Le giornate bianche

Ecco, per capirci, la situazione è questa: sono in ginocchio, piegato davanti al cesso di un Autogrill sull’autostrada per il Salento, sono le sei del mattino e vomito da due ore.

Oggi è il mio compleanno. Compio diciott’anni e Fabrizio non smette di chiedermi se va tutto bene:

“Va tutto bene?”

Appunto.

Vorrei dirgli che no, ovviamente, non va tutto bene, ma ho paura di quello che potrebbe uscire dalla mia bocca. E non parlo solo del vomito.

Chissà perché poi ci siamo portati dietro pure Fabrizio. Forse perché Marco sosteneva che sarebbe stato un ottimo reggiteste, qualora qualcuno di noi si fosse sentito male. E, infatti, devo dire che sta svolgendo il suo ruolo egregiamente.

“Va tutto bene?”, insiste.

Povero Fabrizio, vorrei davvero rispondergli e dargli un po’ di pace, vorrei davvero dirgli qualcosa, qualcosa. Ma sono giorni che apro la bocca solo per lasciarci scivolare dentro alcolici scadenti, per rivederli, a distanza di poche ore, sulle punte dei miei piedi, mescolati a una poltiglia di succhi gastrici.

Pensavo, sinceramente, che raggiungendo la maggiore età, quest’uncino che sento pizzicarmi la gola si sarebbe trasformato in qualcosa di più… maturo?

Non desideravo certo scrivere un trattato psicologico alla Erich Fromm, ma insomma: speravo di essere almeno in grado di rispondere all’implorante domanda di Fabrizio:

“Va tutto bene?”

E invece no. Emetto l’ennesimo rutto baritonale, spero che a Fabrizio basti questo.

Sollevo di poco la testa, piano piano. Mentre faccio per alzarmi, sul muro, leggo una serie di numeri scritti con un bel pennarello verde scuro.

Appena sotto è specificato:

 

“chiamami, esaudisco i tuoi desideri”

 

Forse dovrei chiamare questo genio dei desideri, che dalla lampada nel deserto si è trasferito sulla parete del cesso di un Autogrill.

Dopotutto oggi è il mio compleanno; ho diritto di esprimere un desiderio. Effettivamente, a pensarci bene, ci sono un paio di cose che vorrei da un po’ di tempo.

Potrei, per esempio, desiderare che sia istituito un ufficio reclami per brutti sogni. Trovo che non ci sia nulla di più noioso che ascoltare i sogni di qualcun altro; così, invece, ci sarebbe una vera istituzione pronta a soddisfare questa strana mania di raccontare le proiezioni sconclusionate del nostro inconscio.

Oppure potrei chiedere che tutti abbiano nel proprio sangue un naturale repellente anti zanzare: finirebbero piagnistei esagerati e inutili, e non ci sarebbero più argomenti per conversazioni qualunquiste sotto l’ombrellone in spiaggia.

Oppure, ancora, potrei far scavare una galleria per arrivare fino agli antipodi della Terra. Partire dall’Italia e arrivare direttamente in Australia. Bello, no?

E poi ci sarebbe l’ultima scelta.

Si tratta di un desiderio particolare, che conservo solo da pochi giorni.

Vorrei abolire la domenica. Mi spiego meglio. Io la domenica la voglio proprio eliminare, cancellare, dimenticare per sempre. Come se non fosse mai esistita. Passare dal sabato al lunedì, senza quel maledetto giorno di riposo che di riposo non è mai. Vero è che ci sarebbero diversi fattori da tenere in considerazione, tanto per iniziare guadagnerei l’odio di moltissime persone. Se eliminassi la domenica, eliminerei anche la messa, le passeggiate lungo la riviera, il gelato dopo pranzo, le capriole nelle lenzuola.

Non ci crederete, ma c’è gente che darebbe la vita per la messa o le capriole.

Vorrei spiegare a queste persone qui che a messa ci si può andare anche di sabato e non c’è niente di più bello che rotolarsi nel letto di mercoledì, ma che invece la domenica è un giorno irrimediabilmente insopportabile. Perché è un giorno senza colori. Un giorno in cui non hai niente da fare, o peggio, da dire; un giorno che se avessi una pagina da riempire resterebbe completamente bianca.

Perché è il giorno in cui l’ho lasciata andare via. E l’ho lasciata andare via senza dire niente. Senza chiederle che incubo avesse avuto quella notte. Senza fare nulla mentre si strappava la pelle a furia di grattare le punture che le spuntavano sul gomito sinistro. Senza salutarla prima che salisse sull’aereo che l’avrebbe portata a dodici ore di fuso orario da me.

“Va tutto bene?”, mi chiede ancora Fabrizio.

Ecco, se si potesse eliminare la domenica, io sono certo che smetterei di non avere più parole. E potrei dirle finalmente tutto quello che merita.

 

 

Illustrazione di Ilaria Bressan

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