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Una cosa che conosco

Certi giorni fa la mamma mi ha regalato un calendario, e adesso è una cosa che conosco.

È appeso nella mia camera, sopra la scrivania, così lo posso vedere quando faccio i disegni.

Mi piace fare i disegni, che è una fortuna, perché devo stare seduto. Disegno il cielo e il prato e poi decido cosa mettere in mezzo. Se lo devo regalare alla nonna faccio sempre dei fiori bianchi. Li faccio bianchi perché sono il suo colore preferito. E li faccio bianchi perché sono più difficili da disegnare, devo fare bene il contorno per lasciare il bianco in mezzo, così sa che sono diventato grande.

La mamma mi ha insegnato a contare fino a trentuno e a dire il nome dei giorni sulle dita. Era il sette novembre quando mi ha regalato il calendario, ed era anche un lunedì.

Ogni volta che mi sveglio metto una ics – che sarebbe una croce – sul giorno di ieri. Me l’ha detto la mamma di farlo, così so che è passato un giorno. Ho imparato che ogni volta che è martedì vuol dire che vado all’allenamento di calcio. Adesso, siccome devo stare seduto, il mister mi fa tenere il cronometro. Ho anche il fischietto e così faccio il guardiano del tempo che passa, dice lui ridendo. Fermo il tempo quando succede qualcosa e lo faccio ripartire quando tutti sono pronti a ricominciare e quando la partita finisce soffio fortissimo nel fischietto finché non mi fa male.

Sul calendario, siccome prima era in cucina, ci sono le scritte della mamma. Ci sono le commissioni e le medicine, che adesso sono una cosa che conosco.

Ho imparato che mercoledì è il giorno che va a fare la spesa di solito, e va anche dal parrucchiere. È una cosa che so perché quando torna a casa è bellissima. Il giovedì invece vado sempre a trovare la nonna. Adesso posso andare da solo perché sono grande. La nonna mi prepara il tè coi biscotti al cioccolato, nelle tazze coi bordi d’oro, che devo fare attenzione perché si rompono. Mi racconta le storie di quando era piccola come la mamma e piccola come me. Della sua mamma e del suo papà che sono morti. Anche sua sorella è morta, e anche il nonno è morto. Ho imparato che la domenica per la nonna è il giorno più triste. Lei non va più al lavoro, e neanche a scuola, e allora non le importa che di domenica ci si riposa. Per me è sempre domenica – mi ha detto un giorno. Di domenica va in chiesa e a trovare il nonno. Per questo è triste. Ma poi ho pensato che se per lei è tutti i giorni domenica vuol dire che è tutti i giorni triste.

Venerdì è un bel giorno perché il papà torna a casa presto dal lavoro. Da un po’ di giorni gioca con me sempre, quando glielo chiedo, e non dice mai che non ha tempo. Giochiamo a Memory, perché ho una buona memoria e mi piace ricordare le cose, e perché devo stare seduto. Anche se certe volte mi prende in braccio e faccio finta di essere un elicottero. Allargo le mani, gonfio le guance e faccio il rumore dell’elicottero. Un po’ di tempo fa io gridavo Bomba! e lui mi lanciava sul divano, adesso invece mi appoggia giù per terra e dice – Sei diventato grande, ometto.

Prima di andare al lavoro mi accarezza i capelli, come fa con la mamma.

Sabato la nonna viene a pranzo da noi. Mi piace stare con la nonna, anche se è vecchia, e vuol dire che morirà presto. Anche il nonno era vecchio quando è morto. A volte, dopo pranzo, giochiamo a carte, che è una cosa che mi ha insegnato lei. Certe volte, quando vinco sempre, aspetto un po’ prima di mettere giù la carta e lei dice che le ricordo il nonno. Non mi piace quando lo dice perché vuol dire che non sono speciale, e che anche io morirò. Però non glielo dico, perché so che mi vuole bene come al nonno, perché mi chiamo come lui anche se non l’ho mai visto perché è morto quando io avevo meno due anni.

Ogni lunedì andiamo a fare la visita dal dottore del cuore dei bambini. Mi fa togliere la maglietta, mi misura la frequenza cardiaca, che adesso è una cosa che conosco. Poi parla con la mamma e il papà mentre aspetto sulle sedie verdi fuori dalla porta e poi andiamo a mangiare un gelato e in farmacia.

La mamma ha messo un cerchio rosso sull’ultimo giorno del calendario, il trenta novembre, che è un lunedì. Forse dopo due giorni faccio sei anni.

Certe notti mi sveglio e piango perché sento il cuore che batte forte e mi fa paura.

La mamma quando mi dà le medicine mi dice che anche il nonno, che era suo papà, le prendeva. Mi ha fatto vedere il calendario del nonno, che è un libretto con delle file di parole sotto ogni giorno e delle ics – che sono come le croci – accanto. Mi faceva male. Mi ha detto che quelle scritte sono i nomi delle medicine che doveva prendere tutti i giorni e ogni volta che ne prendeva una metteva la ics, come faccio io coi giorni che passano. Dopo un certo punto c’erano solo i nomi delle medicine, scritte un po’ male, e niente più ics. Siccome certe medicine le prendevo anche io, ho chiesto alla mamma se dovevo morire come il nonno. Le sono venuti gli occhi strani e mi ha detto di no, che dobbiamo solo andare in ospedale ad aggiustarmi il cuore e che andrà tutto bene, e mi ha abbracciato fortissimo.

Mentre mettevo le ics sul calendario pensavo al giorno che avevo vissuto e poi contavo i giorni che mi rimanevano fino al trenta, per arrivare alla fine della pagina.

Il ventisei novembre, che era un venerdì, siamo andati in chiesa per la messa del nonno. Era il suo compleanno della morte. Poi siamo andati al cimitero, dove c’è la sua croce. Sapevo che sotto la terra c’è la sua bara con lui morto. La nonna ha messo dei fiori bianchi e poi siamo stati tutti zitti e mi sono sentito triste, e mi faceva male. Abbiamo detto la preghiera per i morti, che è una cosa che conosco. E ho pensato che dovevo mettere una croce come il nonno.

Il trenta, che era il mio ultimo giorno, ho messo la ics sul giorno di ieri e poi siamo andati in ospedale. Mi hanno spogliato nudo e una signora gentile mi ha spiegato che mi dovevano addormentare, così potevano aggiustarmi il cuore. Mi hanno fatto sdraiare su una barella, e mi ricordo che ho pensato che forse voleva dire piccola bara. La mamma aveva gli occhi strani.

 

Mi sono svegliato il giorno del mio compleanno, lunedì due. Mi sentivo lento e stanco e mi faceva ancora male, ma in modo diverso. Ero sdraiato e avevo dei tubi infilati nelle braccia e nel naso. C’erano la mamma, il papà e la nonna. Mi hanno abbracciato e ridevano e piangevano, con gli occhi luccicosi. E io ho capito che ero ancora vivo e che avevo sei anni. La mamma mi ha dato il calendario e mi ha detto che i giorni non erano finiti perché mi basta girare pagina e ricominciano. Era dicembre. Ci sono tanti altri giorni, più del numero più grande che so contare, che è centodieci, e la mamma ha detto che ce ne sono tantissimi di più di così.

Quando sono tornato a casa ho regalato un disegno coi fiori bianchi alla nonna e ho disegnato anche il nonno, perché ho una buona memoria. Era domenica ed era appena tornata dalla chiesa. Le ho detto che l’avevo visto mentre dormivo in ospedale e che mi ha detto di ricordarmi sempre di mettere le croci sul calendario, così possiamo ricordarci del tempo che passa.

Quando arriva l’anno nuovo il mister mi ha detto che posso giocare in difesa, perché non devo più stare seduto. Sono molto contento, ma mi ha detto che se voglio posso anche continuare a fare il guardiano del tempo, che adesso è una cosa che conosco.

 

Illustrazione di Annachiara Vivi

 

Davide De Capitani

Davide nasce vent’anni fa in quel ramo del lago di Como. Refrattario alle manifestazioni d'affetto, da grande adotterà un carlino di nome Carver. I papillon che si ostina ad esibire contribuiscono a farlo sembrare uno snob classista. In realtà gli fanno solo schifo le cose - spesso le persone -, ma ha un cuore d'oro.

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