Silenzio

Ieri sera Stefano se ne è andato.

Era più di un giorno che non si svegliava. Se ne è andato in silenzio. Come aveva scelto di vivere. Come si presentava.

Si avvicinava da dietro, senza farsi sentire, non diceva niente. E quando ti voltavi, sorpreso e spaventato, te lo trovavi lì, con una birra in una mano e una canna nell’altra. In mezzo a una barba foltissima e nerissima, circondata da lunghi capelli neri, c’erano un sorriso enorme e due occhi luminosi, abbaglianti. A volte, Stefano impauriva. Abitava con i suoi ma si era rinchiuso in una stanza. Viveva in una cantina sporca, dormiva su un materasso di gommapiuma polveroso. Nessuno doveva entrare. Vietato agli amici, vietato ai parenti, vietato alla mamma. Cresceva la barba e cresceva il silenzio: forme esteriori del dolore che era dentro.

Gli incontri iniziarono a calare e si dilatarono nel tempo: giorni, settimane, mesi e poi me lo ritrovai alle spalle. Magro, barba corta e curata, capelli rasati, interrotti da qualche macchia rosa della calvizie. Tutti i segni esteriori del suo disagio erano scomparsi. Dieta, palestra e cura dell’aspetto avevano creato un nuovo Stefano da mostrare. Solamente da mostrare. Quel male aveva smesso di crescere fuori: ora cresceva dentro. Il sorriso meno grande, gli occhi meno luminosi.

“Sto alla grande, guarda!”

In quel guarda c’era tutto il nascondersi in un aspetto più anonimo e ordinario.

Passarono mesi senza vedersi. Poi incontrai dei suoi amici e chiesi di lui.

“Stefano? É tanto che non lo vedo!”

“Sta sempre uguale.”

“Va sempre in palestra?”

“Quant’è che non lo vedi?! É più grasso di prima!”

E lo vidi, Stefano: non arrivò in silenzio ma mi abbracciò da dietro, mi strizzò, come piaceva dire a lui.  Fu uno strizzo lungo e diversissimo dagli altri: il suo pesante respiro bussava in continuazione alle mie orecchie.

“Sto bene, sto da solo, vienimi a trovare!”

In quel momento è iniziato un silenzio che mi fa male come quello della sua morte, quello mio di fronte alle sue richieste di aiuto, non esplicite, ma chiare.

Ora non chiedeva più solo di guardare, ma di entrare, di partecipare.

Non consideravo Stefano un mio amico, era un amico presentatomi da un amico, un amico di secondo grado.

Sapevo quanta diffidenza aveva delle altre persone e quanta ansia gli provocassero. Quando c’era un estraneo la sua voce cambiava, ogni parola usciva, quasi inciampando, sempre più sussurrata.

Vedevo tutto ciò, sapevo delle sue paure e non capivo perché lui mi invitasse a conoscere ancora di più il suo mondo. Perché voleva che ne facessi parte? Perché voleva raccontarmi questo?

“Io non sono suo amico, io sono altro.”

La richiesta di partecipazione al suo dolore era bloccata da qualcosa dentro di me.

Negli ultimi anni gli incontri diventarono, quasi esclusivamente, virtuali. Una volta a settimana la mia chat di Facebook suonava.

“Oh!”

Iniziavamo a parlare.

“Non ti ho più visto in giro”

“Non esco più, esco solo un giorno a settimana e bevo, da quando mi sveglio a quando vado a letto. Faccio colazione col Borghetti!”

“Ti fa male, Ste!”

“Lo so. Vieni a pranzo da me?”

Iniziò a invitarmi tutte le settimane. Un giorno, finalmente, andai.

Era grosso Stefano, era gonfio. Sorrideva, di un sorriso annebbiato. Gli occhi erano spilli lucidi che ti si ficcavano sotto pelle. Ogni angolo della casa strabordava di oggetti: consolle di gioco, tapis roulant, bottiglie vuote, cyclette, vestiti, posaceneri traboccanti e avanzi di cibo.

“Che mi racconti Ste?”

“Sto male!”

E il suo sorriso tornò a splendere e i suoi occhi brillavano come una volta.

Quel dolore ormai era cresciuto in ogni direzione e aveva scavato fino a creare un gorgo che risucchiava tutto. Restituiva una cosa sola: la consapevolezza, la consapevolezza che quel malessere era la strada giusta per la fine.

Non so se cercasse compatimento o più semplicemente compagnia nel suo viaggio. So solo che oltre a qualche parola di circostanza, a qualcuna di constatazione e a una birra, non aggiunsi altro alla sua giornata.

Il silenzio, lo avevo iniziato ad aggiungere anni prima.

Fu l’ultima volta che lo vidi. Nei mesi, negli anni, successivi, la mia timidezza e la mia insicurezza mi tennero lontano dal suo malessere, facendomi pensare che qualcuno che gli era vicino lo dovesse e lo potesse aiutare, non io, un caro conoscente. Io non ero la persona giusta, non c’era la giusta intimità. Ok, mi cercava, ma sbagliava: doveva cercare un amico, non me. Ora ho capito che la timidezza e l’insicurezza erano le scuse che mi raccontavo. La mia era solo paura.

Paura nel vedere un ragazzo che sceglie il silenzio, paura di quanto grande e forte e doloroso possa essere un vuoto, paura nel vedere come il vuoto fosse cresciuto, paura di come avesse sempre cercato una strada per chiudere quel vuoto, paura di come avesse accettato che l’unica via fosse quella dell’autodistruzione e, alla fine, il terrore nel vederlo felice nell’accettazione di questa soluzione.

Ora capisco quanto lui aggiunse a me, quanto sia riuscito a mostrarmi: mi ha mostrato la mia paura vigliacca nel vedere un mio amico che lotta contro un vuoto e io che ho il terrore di caderci dentro, io che per anni ho avuto gli incubi di finire da solo, grazie a lui mi trovavo di fronte a quella realtà, una realtà che tante volte mi ero immaginato per me.

Non volevo sapere, non volevo sentire.

Silenzio.

Un racconto di Stefano Pieroni

Illustrazione di Francesca Galli

One thought on “Silenzio

  1. Un racconto profondo, che tocca lo stomaco.
    Queste richieste di aiuto sono molto più vicine di quanto si pensi, spesso anche interne.
    Una storia ben scritta, parole e immagini sensibili che ci mostrano la debolezza e la forza, che ci fanno riflettere sullo scegliere la vita o la morte, l’apatia o l’entusiasmo… spero vivamente la seconda per tutti noi!

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