterinario. Non c’è più niente da fare, continuava a ripetersi Lei.

L’altra, sempre piano, si accorgeva che le dinamiche d’adulta la intossicavano. Così la voglia di concedere il suo buon cuore a tutti se n’era andata, insieme a Nicoletta, Martina e Ludovica; amiche che adesso non frequenta più.

 

Alla macchina, Lei aspetta.

 

«Sei una rompicoglioni».

«Togli la benda».

«Siamo quasi arrivate».

«Vomito».

«Ok, apri il finestrino».

L’Altra ha parcheggiato la Twingo azzurra e si è allontanata al telefono.

Lei fa oscillare le braccia su e giù, sfrega i palmi rigidi sulle cosce. Si mordicchia le pellicine del labbro inferiore.

«Che succede? Ci sei?». «Oh!»

L’altra torna vicino e le tocca una spalla.

«Pronta?», dice.

Infila le dita tra i capelli raccolti di Lei e toglie la benda.

 

Tornano a casa in tre. Lei, l’Altra e Lui: occhi verdi, bruno, corporatura robusta.  

«Ti porterà dritto in terza fase, vedrai», fa l’Altra.

«Non so, forse», Lei.

«Ero sicura che portandoti qui, saremmo tornati in tre. Dimmi, ho fatto bene?» chiede l’Altra.

«Ancora non lo so. È che C… Comunque, hai fatto qualcosa che non potrà mai ‘ammalarmi’ di più. Grazie». Lei incrocia lo sguardo del passeggero dallo specchietto. 

«Ho controllato, sono giorni di sole, questi». Lo dice sorridendo, l’Altra.

«Pensiamo alla cena, pasta?».

«Pasta. Domani facciamo colazione al parco, noi tre».

«Vediamo».

 

Entrano nel portone, Lui non sa ancora salire le scale. Scivola sulle quattro zampe. Lo aiutano, Loro, e non si accorgono che nel frattempo sorridono e non pensano a niente. Devono raccontargli che non c’è pericolo senza usare nemmeno una parola. L’altra si accuccia davanti a Lui, Lei lo spinge dal sedere. Scalino a presso a scalino, si arricciano i nasi, spuntano i denti, tremano le ginocchia dell’Altra e le mani di Lei. Arrivano in cima.

L’altra riempie la pentola d’acqua e aspettano.

«Bolle», dice.

«Era ora», risponde Lei con un pugno di spaghetti in mano.

«L’acqua, senza la pentola, non evapora. Ci porto anche te in terza fase, così lo capiamo insieme che tocca fa’», chiude. Sempre Lei.

Un racconto di Giulia Vittoria Francomacaro

Illustrazione di Elda Miniero

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