Lorenzo Vargas_Ilaria Bressan_ Narrandom blog di racconti

Il caso più strano a cui abbia mai lavorato

Il caso più strano a cui abbia mai lavorato?

Ma signorina, sono trent’anni che lavoro in polizia, ne sono successe tante… Anzi no. Aspetti. Forse quello del Pulitore. Sì, è stato sicuramente il Pulitore.

Cominciò tutto con una telefonata assurda. In centrale ne arrivano davvero un’infinità. Dall’altra parte c’era un uomo, ci implorava di mandare qualcuno al più presto. Ci dà l’indirizzo e partiamo e ci aspettiamo una rapina, magari un’irruzione e quando arriviamo ci ritroviamo di fronte… Niente, signorina. Non ci troviamo di fronte niente.

Ci apre il tizio, un pezzo di ragazzo, due spalle così. Tremava da capo a piedi, lo si poteva quasi sentire vibrare. Allora gli faccio “Signore, che succede?”. Quello si stringe nelle braccia e senza spiccicare una parola indica dentro casa. Noi lo seguiamo e mi ricordo proprio di aver pensato, signorina, come fosse adesso, guarda questo ragazzo come tiene bene la casa. Cazzo, nemmeno un po’ di polvere, ho pensato.

“Qualcuno è entrato in casa mia”, dice il tizio e noi lì con le solite domande di rito. “Le è stato sottratto nulla? L’hanno aggredita?” e ogni volta quello non si stacca gli occhi dai piedi e scuote la testa e dopo una decina di domande ci tende una Polaroid (ci pensa? Quand’è l’ultima volta che l’ha vista una Polaroid, signorina?) e sibila “Ieri casa mia era uno schifo”.

Nella foto c’è solo un dito con tanto così di polvere sopra. L’avesse vista mia moglie, quella polvere… E insomma questo tipo dice che nella notte qualcuno gli è entrato in casa, gli ha lucidato anche sotto i dischi dei fornelli e ha lasciato lì la foto. Allora cerco di dire una roba per sdrammatizzare, no? Tipo “me la venissero a lavare a me, la casa di notte”, ma mi sono fermato appena in tempo, perché, signorina, io non voglio sminuire l’esperienza di nessuno, ma come si muoveva il poveretto, come stava rannicchiato su sé stesso. Cioè, signorina io… (Franco, me ne fai un’altra?)… Io ridotte così ho visto solo quelle ragazzine che stuprarono al Rione Basso. Poverette. Rannicchiate su sé stesse, come se volessero occupare meno spazio possibile, sempre lì a spazzarsi, o grattarsi, o strofinarsi di dosso uno sporco che non verrà mai via e quel tizio, nell’appartamento tirato a lucido stava proprio così. Solo che vedere in quelle condizioni un bestione come quello. Boh, m’ha fatto un effetto.

No, signorina, uno stupro è un’altra cosa, lo so, ci mancherebbe, ma era per farle… Insomma, come se non avessi detto niente. Comunque questo misterioso domestico notturno non aveva combinato niente. Ok, effrazione, ma poi basta. Non si era portato via nulla, non aveva fatto del male a nessuno, anzi.

Provammo pure a rilevare qualche impronta, ma niente. Se avesse lasciato il numero di telefono lo avrei chiamato per casa mia, ahahah.

Comunque, insomma, uno pensa che finisca lì una cosa del genere. Gliel’ho detto, signorina, a me ne sono capitate di tutte in trent’anni, ma quelle davvero bizzarre non si sono mai ripetute.

Invece due notti dopo ci arriva un’altra chiamata. Stavolta sono due ragazzini dell’università. Vengono da fuori, si sente, hanno un dialetto tutto gonfio da campagnoli, ma si vede che sono bravi ragazzi e io quasi che me l’ero scordata la prima vittima. Posso dire vittima?

E gli entro in casa e sento proprio la voce di mia moglie che mi doppia i pensieri e mi pensa ecco, fai una foto, che la facciamo vedere a Luca quando torna, così capisce che si può fare il fuorisede e non vivere in una porcilaia, ma poi vedo i ragazzi dentro. Sono in pantaloncini, la maglia nemmeno se la sono messa e di nuovo quello stare rannicchiati in sé stessi, il senso di violazione.  Questi non sono come la prima vittima, signorina. Perché tutto sommato non credo che gli dispiacesse che qualcuno avesse fatto le faccende. La foto stavolta era più ispirata. Mi pare che fosse un piatto, coperto da una crosta di cos’era, sugo? No, forse pesto ed una grossa larva paffuta sollevata da una mano guantata di giallo.

E dicevo, i ragazzi normalmente nemmeno avrebbero chiamato la polizia. Insomma, erano contenti, “ce ne sono capitate di cose assurde da quando siamo qui!” mi dice uno dei due, senza mai guardarmi in faccia. Che a pensarci, signorina, magari per vedere cose strane, non serve fare il poliziotto, basta andarsene di casa. Razionalmente sono contenti, ma si sentono come se qualcuno gli avesse di punto in bianco messo le mani nelle mutande. Qualcosa era entrato dove non doveva entrare. Non glielo so spiegare meglio, signorina, davvero. Mentre io ed il mio compagno prendiamo appunti e ci guardiamo strano perché non riusciamo davvero a farcene una ragione, una delle vittime ci scoppia a piangere lì davanti. Non sappiamo davvero che fare e allora l’altra si avvicina ad un mobiletto bianco dell’Ikea, ovviamente tirato a lucido e ne tira fuori una bottiglia di alcool e beve direttamente dal collo e poi la passa, con gli occhi nel vuoto all’altro e quello si ritrae come se gli avessero puntato una pistola e spiega che “quel mobiletto l’ha montato quello che ci è entrato in casa… Noi le bottiglie le lasciavamo a terra”.

Ma lei si rende conto? Stiamo quasi parlando di un supereroe. Uno ti entra in casa, ti pulisce tutto, ti monta un mobiletto bar, senza lasciare traccia e senza emettere un cazzo… Scusi. Un cavolo di suono. Roba da matti.

Allora così, lo raccontiamo in centrale, perché in polizia ci si scambiano gli aneddoti, così almeno ci facciamo bella figura coi figli anche nei periodi tranquilli. E non ci crederà mai, signorina, ma esce fuori che anche altri colleghi si erano trovati davanti dei casi praticamente uguali. Stesso modus operandi.

La nostra è una grande città e questo spazzino misterioso la batteva da un capo all’altro, anche più volte a notte, violando lo zozzo delle case degli altri. Che poi viene da pensare a cose strane, signorina, tipo che per un domestico silenzioso e discreto come questo, la gente magari paga oro, ma non ho mai visto delle vittime così sconvolte da un gesto così innocuo.

Franco, un’altra! Lei, signorina? No, ma si figuri, è per la compagnia, su. Sì? Quello che dice la signorina, Franco. E dove ero rimasto? Ecco, il caso va avanti e noi non sappiamo che pesci pigliare, perché il Pulitore (ormai tra noi e i giornali, a cui intanto era arrivata notizia, lo chiamiamo così), oltre ad entrare in casa di notte, non fa niente di illegale. In uno dei casi, aveva rotto per sbaglio un piatto e la notte dopo lo aveva riportato uguale, passando di nuovo sotto il naso di una donna, che, le giuro, signorina, non credevo avrebbe mai più chiuso occhio dallo spavento.

Quanti? Ma sa, da quando lo abbiamo cominciato a chiamare il Pulitore erano già una quarantina di casi. Solo per l’effrazione ripetuta sarebbe dovuto finire in galera. Qualcuno ha parlato di tortura psicologica, ma chissà se l’avrebbero mai condannato per una cosa del genere.

Ci abbiamo anche provato, a fermarlo, sia chiaro. Il nostro lavoro lo facciamo. Ma non lasciava nemmeno un’impronta, non un’immagine sulle telecamere, quando c’erano. Abbiamo anche chiamato uno di quei profiler criminali dall’università. Ci disse che non aveva mai visto nulla di simile, ma che forse pensava come un serial killer e si sarebbe fatto sempre più audace e allora abbiamo trovato una di quelle vecchie sepolte in casa e per provare, (cosa avevamo da perdere?) le abbiamo montato un sacco di telecamere intorno alla casa. Sulle prime niente.

La città è grande, lo sa.

Poi un giorno ci chiama in lacrime perché tutta la sua roba era stata sistemata. La casa era uno specchio, ninnoli e soprammobili compresi. La Polaroid era la mummia di un gatto tra pile di giornali.

UN’ALTRA, FRANCO! Ma no, signorina, non è troppo. Sono grosso, io, reggo bene il mio alcool. Comunque mentre smontiamo le telecamere abbiamo tutti i brividi, perché ha spolverato anche quelle e una volta dentro… Addirittura le registrazioni erano pulite. Eheh. Pulite.

Preso? No, signorina, non lo abbiamo mai preso… Oh. Questa? Non è niente. No… FRANCO, UN WHISKEY! No, per…

 

È la Polaroid tazza del cesso di casa mia, signorina. sì. No, non sto tremando. Sto bene. Davvero. FRANCO, ‘STO WHISKEY!

Le avevo detto che non lo abbiamo mai preso e aveva ragione il profiler. Si è fatto sempre più audace. Almeno una volta al mese, adesso, passa da un poliziotto. Davvero, signorina, sto bene, quella che l’ha presa peggio è stata mia moglie.

Lei… Si è fatto più audace, signorina, gliel’assicuro. Non ci siamo accorti di nulla ed ora la casa è uno specchio e mia moglie… Ora ha delle gambe liscissime.

 

Un racconto di Lorenzo Vargas

Illustrazione di Leiparlatroppo

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