Bertoni_De Capitani_ Narrandom blog di racconti

Polvere e acqua sporca

Aveva sempre paura di arrivare in ritardo, mio padre, che si trattasse di un incontro di lavoro o di un pranzo in famiglia e aveva pochi modi di mostrare affetto che non fosse arrivare in anticipo. Dalla finestra, quella mattina, l’avevo visto ciondolare avanti e indietro sulla via di casa almeno venti minuti prima di sentire il citofono suonare. Avevamo caricato l’auto con valigie e borsoni pronti ormai da giorni. Mi ero seduto dietro, nel posto centrale – nonostante avessi quasi vent’anni –, e mi ero allacciato la cintura. Tra le teste dei miei genitori scorreva l’autostrada per Torino. Mia madre e mio padre sedevano davanti a me, l’uno accanto all’altro, irrigiditi sui sedili senza dire una parola, coi gomiti stretti per non rischiare di sfiorarsi sopra la leva del cambio.

 

Una volta arrivati, accompagnai mio padre a fare il giro dell’appartamento. Nonostante a prima vista sembrasse tutto come io e mia madre l’avevamo lasciato dopo la visita con l’agente immobiliare, notai che sui pavimenti si erano allargate delle macchie scure, sui mobili si erano aggiunti strati di polvere e i cigolii degli infissi si erano caricati di una trascuratezza che nessuno dei tre si sarebbe premurato di indagare.

Mio padre si limitò a seguirmi in silenzio, prima in quella che da quel giorno sarebbe stata la mia camera, poi in bagno e in cucina – lo immaginai confinare i pensieri tra le piastrelle che incontrava sotto i suoi passi pesanti. Ci mettemmo subito al lavoro: dovevamo pulire l’appartamento e poi sistemarci tutte le mie cose entro sera.

Il rubinetto del bagno – notò mio padre – rigurgitava getti marroni nel lavandino.  «Sono rimasti chiusi a lungo. È normale, passerà», sentenziò.

Sfregando forte, in un impeto meccanico e convulso, cercai di togliere lo sporco dall’armadio della stanza. Mia madre aveva già sistemato le stoviglie in cucina e ripiegato con cura i miei vestiti nei cassetti. Mio padre si tirò su le maniche della camicia per passare il mocio sulle piastrelle sudice, finché l’acqua nel secchio non diventò nera.

Svolgevamo i rispettivi compiti senza parlare, cercando di trasformare l’ambiente intorno a noi in una casa, scambiandoci stracci, detersivi e borsoni nel tentativo eliminare la polvere e il ricordo di presenze estranee, di riempire vuoti e rimuovere ostacoli, chiarire e lucidare.

L’appartamento, tuttavia, sembrava resistere a quegli interventi. Per quanta confusione creassero i bagagli disfatti e tutti gli oggetti ancora in attesa di una precisa collocazione, per quanto mettessimo in disordine e spostassimo utensili e soprammobili, la casa continuava ad apparire vuota nel dettaglio di una crepa sul muro, nell’alone scuro intrappolato nelle porte vetrate, nell’ostinazione di quella polvere che opacizzava sguardi e superfici e si raggrumava per seppellire sensazioni nostalgiche.

In corridoio, dalla valvola del termosifone, cadevano goccioloni sporchi sul pavimento.

Poi un fragore trapassò le pareti. Mi voltai verso la porta della camera e seguii mio padre affrettarsi in cucina. Gli occhi di mia madre erano fissi per terra, come per effetto di una zavorra.

Due metà di un bicchiere giacevano sul pavimento della cucina. Restammo tutti immobili per alcuni istanti – un proposito che ricordava l’imbarazzo che precede le condoglianze –, poi mio padre tornò a svuotare un borsone di vecchi libri e mia madre a sistemare i cassetti dandomi le spalle, come se niente fosse accaduto. Io invece mantenni quella mia posa plastica ancora per un po’, osservando una goccia tra le due metà di vetro; allungai la mano per raccogliere i frammenti. Fui trafitto dall’eco di quella rottura: una ferita tornata ad aprirsi: un rigagnolo rosso che scivolava tra i solchi del palmo. Chiusi la mano a pugno, strinsi forte e mi alzai in silenzio – per poco non persi l’equilibrio.

Tornai a strofinare l’armadio in camera mia, un’anta alla volta, prima l’esterno e poi l’interno. Quando mia madre entrò nella stanza, i capelli le ricadevano scomposti sulle spalle stanche e gli occhi passavano da un lato all’altro del pavimento. Eravamo rimasti immobili, nell’indecisione di un gesto o una parola, il tempo di ascoltare i nostri respiri appesantirsi. Lei prese poi un panno dal tavolo e iniziò a passare la superficie scura delle ante facendo movimenti circolari.

«Non credi che in realtà stiamo tirando via il colore?», le chiesi.

«No, adesso è pulito. Guarda», e si era fermata a mostrarmi il panno bianco.

Poi passammo a rifinire insieme le altre stanze. C’era ancora dello sporco nascosto sotto i mobili, vestiti buttati sul letto, ripiani da ripulire.

Dopo non molto ci trovammo riuniti intorno al tavolo. Mia madre e mio padre seduti vicini, davanti a me, con tre bicchieri d’acqua trasparenti, a dividere un pacchetto di biscotti che mia madre aveva trovato in borsa. E finalmente parlammo. Dell’università, del lavoro di mio padre, della città, di parenti lontani, reminiscenze e situazioni imbarazzanti.

Ritrovai la voce piena e festosa di mio padre mentre raccontava aneddoti già sentiti mille volte e la curva garbata del sorriso di mia madre davanti a quelle vecchie storie, che copriva poi con la mano mentre aggiungeva la parte mancante al racconto, e ancora la risata di lui e il sorriso di lei mentre mi guardavano e il nostro essere immersi in quell’istante fuori dal tempo.

Poi mio padre controllò l’orologio – odiava essere in ritardo. Ci alzammo dal tavolo, ripercorrendo il perimetro della casa per verificare che tutto fosse sistemato – ci illudemmo che fosse così –, mia madre raccolse le borse vuote da riportare sul pick up e si avvicinò alla porta insieme a mio padre. Mi guardarono, poi si scambiarono uno sguardo l’un l’altra.

«Sarà meglio andare, o arriveremo tardi», iniziò mio padre.

«Allora, tutto a posto?», chiese mia madre.

«Credo di sì.»

«Ti ho lasciato le cotolette nel forno, devi solo scaldarle», disse con gli occhi bassi.

«Ok.»

«Mi raccomando, eh» mi strinse mio padre. «Fatti sentire.»

«Ciao papà.»

Poi abbracciai mia madre: al contatto col suo corpo sentii qualcosa pizzicare all’angolo dell’occhio.

Mio padre fu il primo a uscire. Mia madre lo seguì. Li guardai ancora, per un attimo – insieme –, nella cornice screpolata della porta. E ci separammo.

 

Appoggiai la schiena alla porta d’ingresso. Ascoltai i passi dei miei genitori giù per i gradini dell’atrio, il portone cigolare e sbattere, infine il silenzio.

Osservai la stanza e non mi sembrò così diversa da come l’avevamo trovata qualche ora prima: le pareti ingiallite, le porte vetrate, l’appendiabiti spoglio. La sedia che prima era coperta di polvere ora era semplicemente vuota.

La valvola del termosifone continuava a stillare gocce d’acqua sporca che strisciavano verso di me lungo le fughe delle piastrelle.

Restai fermo lì per un po’, con la gola secca, cercando di fare meno rumore possibile.

 

«È normale, passerà», avrebbe detto mio padre.

 

Illustrazione di Giuditta Bertoni

 

Davide De Capitani

Davide nasce vent’anni fa in quel ramo del lago di Como. Refrattario alle manifestazioni d'affetto, da grande adotterà un carlino di nome Carver. I papillon che si ostina ad esibire contribuiscono a farlo sembrare uno snob classista. In realtà gli fanno solo schifo le cose - spesso le persone -, ma ha un cuore d'oro.

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