Dimenticare

A volte vorrei che sparisse.
L’ho iscritto al corso di teatro, dicono ci sia portato.
Mia madre ripeteva che non avermi iscritta a teatro era stato un peccato, che c’ero portata, che sarei stata proprio brava.
Mia madre ama ricordarmi i sacrifici che non ha fatto.
È innamorata pazza di lui. Dei suoi occhi scuri, del naso tondo, dei capelli lisci schiariti dal sole. Ma dice anche “ha il sorriso da furbetto”. È emozionata più di me.

È il 21 dicembre e ho caldo; è un dicembre milanese fatto di colori che non conosco, che ho conosciuto da bambina, che ora non ritrovo più. Dicono che la temperatura si sia alzata di parecchi gradi, dagli anni passati. Non piove da quasi due mesi e io mi sento soffocare.

Sono in terza fila, su sedie scomode, verdi e blu, messe alla rinfusa dal passaggio dei genitori, dei familiari, dei nonni, tutti imbacuccati nei loro cappotti pesanti. Vederli mi fa venire caldo. Sarebbe bastato così poco, mettere tutte le sedie in fila, ma è troppo complicato ordinare, troppo facile disfare.
Sale sul palcoscenico. È un uomo in miniatura, con la tunica cucita apposta per l’occasione – non da sua madre, ma dalla madre di sua madre – ed è fiero, nei panni di un Giuseppe che non conosce peccato. Non sa che il padre del Cristo avrebbe lapidato Maria, se non fosse stato fermato dagli angeli.
Il suo Giuseppe usa un tono di voce squillante, di bambino, indica la culla in cui è posto un vecchio bambolotto con la pancia molle e dure solo le estremità, lo addita rigido, perché è un giocattolo da femmina.
Avrei preferito una bambina.
La Maria è nera. La coppia alla mia sinistra ridacchia con le mani davanti alla bocca. L’altra coppia alla mia destra registra il video con le lacrime agli occhi.
«Perché non stai filmando?» domanda mia madre.
«Ho il cellulare scarico» dico, guardando la porta con una certa frequenza.
Sa che c’era la recita.
Arrivano il bue e l’asinello, due dei bambini più pestiferi della classe, una giusta punizione, avrà pensato la maestra, e mi viene da piangere.

Il fatto è che ha il sorriso furbetto.
È per questo che a volte vorrei non esistesse, per via di quella mascella leggermente allungata, l’espressione seria che scoppia in risate, a mostrare la sua fila di dentini dritti e bianchi e io penso a quando quei dentini saranno denti da adulto, denti macchiati dal fumo, perché fumerà, e il fumo gli farà male. Tossirà catarro, bile, sputo, e io resterò a guardare. Ha il sorriso di suo padre.

Cantano. Non avrebbe voluto fare il protagonista, Gesù adulto, ha preferito fare la parte di Giuseppe. In questo siamo uguali, io avrei scelto di interpretare la stella cometa. Un ruolo certo in virtù di un ruolo incerto, la Madonna che tutte le bambine vogliono interpretare. Ignare, dolci, dolcissime bambine.
Si è svegliato il bambinello, piange, e Maria nera culla il bambolotto, non sta attenta alla testolina, che sbatte a destra e a sinistra.

Penso a Torino, a quando è nato sul materasso lercio del mio sangue nella mia vecchia casa, via Tarino vista Mole, aveva fretta, una fretta assurda di entrare nel mio mondo, la stessa che suo padre ha avuto di uscirne. Il suo corpicino cianotico era immobile, avevo il terrore che vivesse più forte di quello per cui morisse.
Eravamo innamorati, prima. Mettevamo due materassi per terra e li legavamo con il coprimaterasso, avevamo un solo cuscino e lo facevamo avanzare. Insegnava storia in un liceo, qualche supplenza ogni tanto, il padre. Mi sussurrava all’orecchio parole d’amore prese in prestito agli scrittori, io me ne accorgevo ma facevo finta di non accorgermene. Si svegliava e mi diceva che gli facevo venire voglia di preparare la colazione.

E mio figlio guarda oltre il pubblico, parla al bambolotto guardando l’orizzonte. Guardo l’orizzonte anch’io, verso la porta chiusa. Mi maledico perché sono passati cinque anni e ancora rimango appesa a una speranza a cui mi dico di non credere.

L’ho portato a Torino, quest’estate. Non ci tornavo da quasi quattro anni e la stazione di Porta Nuova aveva libera la sua facciata, l’ho trovata meravigliosa. Avevo nostalgia di tutto. Lui camminava col naso in su, ascoltava le mie storie, ne avevo una per ogni angolo, abbiamo percorso via Roma e siamo arrivati in piazza Castello. Volevo che si incrociassero.
Le piazze erano recintate da grossi blocchi di cemento. Per la vostra sicurezza, in rosso su ogni basalto. L’ho lasciato libero, ha rincorso i piccioni, s’è bagnato le manine in ognuna delle fontane, faceva caldo e nella fontana ci si è tuffato. Abbiamo riso insieme e per un momento mi ero scordata di tutto il resto. Abbiamo pranzato da Master Sandwich e lui era felice, e io ancor di più.
Ho pensato che magari a Torino potevo tornarci. Avrei potuto trovare lavoro in un qualche ristorante, lui avrebbe potuto fare le elementari in una delle scuole della provincia, avremmo preso un bel bilocale al quadrilatero, sarei tornata a frequentare i miei vecchi amici.
«Mamma, una sfinge!» si era messo a urlare in piazza Carignano, ancora un attimo e avrebbe gettato a terra il gelato. L’ho frenato stringendogli il colletto della maglietta.
«Dopo ci andiamo, se vuoi».
E giuro, l’avrei portato, non mi importa che mio figlio sia appassionato di storia, è comune nei bambini, l’avrei portato, se non avessi visto il padre in coda per entrare e non mi fosse crollato il cuore.

Mi chiede spesso del figlio: mi chiede se sta bene. Mi dice che non se la sente, che è tutto troppo difficile ora, ma che un giorno lo incontrerà, ne è sicuro, e quando se la sentirà ci sarà solo da organizzarsi, “mandami il calendario, fa karate, che bella cosa, e chi interpreterà nel saggio di Natale?”, mi scrive via mail, cristo, ho fatto un figlio con un uomo che mi scrive via mail, e poi chiede qualche sua foto. E io gliele mando, ogni tanto, e lui mi dice che si capisce che è sveglio.
Ma le foto non piangono, non cagano, non vomitano; non ti fanno stare alzata la notte perché hanno la febbre. Non ti guardano terrorizzate quando scendi dal tram un secondo prima di loro, tu ti giri per prenderle in braccio, ma si mettono a urlare davanti a tutti, perché per un secondo tu eri giù e loro erano su e niente potrà mai farti capire il senso di abbandono che possono aver provato, o forse sì.

Non ho seguito bene il resto della recita: dopo la nascita del bambolotto Gesù, lo spettacolo si è incentrato su un altro bambino che interpretava Gesù adulto. Hanno evitato la crocifissione, che insegnanti saggi.
Accendono le luci e salgono tutti sul palco. Lui sorride, si inchina, mi guarda e mi saluta. Mia madre piange dalla commozione.
Fuori fa caldo e la porta è aperta. Sono le cinque e Milano si fa buia, mentre aspetto che scenda dal palco, mia madre fuori a fumare. Scende di corsa e si fionda a darmi un bacio.
«Sono stato bravo?»
«Sei stato bravissimo» gli dico, e lo penso veramente «ma ora mettiti la giacca»
«Ma ho caldo»
«Non fa caldo»
«Non ho detto che fa caldo, ho detto che ho caldo» dice, e sorride.
Gli lascio mettere lo zaino senza giacca e tengo io la sua e la mia, mia madre ci raggiunge.
«Mettigli la giacca, e mettitela anche tu».
Il bambino ride. Andiamo a prenderci un gelato.

Illustrazione di Selma Inane

Martina Marasco

Martina nasce a Varese il giorno dell’amore, circondata dai sette laghi e dalle parole di Stendhal. Non ha mai imparato a gestire la rabbia, le cose e le persone, così ha cominciato a scrivere. Ama i cani, al punto che di solito ci si fidanza e ride al pensiero di aver scritto la sua biografia in terza persona.

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