Maiali

Ogni mattina Silvia percorreva con la mamma il sentiero di montagna che portava alla fermata del pullmino. Quel giorno però erano un po’ in ritardo.

Sulla porta di casa Silvia si era fermata e aveva detto: «Voglio mettermi i pantaloni».

«Tesoro, ormai non ce la fai a cambiarti» aveva tagliato corto la mamma, «avresti dovuto dirmelo prima».

In realtà era già da qualche tempo che Silvia la mattina faceva storie sull’argomento. Alla madre si stringeva il cuore al pensiero che la sua bambina stava crescendo, iniziando a pretendere voce in capitolo sull’abbigliamento.

«Mi voglio mettere i pantaloni» aveva ripetuto la bambina, afferrando lo stipite della porta con tale forza da farsi diventare bianche le nocche delle mani.

«Silvia, non fai in tempo a cambiarti. Se perdiamo il pullmino oggi è un pasticcio, la macchina ce l’ha papà e hai anche il compito di matematica».

La bambina era rimasta attaccata alla porta, fissandola con uno sguardo stralunato.

«Tesoro, ti prego».

A quel punto Silvia aveva mollato la presa, si era messa lo zainetto sulle spalle e a testa china era uscita di casa.

Come al solito, davanti al porcile della fattoria Torre di Sasso i maiali si affollarono contro la rete al loro passaggio, grugnendo così forte che Silvia fu costretta a mettersi le mani sulle orecchie.

Poi scoppiò in lacrime.

«Tesoro cosa c’è?» le aveva chiesto la mamma, sorpresa da quella reazione. La bambina a quel punto si era chiusa in un ostinato mutismo, riprendendo a camminare. Lei aveva preferito non insistere, imputando le lacrime alla sensibilità della bimba nei confronti degli animali.

Del resto solo poco tempo prima Cesira, la gallina che ormai da un paio d’anni regnava incontrastata nel pollaio dietro al loro cortile, era sparita misteriosamente.

«L’ha mangiata la volpe», le aveva detto suo padre.

Ma quando quella sera stessa la mamma le aveva messo davanti il piatto con dentro la coscia di pollo e le patate, a Silvia erano tornate in mente le parole di Giorgio, il suo amico del cuore.

«Guarda che gli animali mica spariscono, li mangiano, anzi, li fanno mangiare anche a noi. Quando è sparito Carotino la sera per cena c’era il coniglio, che a me tanto non piace, ma l’ho riconosciuto.»

Giorgio parlava poco, ma non diceva mai bugie.

«Cesira, questa è Cesira! Siete cattivi! Fate cose brutte, come tutti gli adulti» aveva singhiozzato mentre sua madre cercava di calmarla.

Poi era intervenuto suo padre.

«Silvia è abbastanza grande, ormai» aveva detto rivolto alla mamma, facendo alzare la bambina e mettendole il cappotto.

L’aveva portata a fare un giro fuori e le aveva spiegato quello che secondo lui doveva sapere. Quando erano rientrati, Silvia era rimasta silenziosa per tutta la sera. Sembrava più tranquilla, anche se aveva mangiato solo le patate.

Quella mattina, quando arrivarono alla fermata, il pulmino stava già spuntando da dietro la curva. Si fermò davanti a loro con uno sbuffo, la portiera si aprì e Giovanni, l’autista, l’accolse con la solita battuta: «Ecco qui la mia prima donzella!», perché Silvia era la prima a salire, mentre Giorgio la raggiungeva ben sei chilometri dopo.

Silvia si avviò verso il fondo del pullman.

«Tesoro» la richiamò la mamma, «siediti in prima fila così fai compagnia a Giovanni».

La bambina obbedì e si sistemò in prima fila. Dopo poche centinaia di metri Giovanni mise le quattro frecce e girò in una stradina sterrata, proprio accanto al porcile della fattoria Giunti.

«Vieni qui, piccola.»

Silvia si alzò come un automa e si andò a sedere sulle sue ginocchia. Sentiva l’odore del suo dopobarba misto a quello di tabacco. Stavolta ne avvertiva anche un altro, che le ricordava molto quello del liquido scuro che ogni tanto suo padre si versava dopo cena nei bicchierini piccoli, che la mamma a volte le dava per giocare a Biancaneve e i sette nani.

Sentì la sua mano che sotto la gonna risaliva prepotente lungo le cosce, fino alle mutandine. Con l’altra mano, intanto, si slacciava i pantaloni. Silvia sapeva bene cosa doveva fare a quel punto.

Chiuse gli occhi e cercò si concentrarsi su qualcos’altro.

Oink, oink, oink.

Gli strilli dei maiali quella mattina sembravano le grida dei matti che fino a pochi decenni prima venivano torturati nel manicomio vicino al paese, di cui ora erano rimaste solo le rovine.

Gliel’aveva raccontato suo padre, perché lui aveva uno zio che in quel manicomio c’era stato rinchiuso da ragazzo e non era più uscito.

«Ogni tanto andavamo a trovarlo. Era tranquillo, poveretto. Io ci ero affezionato.»

«Ma perché lo avevano rinchiuso?»

«Beh, perché stava sempre zitto, tesoro. O meglio, quando parlava lo faceva bisbigliando tra sé e sé come se avesse un segreto che doveva rimanere tra lui e Dio. O forse tra lui e il Diavolo.»

Silvia aveva sgranato gli occhi.

«Solo per questo lo hanno rinchiuso?»

Suo padre si era stretto nelle spalle e aveva cambiato argomento.

Un grugnito improvviso la riscosse dai suoi pensieri. Giovanni aveva finito e ansimava, porgendole una salviettina con cui lei si pulì il liquido appiccicoso e maleodorante che le aveva lasciato in regalo.

Prima di farla alzare la baciò sulla bocca. Il suo alito le dette la nausea.

Poi dalla tasca della giacca estrasse una tavoletta di cioccolata e gliela porse.

«Tieni. E ricordati che questo è il nostro segreto, intesi?»

Silvia annuì e tornò a sedersi, stavolta nei posti in fondo, lo sguardo perso nel vuoto. Fece appena in tempo ad allacciarsi la cintura che il pulmino ripartì e poco dopo si fermò per far salire Giorgio, che si andò a sedere accanto all’amica. Ultimamente la vedeva tanto strana, ma non riusciva a capire perché.

Quella mattina aveva proprio intenzione di affrontare l’argomento, ma non ci riuscì.

I due bambini fecero appena in tempo a vedere due maiali sul ciglio della strada, forse fuggiti dal porcile più vicino, pronti ad attraversare.

Oink, oink, oink.

Giovanni forse aveva bevuto troppo, e di sicuro non se li aspettava, fatto sta che frenò e cercò di sterzare ma ne prese comunque uno in pieno, uscendo di strada e andando a sbattere contro un albero.    I bambini per fortuna rimasero illesi.

Giovanni invece morì sul colpo. Non si era rimesso la cintura.

Quando arrivarono i soccorsi, tempestivamente allertati dagli abitanti della fattoria da cui erano fuggiti i maiali, Silvia e Giorgio piangevano abbracciati.

Mario, il volontario della croce rossa che si occupò di tirare fuori Silvia e avvolgerla in una coperta, la sera, turbato, avrebbe raccontato alla moglie: «Quando ho tirato fuori la bambina, non faceva che chiedermi dei maiali. Le ho detto che uno era stato investito, lei allora ha pianto più forte e ha detto che ne avevano visti due, che allora uno era scappato e lo dovevamo trovare, prima che gli capitasse qualcosa di brutto. Ma ti rendi conto?».

«Poveri bimbi, chissà che choc per loro» aveva commentato la moglie servendogli il minestrone.

La comunità fu sconvolta dalla morte di Giovanni, tanta era la stima che tutti avevano del vecchio autista che da decenni portava a scuola i bambini della zona.

Al funerale prese parte tantissima gente. Il preside della scuola, gli insegnanti, bambini con le proprie famiglie, persino il Sindaco volle dargli l’ultimo saluto.

Silvia quel giorno fece finta di avere mal di pancia.

 

Un racconto di Irene Rossi

Illustrazione di Federica Consogno

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