Gradino

Mio padre lavora da quarant’anni e in paese è benvoluto.

Il mio paese è molto piccolo, ci sono una chiesa e un convento, due farmacie e una villa, che non è propriamente una villa, quanto piuttosto un parco immerso nel verde. Non so perché continuino a chiamarla “villa”, sebbene, a pensarci, sembrerebbe l’unico nome adatto.

Lungo il perimetro sono state montate delle panchine in ferro e a terra si alternano pezzi di prato a zolle di sanpietrini finissimi. Sul lato destro ci sono dei portici con alcune aperture ad arco. Quando ero molto piccola, la palazzina soprastante aveva preso fuoco e per lungo tempo era rimasto il nero sui muri, così la gente continuava a dire: «Che disgrazia. È proprio una brutta disgrazia». I portici erano diventati bui e segnati da cartelli di pericolo tutt’intorno.

Quando era successo l’incendio, mio padre lavorava già ed era benvoluto. A quell’epoca portava un paio di baffi neri e a spazzola, che lo rendevano serio e poco loquace. Benché a sette anni fosse rimasto orfano di padre, aveva viaggiato molto, salvo poi tornare a casa e mettersi in proprio. Voleva costruire dei campi da tennis, mio padre, e voleva anche dirigere una catena di alberghi, poi ha comprato una struttura in paese e ha messo su un negozio di vestiti, che da quarant’anni si trova su Corso Matteotti, una diramazione della piazza principale.

D’estate, quando la calura attarda l’ora delle compere, indugia sul gradino all’entrata, e la testa gli va da una parte e dall’altra. Di tanto in tanto saluta un passante che sempre gli chiede: «Come stai, Ottavio?».

«Tisu», risponde lui, che è un modo salentino per dire “in piedi”.

Mio padre dice che per lavorare bisogna stare in piedi, che mettersi seduti e aspettare è una mancanza di rispetto.

Un’altra cosa che dice è che la gente non può sedersi sul gradino all’entrata, perché dà l’idea che il posto sia trasandato e invece lui tiene molto alla bellezza.

Quando ero piccola, però, e l’incendio sui portici era già divampato, me lo lasciava fare e potevo farlo solo io, come se mi avessero investito di una carica: “La Regina del gradino”.

Se in paese veniva il mercato, lui andava a lavoro in bicicletta, che lasciava sul marciapiede all’ingresso del negozio, sferragliando il campanello quando invece tornava a casa.

Quello era un tempo in cui le giornate erano lunghissime e mio padre era tutto sano, senza femori marci.

 

Poi le giornate hanno cominciato ad accorciarsi.

Per lungo tempo la palazzina soprastante i portici è rimasta un mucchio di travi scheletrite e i lavori andavano a rilento.

Prima che mio padre vendesse il negozio, ha appeso dei manifesti con la scritta “Tutto in saldo” e la gente non smetteva di arrivare; era così tanta che doveva farla entrare poco a poco. Fuori c’era una fila lunghissima e anche il gradino era pieno così. Ma a lui non importava più, non smetteva di ripetere che la gente gli aveva fatto una festa grande. «Una festa grande», ripeteva, e i suoi occhi si accendevano da soli.

Quando è arrivata la pensione, mio padre era un uomo prossimo alla settantina. Così ha cacciato un volto rotondo e gli occhi si sono fatti d’un nero liquido, puntellati agli angoli da un accenno di umido, come succede di solito ai vecchi. La pelle è diventata di un colorito olivastro, toccato qui e lì da macchie più scure, e le mani, sebbene ferme, hanno perso il tatto delle cose, facendole scivolare in continuazione come fossero piene d’olio.

Ha cominciato a svegliarsi poco più tardi, mio padre, girando per casa come se non l’avesse mai vista davvero. Si è accorto di tubi dimenticati che perdevano da anni e in generale ha scoperto di avere molto tempo. Così ha cominciato a riempirlo come un tacchino. In quest’ammasso di impegni finti, ha tenuto il negozio. Tuttavia ogni volta che ci va, lo fa con parsimonia, l’andatura è silenziosa, come se si vergognasse di sentirsi inutile.

Ecco, vorrei dire a mio padre che le giornate sono spesso inutili, e le persone anche. Tuttavia, vorrei dirgli, lui non è tra queste. Mi pare sia un brav’uomo, mio padre. Perciò non vorrei si annoiasse, da qui alla fine. Piuttosto accettare che le cose cambiano, si svuotano.

In fondo anch’io ho smesso di essere “La Regina del gradino”.

 

Un racconto di Sara Micello

Illustrazione di Maria Caruso

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