Il nido dell’aquila

Non sono nel mio letto. Il cuscino è diverso. Il mio cuscino è in lattice, mentre questo è di piume. Anche il materasso è diverso. Il mio materasso è in lattice, mentre questo è di molle.

Le lenzuola profumano di pulito. Nessuno dei miei compari o delle donne che frequento ha lenzuola così profumate.

Fuori c’è un casino d’inferno, un casino d’inferno che conosco fin troppo bene, purtroppo. Deve esserci una qualche festa paesana del cazzo. Sento la banda che suona, in lontananza.

Socchiudo le palpebre. L’universo intero balugina in una saetta di luce rossa fosforescente e le galassie s’ammorbano l’una su l’altra, sbrodolando una terribile sinfonia d’orrore apocalittico. C’è una finestra aperta. C’è davvero una mannaggia al clero di finestra aperta, fanculo e proprio davanti a me deve stare? Cristo, sarei potuto rimanere cieco! Un mezzo pesante inchioda e fa retromarcia (Bip! Bip! Bip!). Qualcuno grida QUELLO LO DEVE METTE LI! LI T’HO DETTO, PORCO, SOMARO CHE NON SEI ALTRO! ECCO, BRAVO! VEDI, C’ENTRAVA PARO, PARO COME L’UCCELLO DEL MI’ PORO MARITO!

Sono a Orvieto.

Tasto il comò. Sigarette. Accendino. Posacenere. Bottiglia. Perfetto, penso, ho tutto quello che serve per sopravvivere. Bevo dalla bottiglia. Accendo una sigaretta. Poggio il posacenere sul petto. Nel poggiare l’accendino incappo in qualcosa. Un telefono, pare. Un telefono a disco, come quelli di una volta. Decido che, chiunque sia, al mio ospitante stringerò la mano, una volta ripresomi. Un telefono a disco? Vale la pena di conoscerlo, questo tizio, mi dico. Spinto da curiosità stropiccio gli occhi e, faticosamente, li spalanco.

Il letto è molto grande, a baldacchino. I colori pastello dominano la stanza: ogni cosa è d’un candore ameno, un’impercettibile sfumatura del bianco, a volte rosea, altre cremosa, altre ancora verdolina. Se guardo a destra, oltre la linea d’orizzonte tracciata dalle lenzuola, una porta socchiusa. Scorgo, nella penombra, metà vasca da bagno e il profilo d’un lavandino. Sulla mia sinistra c’è un grande salone con due divani, una tavolinetto di cristallo e una TV al plasma che poggia su un bel mobile a vetrate.

I vestiti giacciono inerti ai miei piedi, ingrovigliati fra loro. Ho in mano una bottiglia di prosecco. È un filino sciapo ma non così malvagio. Bevo, mi tiro in piedi e, barcollando, cerco di raccattare la mia roba. Il portafoglio c’è, ma non trovo la patente. Il cellulare è nella tasca dei pantaloni, scarico. La camicia è intatta e chiazzata di vino. Il papillon rosso, che temevo d’aver perso, lo ritrovo dentro il taschino della giacca. Manca un calzino. È sul rilevatore antifumo.

Mi vesto. Salto qualche bottone. Siedo sul divano e finisco la bottiglia. Fumo altre tre sigarette. Mi sciacquo la faccia nel lavandino del bagno. Le chiavi della stanza? Di fianco alla TV. Non trovo le scarpe. Prendo il calzino ed esco.

Corro. Cioè, non è che corro. Vado a un passo sostenuto, diciamo. In questi casi l’unica cosa che conta è non perdere il ritmo. Camera, camera, camera, corridoio. Corridoio, corridoio, corridoio, ascensore. Ascensore, ascensore, ascensore, hall. Non c’è anima viva. Inforco gli occhiali da sole e vado alla reception. Suono il campanello. Arriva un ragazzo, un facchino. Sorride e decido subito che non mi va a genio. Gli domando se sa dove sia la mia patente, visto che non la trovo nel portafogli. Zampetta dietro il bancone. Scorre un quaderno ad anelli e, col sorrisetto idiota che quella cagna di sua mamma gli ha fatto, me la rende. Fa l’occhiolino.

“Nottataccia, eh?”

Te la farei passare io una nottataccia, rottinculo bavoso d’un demente. Qualunque stronzo sobrio con una targhetta al petto e una scopa ficcata su per il culo, come te, si crede più furbo di un qualunque altro stronzo ubriaco senza scarpe, come me.

“Non me ne parlare,” gli dico. “Sai come sono arrivato?”

“Chiedilo a lui,” sghignazza, indicando un perticone allampanato di fianco all’uscita.

“Glielo chiedo.”

“Chiediglielo,” continua a sghignazzare.

Lo guardo brutto: “Se aspetti la mancia è meglio che prendi un cuscino per il culo.”

Smette di sorridere e se ne va.

Ora sono di fronte al fusto in uniforme. Mi ricorda mio padre, solo più alto, più secco, più dritto, con un mento diverso, degli zigomi diversi e un diverso crucciare le labbra. A dire il vero, in comune con mio padre ha solo la pelata. “Buongiorno, signore. Desidera?”

“Sa dove sono le mie scarpe?”

“Temo di non saperlo, signore. Quello che posso dirvi è che ieri notte non le avevate, quando siete arrivato, signore.”

“Mi dica,” schiarisco la voce. “Mi dica: lei era presente al mio arrivo, ieri sera?”

Fa come a voler sospirare, ma non sospira. “Certo che lo ero, signore. Io sono sempre presente. Sono stato io a farvi entrare.”

“Sul serio?”

“Seriamente, signore.”

“Allora, potreste bene dirmi, ve ne prego, in quali circostanze sono giunto qui?” (Questo tizio è riuscito a far venir fuori il mio lato inglese, merda.)

S’impettisce. “Alloggiate all’Hotel dell’Aquila Bianca di Orvieto, signore, uno fra le strutture alberghiere più prestigiose dell’intera regione.”

“Lo credo bene. Ho visto la camera. Sarà costata una fortuna,” dico, con un pizzico di malizia tipicamente British.

“La più costosa che abbiamo, signore. Su vostra precisa richiesta.”

Sbianco. “Mia… precisa richiesta?”

“Proprio così, signore.”

Faccio un’espressione come per chiedere che cazzo è capitato e lui me lo racconta senza remore, dopo aver impercettibilmente serrato la mascella.

“Siete arrivato a ora tarda, intorno alle tre di questa mattina, signore. Facevo le parole crociate quand’ho sentito un gran frastuono venire dal portone minore.”

“Ero io?”

“Eravate voi.” Inarca il sopracciglio. “Sembravate piuttosto in collera, signore. Gridavate ingiurie irripetibili ai danni d’una giovane signorina, mi pare che il nome fosse…”

“Lo so,” taglio secco. “Me lo ricordo il nome.”

“Battevate la testa sul portone minore, signore.”

“Battevo la testa? Su cosa?!”

“Battevate la testa, signore, sul portone minore. Quando vi ho chiesto cosa desideravate, m’avete detto di volere la camera più lussuosa e dispendiosa che fosse libera, che fosse degna della vostra levatura morale e virile. Anche se, con grande imbarazzo, le confesso d’aver leggermente parafrasato le sue parole, signore.”

“Per questo la ringrazio,” dico.

“È sempre un piacere, signore.”

C’è una certa dose d’imbarazzo, nell’aria. Forse è meglio andarsene.

“Se trova le mie scarpe me lo faccia sapere.”

“Certamente, signore.”

Accendo una sigaretta, sull’uscio. “Spero non succeda di nuovo,” faccio, poggiandogli una mano sulla spalla.

Mi guarda. Poggia la sua mano sulla mia e dice: “A Sabato prossimo, signore.”

 

Un racconto di Massimiliano Maggi

Illustrazione di Verin

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