Mi hanno invaso, governo ladro!

Questi sporchi negri, se ne andassero tutti affanculo, sono ovunque. Dieci anni fa questo condominio era abitato da soli italiani e si stava bene così. C’era una sola famiglia di romeni, ma una volta abituati alle sbronze del capofamiglia era come se non ci fossero: uno fa un po’ quel che gli pare in casa sua, no? E poi erano bianchi.

I negri c’erano, ma erano da altre parti, erano in spiaggia a fare i vù cumprà o nei campi a zappare la terra, mica in mezzo alla gente civile. Oggi ci sono almeno quattro famiglie di africani – e dico famiglie, ma mica lo so come sono messi tra loro – che fanno avanti e indietro per le scale con sacchi pieni di roba puzzolente che loro chiamano cibo e che mi costringono a spruzzare deodorante sul pianerottolo a ogni loro passaggio.

E pensare che mi tocca pure essere gentile con loro: uno, perché sono italiano e sono una persona civile; due, perché non sai mai che potrebbero combinare queste scimmie se le si prendesse contropiede.

L’altra sera, saranno state le nove, stavo tornando dall’Esselunga dove avevo comprato le patate e l’acqua appena prima della chiusura; l’ascensore si era rotto e dovevo farmela a piedi e proprio in quel momento uno di quei mao mao mi è sbucato alle spalle con il suo sorrisone rimbambito, mentre con un dito nero carbone si mette a indicare la cassa d’acqua che avevo. Immaginatevi un vecchietto come me, di fronte a un milingo grande e grosso che vuole la vostra acqua: non gli ho detto nulla, come potevo? Beh, lui ha preso la cassetta e me l’ha portata su fino al mio appartamento, senza che nemmeno gli dicessi dove abitavo.

Con il suo italiano incivile e sgrammaticato mi ha informato di essere il nuovo vicino di casa e mi ha dato la mano. Quando sono tornato al supermercato per comprare il sapone ho trovato chiuso e ho dovuto ripiegare su un mercatino notturno gestito da –indovinate un po’?- degli sporchi negri. Ricordo che mi veniva da piangere mentre sfregavo la spugna sulla pelle delle dita, fino a farne venire via squame intere.

E il mattino dopo, sapete cosa? Me l’ha attaccata. Quel bastardo del deserto mi ha attaccato la sua negritudine! Le punte della mia mano destra, che in sessant’anni avevo sempre conservato bianche e pure, ora erano dello stesso colore della cioccolata fondente –quella che detesto di più. Tutto il sapone, tutte le spugne che avevo in casa non hanno sbiadito di una virgola quel colore nauseabondo: le mie dita erano negre!

Con la gola serrata e il sudore a perle, ho pulito ogni angolo della mia casa, ogni anfratto del mio corpo, buttando acido nel lavandino, sfumando aceto sulle pentole. Neanche un batterio doveva sopravvivere, neanche uno di quei bacilli venuti dalla giungla. Nel pomeriggio ero pure andato a chiedere un consiglio medico alla farmacista, ma questa mi guardava come se fossi ammattito. Pensavo che fosse perché era giovane e un po’ tonta, ma poi ho visto una culona del Mozambico che di bianco aveva solo il camice che si agitava nel retro tra scaffali ed etichette e allora sì che ho capito e me ne sono andato imprecando.

Della buona aspirina e una tisana disintossicante avrebbero fatto il loro lavoro.

O almeno così pensavo, fino a quando non ho dovuto cominciare a mettermi i guanti per coprire entrambe le mani, completamente negrificate. Il vicino, il bastardo che me le ha infettate, oggi ci ha riprovato con il suo dannato bambino: uno scimmiotto di pochi mesi che mi ha fatto vedere insieme alla moglie mentre rientravo in casa; un bastardello che mi ha avvicinato e che subito mi ha preso il naso tra le manine. Bastardi, bastardi, bastardi pure i loro cuccioli!

Sono l’unico bianco rimasto. L’unico che ancora si vede in giro, per lo meno. Dannazione, ma perché ho regalato il vecchio fucile di mio padre a quel museo? Un moschetto italiano del periodo fascista, dato via così. Ma che avevo in testa? Potrei fare giustizia qui e ora, da questa finestra, su questa strada piena di incivili, di scalmanati, di scimmie, di negri… di invasori.

Sono l’unico bianco rimasto e potrei non esserlo più, a breve: non solo le braccia, ma tutto il viso e il collo sono diventati scuri come legno di rovere. Dannati, io non cedo. L’orgoglio non brucia quanto l’acido che scorre sulle guance, su quella pellaccia da selvaggio. Le urla di dolore fisico non sono nulla di fronte alle grida di disperazione quando vedo che pure i miei capelli si stanno increspando.

 

Ci hanno invaso. Mi hanno invaso. Ciondolo in mezzo alla strada, solo stranieri, neppure un mio simile. Sono l’ultimo cuore di bianco rimasto? Nonostante la pelle, io rimango un civile italiano, non è vero? E a chi lo starei chiedendo, alle scimmie? Sono tutte scimmie: quello con la canottiera colorata, quello fermo sul motorino, quello che porta i figli a scuola, quello tutto curvo e con i guanti di pelle riflesso in una vetrina.

Sembro proprio una scimmia. Non mi volete più qui, nel mio paese? Non vi bastava invadere la mia terra, volevate anche me?

“Eccomi qua, un vostro simile!” sbraito vomitandomi il cuore d’italiano, l’ultimo pezzo, mentre tiro palle delle mie feci e mi spoglio nudo, come si conviene a una scimmia.

CORRIERE DI MILANO

FOLLIA IN PIENO CENTRO: ANZIANO SI DETURPA IL VOLTO E SI DENUDA IN STRADA

In pieno giorno, i passanti della Darsena hanno assistito a un evento davvero singolare: D. S., 60enne italiano e incensurato è sceso in strada dalla sua abitazione, dove precedentemente si era deturpato il volto con dell’acido muriatico. Una volta giunto in strada, l’uomo, in stato confusionale, si è tolto i pantaloni e ha cominciato a tirare le proprie feci ai passanti, affermando di essere diventato africano. A nulla sono valsi i tentativi del personale medico di convincerlo del contrario. A D.S., dopo aver interrotto un lavoro di psicanalisi durato alcuni anni, è stato diagnosticato dal suo psicanalista un grave disturbo evitante, confermato dal vicino S.O., nigeriano e anch’egli psicologo, preoccupato per lui da settimane.

Una volta rinvenuto, D.S. ha espresso il desiderio di “tornarsene in Africa”.

 

Illustrazione di Maria Sciannimanico

 

Guido Zanetti

Guido nasce a Genova nel 1992. Cresce a Pavia, dove studia filosofia per tre anni e tre quarti. Corre a Torino, dove studia sceneggiatura alla Scuola Holden.

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