Il verso del bliturro

Non chiamatemi Ismaele.

No.

Io non sono Ismaele. Io sono solo suo fratello. Gemello. Omozigote.

Siete delusi? Non ci sarebbe niente di male, anch’io a volte sono deluso per il fatto che non sono lui. Ma non capita spesso. Di solito mi basto.

Non fate quella faccia adesso, non ci sono rimasto male. Sono abituato. È tutta la vita che succede. Io, per la maggior parte delle persone che conosco, sono solo questo: il fratello di Ismaele.

Voi non potete saperlo, lui non ve l’ha detto che ha un gemello. Lo dice solo quando non ha scelta. E qui, sul palco, lui ha sempre una scelta.

Non è per vergogna che non lo dice. È un altro, il motivo. Più sottile.

Ismaele mi vuole bene. E vuole bene anche a se stesso.

Forse più a se stesso che a me, ma non importa.

Sano egoismo, così lo chiamano, no?

Ismaele mi vuole tenere al riparo, a suo modo.

A Ismaele piace la folla, piace l’improvvisazione, piace l’attenzione. Ma mica sempre. Forse non dovrei dirlo a voi, che siete già quasi una folla e siete qui per lui, ma ve lo dico lo stesso. Mi ha detto lui di farlo, e io lo faccio.

Ci sono giorni che odia tutto: la folla, l’improvvisazione e l’attenzione. E allora viene a rintanarsi da me.

A volte mi guarda con quegli occhi liquidi che sembra voglia dirmi: ci vai tu, solo per oggi, in mezzo alla folla? Ci vai tu a improvvisare? Ci vai tu a farti incollare addosso tutta l’attenzione?

Ma poi non me lo chiede, non me lo chiede mai. Perché mi vuole bene quasi come vuole bene a se stesso.

Non siamo di quei gemelli che si interscambiano. Non l’abbiamo mai fatto.

L’idea non ci diverte per niente, anzi. Ci mette angoscia. Anche a Ismaele, che non è proprio uno che la provi spesso, l’angoscia. Persino lui, quando qualcuno ci chiede: chissà quante volte avete giocato a scambiarvi, eh? Chissà quante volte ci avete preso in giro, vero? Persino lui fa una smorfia quasi cattiva e dice: noi non facciamo queste cose. Non le abbiamo mai fatte.

È l’unico caso in cui usa il noi.

Ismaele è più un tipo da io.

Ma poi arrivano quei giorni che dicevo, quei giorni che si sente assediato. Quei giorni in cui non lo divertono le cose che di solito lo divertono. Quei giorni odia tutti, tranne sé e me.

Viene da me, insieme mangiamo ciliegie se è tempo di ciliegie, altri frutti se è tempo di altri frutti. Non gli chiedo mai niente degli ultimi concerti. Non gli chiedo niente delle canzoni. Non parliamo nemmeno di Virginia, anche se una volta stava per succedere.

Era maggio dell’anno scorso. Lui stava seduto sul letto del nonno con una mazza da cricket in mano, io su quello della nonna, nella vecchia casa che non abbiamo mai venduto. Così grande che in soffitta ci sono quattro letti e avanza posto per rincorrersi.

Lui a un certo punto mi ha detto: anche tu pensi che Virginia per me sia sbagliata?

Non ero preparato, stavamo zitti da tanto tempo.

Io Virginia non la conosco, gli ho detto.

L’hai vista tre volte, mi ha detto lui. Quattro con la volta della clinica, ha aggiunto sottovoce.

Sono rimasto ancora un po’ zitto. Stavo per rispondere qualcosa di interlocutorio, ma non troppo diplomatico perché Ismaele odia la diplomazia. Neanch’io la amo.

Mi ha anticipato. Ha risparmiato una frase interlocutoria a me e a se stesso. Ha detto: mi è venuta voglia di scrivere una canzone su di lei, me ne vado. Poi, quando stava già scendendo la scala, si è girato verso di me. E la Zucchi, che fine avrà fatto la Zucchi?, mi ha chiesto.

Dopo si è rigirato e ha ripreso a scendere, sempre con la mazza in mano.

La Zucchi era un’amica dei nostri genitori. Era l’unica che quando veniva a trovarci, quando io e Ismaele eravamo piccoli, preferiva me a lui.

Gli altri preferivano tutti Ismaele. Tutti. Anche i nostri genitori preferivano Ismaele. Ma io non ci rimanevo male. Davvero. So che non ci credete, ma è vero.

Anch’io preferivo Ismaele a me. Anche voi, quando avrò finito qui, preferirete lui a me.

Ismaele era più brillante di me anche a due anni. Faceva certi versi che attiravano l’attenzione. Versi di animali che non esistono. Gli trovava anche dei nomi, a quegli animali. Il bliturro, il mio preferito era il bliturro.

A tre anni organizzava già spettacoli per noi e per gli amici dei nostri genitori. Anche per la Zucchi.

Negli spettacoli a volte metteva i versi degli animali che aveva inventato. Altre volte improvvisava versi nuovi. Ismaele ha sempre amato improvvisare, lo sapete.

Durante gli spettacoli la Zucchi mi voleva sempre vicino, e quando arrivava il momento migliore, il momento in cui tutti ridevano, lei si chinava e mi sussurrava all’orecchio: sciocchezze, sono solo sciocchezze, sei più bravo tu a guardarlo che lui a fare spettacoli.

Mi diceva così tutte le volte, ha continuato per tutti i cinque anni che Ismaele ha fatto spettacoli a casa. E io per tutti i cinque anni ho continuato a tacere, a odiarla e a pensare tutte le cose più orrende su di lei, che non capiva la grandezza di Ismaele. E non capiva la mia piccolezza. Non capiva nemmeno che io non volevo essere apprezzato da lei, a me bastava stare lì a guardare, a ridere, a battere le mani quando lo spettacolo finiva, a star contento di avere un fratello gemello brillante. Niente, non capiva niente, la Zucchi.

Ma vedo che voi non siete molto interessati, un signore in prima fila ha sbadigliato. Un’altra signora, dall’altro lato, ha guardato l’orologio.

È chiaro, questi ricordi di famiglia non vi fanno emozionare.

Non posso darvi torto, non fanno emozionare nemmeno me. Un tempo forse, ma adesso sembrano ricordi di qualcun altro. Di un fratello gemello che non esiste.

A voi interessa sapere perché stasera qui non c’è lui ma ci sono io, giusto?

Ve lo dico. Dovreste averlo già capito a questo punto, ma ve lo dico.

Questa sera ci sono io perché Ismaele si è stancato. Non ne vuole più sapere di voi. Basta. Ismaele vi ha abbandonato.

Ha le sue ragioni.

Il senso di assedio che all’inizio era occasionale in questi anni è aumentato sempre di più. L’adrenalina che gli davate voi, folla, è diventata altro. Cosa, di preciso, non lo so. Forse un altro ormone che invece di eccitare provoca angoscia. O forse non è un ormone, non so, non importa.

Importa che questa è l’ultima volta che si esibisce, e nemmeno si esibisce lui. Mi esibisco io.

Io lo conosco, lo so che se ne pentirà. Lo so che una vita come la mia non la può fare, non a lungo. Finché si tratta di un pomeriggio a mangiare ciliegie in soffitta col suo gemello nessun problema, ma una vita noiosa lo ammazza. Lui se lo immagina soltanto, ne ha un’idea vaga, ma io lo so.

Voi gli mettete angoscia, ma lo fate vivere.

Io lo pacifico, ma lo ammazzo.

Una scelta impossibile, ma necessaria.

Ho provato a dirglielo molte volte, l’ultima poco fa, prima di salire sul palco.

Ismaele, ma sei sicuro? Guarda che poi mica si torna indietro. Se fai andare me lì sopra al tuo posto, dopo è finita.

Lui stava giocando con l’interruttore del microfono e non mi guardava.

Deve sempre avere qualcosa in mano, Ismaele. Sempre.

Ismaele, davvero vado io? Sei ancora in tempo.

Ismaele mi ha guardato con una faccia che non gli avevo mai visto.

Grave, una faccia grave.

Eppure da qualche parte, come sbucando da una botola di quella faccia grave, mi sembrava di veder spuntare il solito Ismaele. Ma minuscolo, e quasi coperto dall’altro.

Che gusto c’è a tornare indietro quando si può tornare indietro?, ha detto lui.

Cosa?, ho detto io.

Gli unici punti da cui ritorno sono quelli di non ritorno, ha detto lui.

Poi ha fatto il verso del bliturro, mi ha messo il microfono in mano e mi ha spinto qua sopra.

Ero già quasi sul palco, mi mancava solo l’ultimo gradino. Nonostante le luci in faccia vedevo le prime due file di spettatori. Vedevo i musicisti che si guardavano e si facevano cenni. Vedevo il groviglio di cavi a terra. Vedevo la pedaliera del chitarrista. Vedevo il seggiolino del batterista. Vedevo l’amplificatore del bassista. Vedevo il leggio al centro esatto del palco. Vedevo tutto, ma mi sembrava di non vedere niente.

Sapete, quei momenti in cui non capite se tutto è chiaro o nulla è chiaro. Quei momenti che poi capite che tutto chiaro e nulla chiaro sono la stessa cosa.

Ho rifatto all’ingiù la scaletta del palco e l’ho chiamato.

Lui era lì sotto con un sitar tra le mani, faceva scorrere le dita su e giù per il manico.

Ismaele, ho detto io.

Lui continuava a suonare il sitar, ne uscivano suoni dissonanti. Ismaele non sa suonare il sitar. Ismaele non sa suonare niente, nemmeno la chitarra.

Ismaele, ho ripetuto.

Lui non alzava gli occhi dal manico.

È la prima volta ed è anche l’ultima, vero?

Silenzio.

È la prima o l’ultima?

Silenzio.

Basta invenzioni? Basta improvvisazioni? Basta folla?

Basta.

Solo un’ultima invenzione.

Quale?

Un fratello gemello che non esiste.

Un fratello gemello che non esiste?

Un fratello gemello che non esiste.

Tuo fratello?

Tuo fratello.

Un’ultima volta e poi basta, mi sono detto.

Un’ultima volta.

Un racconto di Guido Casamichiela

Illustrazione di Alessandra Luciani

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