Ho sparato a Andy Warhol

La cornetta del telefono pendeva dal muro come una liana nella giungla a lustrini della Factory. Il suo caschetto platinato era immobile e un rivolo rosso fuoriusciva lentamente, espandendosi come una serigrafia sul pavimento bianco.

Chiamai l’ascensore e mi allontanai dal numero 33 di Union Square West. Avevo fame, non mangiavo nulla da due giorni. Sulla Sesta c’era un tipo che faceva un comizio sul marciapiede. Balbettava e si toccava spesso il bordo del cappello ma, quando citava il proletariato e la lotta di classe, il ritmo delle sue parole sembrava quasi un martello che batteva sulle orecchie dei passanti. Forse lo avevano piazzato lì per questo. Mi fermai un po’ ad ascoltare ma me ne andai via quasi subito, non faceva per me. Io davo il contributo alla causa socialista rimanendo fuori dal mercato occupazionale. Avevo trovato un’attività molto remunerativa, fortemente incentrata sulle relazioni interpersonali e che mi lasciava parecchio tempo libero per scrivere.

Mi fermai al solito posto a Times Square per iniziare la mia giornata lavorativa.

“Scusi signore, avrebbe per caso quindici cent?”

“E cosa mi dai per quindici cent?”

“Che ne direbbe di una parolaccia?”

“Non è un cattivo affare. Ecco, prendi. Adesso sentiamo la parolaccia”

“Uomini”.

Comparve il solito agente per cacciarmi e fu allora che gli misi in mano la Beretta 35 che ancora portavo in tasca. “Ho sparato ad Andy Warhol – gli dissi – aveva troppo controllo sulla mia vita”.

Il giorno dopo, sul Daily News campeggiava il titolo “ATTRICE SPARA AD ANDY WARHOL”. Mi avevano presa per un’attrice quei giornalisti bastardi, una di quelle fichette che si ruffianavano Andy per finire in un suo film o imbucarsi in qualche party. Seppi che era ancora vivo, avrei dovuto prendere meglio la mira.

***

“Me la daresti una sigaretta?”

Mi porse il mozzicone che aveva in bocca con le unghie sbeccate di rosso, senza nemmeno guardarmi. Fissava lo schermo scalpitando come un babbuino che non è stato incluso in quel numero del circo.

“Balenciaga … Givenchy … Quello invece è un Dior! Però dovrebbe vestire in nero, è perfetto per ogni occasione. Nel guardaroba di ogni ragazza non dovrebbe mai mancare un capo nero”.

“Tette al posto del cervello” dissi io. Si girò e mi fulminò con lo sguardo. Dietro di lei, le modelle di Miss America sfilavano sulla passerella come tante scatole di cereali colorate sul nastro della cassa.

“Non mi piace la durezza, soprattutto in una donna. E tu chi saresti?” mi chiese.

“Valerie Solanas”

“Ah, quella che ha sparato ad Andy Warhol”

“Quella che ha scritto il manifesto SCUM. Non sono una pazza, sono una rivoluzionaria”

“Vallo a dire a quelli che ti hanno messa qui dentro, tesoro. Fanno tutte come te all’inizio, «io non sono pazza», «voi non mi capite» ecc ecc, urlano e scalpitano, poi però scoprono quello che succede qui dentro e…”

“Senti, bella…”

“Mi chiamo Candy”

 “Senti Candy, Norman Mailer ha accoltellato la moglie ma tutti lo ricordano solo per il Pulitzer, William Burroughs ha ucciso la sua donna mentre era ubriaco ma oggi lo celebriamo come uno dei «padri della Beat Generation». La «Grande Arte» è grande perché così ce lo dicono le autorità maschili, vero? E invece la violenza nelle mani di una donna è intollerabile, feccia sono e feccia diventa ciò che scrivo. Una borsa dell’acqua calda con le tette, così ci vogliono”

“Cosa stai blaterando ancora, è finita la pubblicità, taci adesso!”

Mi alzai in piedi. “Lo sapete cosa mi disse Warhol quando gli portai il manoscritto della mia commedia «Up your ass»? Mi disse «Lo hai battuto tu a macchina? Sono impressionato, dovresti venire a fare la dattilografa per noi, Valerie!».”

Le altre mi fissavano. Nelle loro pupille dilatate mi vedevo allungata, deformata. I loro sguardi vitrei mi si attaccavano addosso come camicie di forza. Lesbica. Odiatrice di uomini. Schizofrenica.

“E lo sapete cosa diceva San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae? – continuai – «Femina est mas occasionatus», la donna è un maschio imperfetto. Io dico invece che il maschio è un gene X monco, un essere emotivamente storpio, egocentrico e passivo. Non c’è nessun aspetto di questa società che abbia la minima rilevanza per noi donne, siamo costrette a infilarci negli interstizi e lì poi soffochiamo. Non ci resta che rovesciare il governo, eliminare il sistema monetario e distruggere il sesso maschile”

“Che cos’è questa confusione?” L’uomo con il camice bianco entrò e prese Candy per il braccio.

“È l’ora della tua pillola”, le disse. L’accompagnò fuori dalla sala stringendola alla vita, mentre la mano scivolava lentamente verso il basso. Candy si volse, indicandomi con le unghie sbeccate di rosso.

“Lo vuoi sapere allora cosa ti succede qui dentro? mi chiese mentre usciva.

La guardai.

Schioccò le labbra e, con i denti imbrattati di rossetto, pronunciò senza suono “Isterectomia”.

Un racconto di Rocìo Marian Ciraldo

Illustrazione di Chiara Zucchelli

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