Elisa Inverardi, Continuate a chiamarmi

Continuate a chiamarmi

Cominciai a respirare anch’io come tutti, ma la mia voce non divenne mai parola.

Era vagito di bambino e rimase così per tutta la vita, finché si spense d’improvviso a quindici anni, seduto sulla sedia a rotelle nella cucina della nonna. Per tutto il tempo non mi riuscì di camminare né di correre, e per farmi capire fui costretto a imparare una lingua speciale: con gli occhi curiosi e lo sguardo attento di un direttore d’orchestra riuscivo a intonare la voce degli altri come fosse la mia. Con le dita affusolate, mai dritte, dirigevo i miei desideri e ordinavo alle tazzine da caffè di mettersi in fila per due. L’ho visto in un film di regni e di fate che il mio babbo faceva ripartire ogni volta che davo ritmo al bacino e lasciavo danzare le manine. Così capitava anche quando in radio passava una bella canzone, la mamma cantava con la sua voce di vetro, poi si alzava dalla poltrona per prendermi in braccio. Danzavamo stretti stretti, tanto che potevo sentire il profumo di marsiglia dei suoi vestiti, finché un giorno non fui troppo pesante per essere sollevato.

L’orchestra, invece, la studiai durante una notte in paese. Era la festa della raccolta, uomini e donne danzavano in piazza, gli ultimi caldi estivi e le lunghe serenate, il liscio e la mazurca alimentavano la temperatura nella sala. Balera la chiamavano, io sapevo cosa fosse senza saper pronunciare quel nome. Dalla mia carrozzina spiavo i ragazzi giocare, tiravano il brecciolino e i gusci di nocciola sul gazebo per poi correre a nascondersi fra le vigne. I grandi lo sapevano, e finché i ragazzi non calcavano troppo la mano, facevano finta di niente, continuando a danzare sulle assi cigolanti. Il direttore col cappello di paglia e i baffi a manubrio saliva sul palco a fatica; appoggiava il fiasco di vino da un lato e rotolava sul pancione dall’altro, alzando la gambetta tremolante. Una volta in piedi agitava le mani: la destra scandiva il ritmo con l’indice un po’ disteso. La sinistra invece, chiusa sul collo della bottiglia, interpellava uno ad uno gli strumenti e ogni tanto buttava giù un sorso di vino rosso. Allora tutti in sala, ballerini e spettatori, cominciavano a ridere, ma non capivano che grazie a lui gli strumenti potevano magicamente prendere parola. C’era il sassofono dalla voce strozzata come l’oca di mio padre, il violino triste anche quando raccontava storie d’allegria, la fisarmonica col suo accento francese, la batteria era la mia preferita, con la voce secca e tartagliante. Chissà se il contrabbasso seguiva una dieta speciale, come quella dei lottatori di sumo che ho visto in TV, per avere una voce così grassa, la chitarra invece era a stecchetto da mesi per mantenere la sua leggerezza. Il babbo diceva che da quando la mamma non cantava più con l’orchestra, nessuno ebbe più il coraggio di prendere il suo posto. Non si era più presentata da quando litigò col parroco, e nei giorni di festa sembrava sempre così nervosa. Quella volta gli parlò dell’Abitino del Santo che le mise al collo una domenica dopo la funzione, quando ancora mi aspettava in grembo. Lui le disse di non preoccuparsi, che la Fede e la preghiera risolvono ogni male. La mamma, forse animata da qualche bicchierino di troppo, gli disse che l’Abitino dal nastro azzurro e l’icona benedetta, arrivato direttamente da un pellegrinaggio dal santuario di Maria Ausiliatrice, ecco, gli disse che si poteva anche impiccare, con quel nastro azzurro. Urlò così forte che finì per sgolarsi. Era irriconoscibile, spaventò tutti quanti.

Dopo quella sera la voce non le usciva più, io fui felice perché era proprio come me. Ogni volta che la mamma chiedeva qualcosa, come un goccio d’acqua o le sigarette, il babbo poverino non capiva e lei perdeva la pazienza. Dopo pochi giorni di riposo la voce le ritornò. A me invece non si presentò mai, la voce, e un pomeriggio di marzo mentre i miei genitori lavoravano, non riuscii a chiamare la nonna e il silenzio fu la mia tomba.

Sentii che non ero solo in quella stanza, riconobbi un’ombra che aveva un aspetto familiare. Mi resi conto che era la stessa che, da quando riuscivo a ricordare, di notte e nei sogni mi seguiva, sbucava ogni giorno da sotto il letto, da dietro la porta e dall’armadio soltanto per spaventarmi.

Poi la vita fuggì via, passò dalla gola alle labbra e vibrò come un canto, quello che non avrei potuto nemmeno immaginare di provare, portandosi dietro il mio nome.

Vi prego, voi che potete, continuate a chiamarmi.

Un racconto di: Mattia Muscatello

Illustrazione di: Elisa Invy Inverardi

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