L’unica vita

Si era sentito così quando gli venne detto.

Come quella volta a Ferrara, alla visita del Castello. Il biglietto comprendeva la Torre dei Leoni, aveva deciso di salire comunque. Aveva pagato. Ma poi c’era una scala in legno aperta, dalla griglia degli scalini e sotto il corrimano poteva guardare la voragine.

“Non manca molto, forza” lo aveva incoraggiato la moglie. “Forza, vai piano, con calma…”

Sua moglie però era diventata solo una voce, se fosse scivolata o caduta non avrebbe potuto aiutarla. Tutte le sue energie erano concentrate in un nocciolo calloso che boccheggiava nel suo petto. Un passo pesante dopo l’altro, avvinghiato al corrimano, le ginocchia vacillanti, aveva provato quella sensazione disperata di pericolo per la sua vita, l’unica vita di cui disponeva. Ma fuggire all’angoscia era un desiderio così intenso che anche la caduta, il precipitarsi giù, era preferibile a quello che sentiva. Non si trattava di attrazione per il vuoto, ma brama di serenità.

“Forza!” gli dice la moglie.

Lui annuisce leggermente, l’accenno di un sorriso nascosto dallo sguardo abbassato.

“Certo…” risponde. Vorrebbe rimanere in silenzio, ma ripete: “Sì, certo…”.

“Coraggio! Ce la puoi fare… Forza” lo incita.

Anche lui se l’era detto all’inizio, vedendo nello specchio i cambiamenti amari del suo viso. E si recava al lavoro con la schiena a piombo e lo sguardo in quello dei colleghi, esibendo la sua condizione con orgoglio, come se la trasformazione l’avesse fatto crescere più forte e consapevole. Ma se il suo responsabile stacanovista sfuggiva il suo sguardo, per navigare al più presto nei mari familiari dell’efficienza, oppure se il collega, con occhi umidi di cattolica pietà, cercava di confortarlo dicendogli “Non buttarti giù…”, allora sentiva la rabbia che gli schiumava nello stomaco, e si rispondeva: “Devo essere… anzi no, sono forte!”. Almeno fino a che la cosa non lo infastidiva. E allora tirava dritto pensando che erano degli idioti, non tentavano neppure di capirlo. “Non possono, se non l’hanno provato” gli diceva la moglie.

Era così forte, pronto a combattere, che sembrava che nulla potesse contrastarlo. Dovrebbero sentirsi così, pensava, i paracadutisti che stanno per lanciarsi nel vuoto e i bambini il primo giorno di scuola. Con l’adrenalina che sfreccia nelle vene. Poi, però, la speranza cominciò a sbiadirsi. La realtà, come previsto, peggiorava, e la sua determinazione non poteva opporsi. Quello che lo specchio rifletteva non poteva controllarlo, proseguiva il suo corso, come l’albero che si veste di fiori in primavera e si spoglia delle foglie in autunno. L’adrenalina si dissolse. E con lei la forza.

Era come percorrere un corridoio e sentire le porte chiudersi a una a una. Non serviva afferrare la maniglia e scuoterla, dapprima con rabbia, poi solo per sincerarsi che non si aprisse. Alla fine, si trovava a guardare le venature ordinate del legno della porta senza tentare neppure di allungare la mano verso la maniglia, lasciando il braccio a penzoloni, e continuando a camminare nel corridoio, lo sguardo a sfiorare le porte sprangate. Percorreva un corridoio infinito, chiedendosi a cosa servisse proseguire. Poteva anche accoccolarsi sul pavimento e attendere, tanto faceva lo stesso camminare, rimanere in piedi oppure sedersi. Indipendentemente dalle sue scelte, le cose procedevano per conto loro.

Arrendersi. Ecco la conclusione a cui è arrivato mentre sua moglie gli ripete: “Forza! Avanti.” Se prima era stata una questione di forza, ora si tratta di accettare una realtà che gli sembra ingiusta, che vorrebbe cancellare, l’unica di cui dispone.

“Adenocarcinoma duttale” aveva detto l’oncologo. Il resto delle parole si era perso nella stanza. Alcune però fu costretto ad afferrarle. “Quarto stadio.” La prospettiva era di qualche mese di vita. Sua moglie gli aveva stretto la mano. Lui si era sentito come quella volta nella Torre dei Leoni. Il medico gliel’aveva comunicato un anno e mezzo prima, ma questo non voleva dire nulla. Tempo regalato.

Quando era sbucato all’aperto, sulla sommità della Torre, si era incollato con la schiena al muro, mentre sua moglie e gli altri turisti si avvicinavano al parapetto per scattare foto panoramiche alla città. Godere della serenità del cielo sopra di lui fu la tregua prima della discesa.

Un racconto di Maurizio Donazzon

Illustrazione di Lola

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