Il poster

Di tutte le cose che ho studiato a scuola, la storia sui confini africani è quella che mi è rimasta più in testa, insieme a Pipino il Breve e a Carlo il Calvo – se sono riusciti loro a diventare re con quei nomi, tutti possiamo fare tutto – ed Liberté, Égalité, Fraternité. Mi è rimasta in testa perché davvero mi sono sempre immaginato cinque o sei persone sedute a un tavolo con righello, squadretta e goniometro a tracciare una riga a destra, una a sinistra et voilà, l’Africa è servita. Il nostro professore ci aveva detto che quella era stata una macchia indelebile della civiltà europea, ma a me ha sempre fatto ridere. Non che mi spanciassi per la questione dell’imperialismo, ma non è ridicolo che a decidere le sorti dei popoli siano state quattro linee? Quella lezione mi aveva proprio cambiato la giornata, ero passato dalla posizione appollaiata sul banco, alla schiena dritta e gli occhi attenti di una preda che cerca di ascoltare il minimo rumore per paura di un attacco. Non sono stato uno studente brillante, ma su quell’argomento ricordo di aver preso un bel nove. Ero tornato a casa vittorioso, avevo mollato lo zaino a terra ed ero filato dritto nella mia stanza, domandandomi come sarebbe l’Africa se nessuno l’avesse ridisegnata a suo gusto, che media avrei avuto in storia se quelle pagine non fossero mai state da studiare, ma soprattutto se finalmente mia madre mi avrebbe permesso, ottenuto quel voto alto, di passare il week-end in montagna con i miei amici.

Sdraiato sul letto, il mio sguardo si era poi fermato sulla porta aperta, dove fino a poco tempo prima c’era stato un poster con scritto OFF LIMITS. Inutile dire che era sempre stato ignorato da tutti. Quando l’avevo appeso per la prima volta per poi chiudere subito la porta, mia madre era entrata senza bussare dicendo “Beh, cos’è, siamo in guerra?” e io avevo risposto “Non sai leggere?”. A quel punto si era offesa ed era tornata in cucina, ma la porta era rimasta aperta. E dopo qualche giorno, facendo pulizie, l’aveva buttato.

La storia ci insegna che ogni limite è un confine e i confini sono sempre cause o conseguenze di guerre; il mio OFF LIMITS era stato una dichiarazione d’intenti, che nessuno aveva preso sul serio. Forse avrei dovuto riappenderlo? Non sarebbe servito a niente, temevo. La verità è che se vogliono invadere i tuoi spazi lo faranno, che ci siano uno o mille poster appesi a una stramaledetta porta.

Aveva fatto così anche Benedetta. Non aveva bussato, era rimasta qualche mese, con i suoi capelli di quello strano colore, le lentiggini e i maglioni a collo alto; aveva sparso tutto nella mia stanza, elastici, quaderni, risate e bugie, poi se n’era andata. Dopo, mi ero sentito come l’Africa, mi aveva ridisegnato tutto, di forme che non riconoscevo più allo specchio. Aveva smussato tutti quegli angoli delle prime volte, aveva acuito tutti quelli della fiducia. Un giorno mi aveva sorriso con quegli incisivi un po’ accavallati e mi aveva chiesto se avessi mai desiderato andare a New York. L’avevo guardata confuso, le avevo risposto che faceva parte di quelle cose che probabilmente non mi sarebbero dispiaciute affatto, ma alle quali non pensavo mai. D’altronde pensavo solo a lei, ma questo non glielo dissi. Se dovessimo pensare a tutto, ma proprio tutto quello che ci piacerebbe fare, la nostra vita diventerebbe un inferno, no? Lei, però, evidentemente a New York ci pensava, così tanto che dopo il diploma aveva preso un aereo di sola andata. Io invece ero rimasto nella mia stanza, che in quei giorni già non aveva più il poster OFF LIMITS sulla porta, a rimuginare su tutto quello che avrebbe fatto là senza di me, a tutto quello che invece avevamo fatto insieme, ed era stato come paragonare un cocomero a un pinolo, perché la vita era tutta lì, davanti a lei. E mentre cercava di prendersela facendosi mettere un timbro sul passaporto, io rimanevo nel mio mondo fatto di poster strappati e barriere difensive, che a quanto pare dovevano avere la resistenza di un castello di carta.

Non so perché mi sia tornato in mente tutto questo proprio ora, l’Africa, i poster, i righelli e i suoi capelli. Forse perché prima il telefono ha suonato ma non ho risposto, e la mia giustificazione sono state tutte queste cose qui, prese e ammassate le une sulle altre per formare un muro, nella speranza che possa essere più solido di tutti gli altri, che nessuno butterebbe giù con facilità. So già che richiamerà, e dopo aver risposto mi chiederà “Tutto bene? Dov’eri finito?” e alle mie orecchie assomiglierà proprio tanto alla voce di mia madre che diceva “Beh, cos’è, siamo in guerra?”, e dopo tanti anni sarò ancora in dubbio se riappendere o no il mio poster.

 

 

Un racconto di Elisabetta Ceroni

Illustrazione di Ilaria Bressan

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