Il marmo e l’argilla

Voleva che fosse un capolavoro.

Quel pezzo di marmo bianchissimo fin dalla prima occhiata gli era parso creato apposta per essere scolpito, liscio e duro com’era, sembrava contenesse già al suo interno una figura che scalpitava e spingeva per essere liberata: aveva passato la prima settimana, nel suo studio, a guardare le venature del materiale, il modo in cui correvano lungo le pareti del cubo, tracciandole con le dita per accarezzare ciò che sarebbe diventato.

Proprio mentre ne seguiva una, si ritrovò con l’indice che aveva preso a tracciare un’immagine, prima solo abbozzata, poi sempre più dettagliata, con le venature a fare da guida per ogni particolare.

Ne sarebbe uscito un volto, enorme, imponente. E bellissimo.

Con lo scalpello cominciò a smussare gli angoli, immaginava i capelli, movimentati come se fossero agitati da un vento in tempesta, gli occhi definiti e luminosi, che avrebbero fatto brillare il marmo con la loro espressività, e poi il sorriso, un sorriso morbido e perfetto, che chiunque l’avesse guardato avrebbe provato a imitarlo.

Scese la sera sul suo studio, poi la notte, e mano a mano che la stanza si rabbuiava lui accendeva una candela, una da spostare a seconda del lato che stava scolpendo, una sul tavolo, una negli angoli di ogni parete.

Scolpiva, scolpiva e scolpiva, e a ciascun colpo nel marmo sembrava che fosse il suo sorriso ad allargarsi.

 

Si svegliò il giorno seguente raggomitolato accanto al blocco di marmo, con una mano stretta su uno spigolo, come se lo invitasse a restare con lui. Le candele si erano consumate e il sole da fuori entrava nella stanza, piastrella dopo piastrella, fino ai suoi occhi.

Lo scalpello era ancora al suo fianco. Il tempo di un paio di respiri e si era già rimesso al lavoro.

Presto la scansione delle giornate smise di avere senso per lui, dimenticava di avere freddo, di mangiare, di dormire.

Il viso ormai emergeva dal marmo, spingeva verso l’esterno come una testa appoggiata sull’acqua, i capelli ancora mescolati sotto la superficie. Ogni tanto si fermava, si sedeva per terra e studiava la sua opera negli occhi, ci parlava con quel volto, come se proprio dal marmo potessero arrivare le indicazioni su come procedere, dettate da una telepatia silenziosa che gli faceva muovere le mani e continuare a lavorare senza sosta.

 

Non avrebbe saputo dire da quanti giorni, o forse mesi, fosse chiuso nel suo studio, quando qualcuno bussò alla porta. Inizialmente aveva confuso la bussata con i colpi del suo scalpello, solo quando si era fatta più insistente si era reso conto che quel rumore non dipendeva da lui.

Andò ad aprire senza maglietta, mentre si cancellava con il polso le gocce di sudore appena sotto l’attaccatura dei capelli.

Nel vederlo, gli occhi di suo fratello si spalancarono con un terrore pieno di domande e come per difendersi da quello che aveva davanti si strinse nel suo cappotto pesante.

Per terra c’era la neve, l’ultima volta che lui era uscito era appena arrivata la primavera.

Stanco dei rimproveri di suo fratello lo cacciò via in fretta, preoccupandosi bene che non vedesse ciò a cui stava lavorando: non lo avrebbe fatta vedere a nessuno fino a che non fosse stata finita, e forse a lui non l’avrebbe mostrata neanche dopo, gli urlò, visto che con la sua presenza stava rovinando la sua ispirazione.

Dopo avergli sbattuto con rabbia la porta alle spalle, andò a guardarsi in uno specchio: il viso era scavato, come se un altro scultore gli avesse svuotato le guance, la barba era lunga, ispida e a chiazze, striata di bianco per la polvere di marmo che ogni giorno le cadeva addosso; i capelli stavano appiccicati sulla testa e gli occhi erano cerchiati da chiazze violacee e infossate.

Si avvicinò di più allo specchio chiedendosi se fosse davvero lui l’uomo riflesso e fu allora che la vide: una piccola crepa gli partiva dall’attaccatura dell’orecchio e gli attraversava la faccia fino al naso, dove sembrava stesse per biforcarsi. Ci strofinò sopra la mano come per cancellarla, ma piccoli pezzi di pelle si sgretolarono ai bordi della spaccatura, cadendo come briciole sul pavimento.

Lui riuscì solo a pensare che se fosse stata verde sarebbe stata simile a una venatura del volto che stava scolpendo.

 

Tornò al lavoro, era tempo di dedicarsi al sorriso.

Lo aveva immaginato così tante volte che già se lo vedeva davanti, lo aveva immaginato anche sul suo di volto, lo aveva immaginato sul volto di chiunque. Eppure mai gli sembrava bello abbastanza.

Se all’inizio del lavoro sentiva le sue guance stringersi di gioia a ogni colpo di scalpello, ora invece sentiva dolore. Tornò allo specchio e vide che la crepa si era allargata: al lato del naso si separava in due, da un lato scendeva fino al collo, mentre dall’altro si faceva strada sulla testa, dividendogli i capelli come una brutta cicatrice. La pelle era secca e fragile, si sbriciolava sempre più ogni volta che ci passava le dita. Ne prese un piccolo pezzo e lo massaggiò tra due polpastrelli: era argilla.

Improvvisamente le gambe gli si fecero molli, sentì tutte le sue forze sprofondare verso il basso e abbandonarlo inerme sul pavimento.

Guardò la sua statua: quel viso così forte e duro da modellare, quegli occhi in cui rivedeva le sue ambizioni e quel sorriso incompleto lo biasimavano per la sua fragilità. Strofinò gli occhi, prese lo scalpello e ricominciò a scolpire.

Un colpo, poi un altro, il dolore si faceva sempre più forte, sentiva che si stava spaccando, strinse con un braccio il busto per evitare che si dividesse in due. Cercava la perfezione per quel sorriso, avrebbe combattuto fino alla morte per realizzarlo.

C’era quasi, mancava solo un colpo, il tocco finale, ma la crepa si era allargata staccandogli le gambe dalle anche e dividendo la mano in due moncherini che non riuscivano a fare presa. Le energie non bastavano più, sentiva dolore anche dentro mano a mano che la crepa scavava più in profondità.

È l’ultimo, si ripeteva, è l’ultimo.

Sforzandosi di tenere insieme i pezzi di entrambe le mani sollevò lo scalpello mentre la faccia si separava come scossa da un terremoto. Dal centro del suo corpo uscì un urlo profondo, scolpì l’ultimo dettaglio con gli occhi chiusi.

Non ebbe il tempo di riaprirli. Le ramificazioni della crepa, partendo da ogni parte, erano arrivate a spaccargli il cuore.

Di lui restarono solo pezzi di argilla friabile, ammucchiati accanto ad uno scalpello, sorvegliati da un sorriso forte e marmoreo. Perfetto.

 

Illustrazione di Giulia Canetto

 

Sissi Decorato

Sissi nasce, cresce e si laurea a Milano. Poi cambia idea e si trasferisce a Torino. Ama fare piani per il suo futuro e farli saltare; parlare di Dickens e leggere Sophie Kinsella di nascosto; i vestiti eleganti, ma solo se abbinati a scarpe eccentriche.

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