Bea ai confini della realtà

 Bea ha quattro anni quando inizia ginnastica artistica. Col naso gocciolante, gli occhi umidi e i piedi puntati sul pavimento, implora la mamma.

 «Non voglio andare,» le dice.

 «Sei l’unica che piange, non vedi?» La donna indica alla figlia le bambine intorno a loro, che saltellano felici nell’atrio. «Quando finisci la lezione ti compro una bambola» aggiunge, per tagliare corto.

La giovane maestra, con l’andatura del podista che scarica il peso sui talloni, capelli svolazzanti e sedere sodo, sopraggiunge di corsa ad afferrare per il polso la bambina: «Non si preoccupi» dice alla donna. «Smetterà di lagnarsi» continua, e senza degnare Bea di uno sguardo, la spinge in palestra.

 «Mi raccomando, sia severa con lei.» Sono le parole che Bea sente prima che l’insegnante chiuda la porta.

La piccola si fa coraggio e si unisce alle altre nel riscaldamento. Le spaccate le riescono con facilità e pure le verticali. Ma il movimento che non sbaglia mai nei primi venti minuti è il singhiozzo: ogni dieci secondi, il suo petto ne tira fuori uno.  

 «Bea è molto brava» dice l’insegnante uscendo dalla palestra dopo l’allenamento.

 «Se è d’accordo la mettiamo in agonistica cinque volte la settimana. Tre ore ogni pomeriggio.»

Da sotto le gambe delle donne – in pantacollant l’una, in gonna e tacchi a spillo l’altra –  Bea vede nel sorriso della mamma la fine del proprio.

 Ora che di anni ne ha sette, Bea non piange più. La sera si mette sotto le lenzuola coi muscoli indolenziti e un mucchio di bambole che le copre il letto. Quante gliene hanno regalate per costringerla ad allenarsi.

Prima di chiudere gli occhi le fissa una a una.

«Buonanotte» sussurra, spegnendo la luce sul comodino.

«Buonanotte» sembrano risponderle quelle bocche immobili, tagliate agli angoli delle labbra in due righe che scendono fino al mento,.

 Bea odia la ginnastica quanto odia la mamma.  Carica di rossetto anche quando è in casa, ha rinunciato alla carriera da chirurgo per seguire la figlia in giro per la nazione tra gare e campionati. Sugli spalti delle palestre e nelle hall degli alberghi mostra a tutti il suo sorriso di denti allungati su gengive ritirate. I capelli corti le lasciano scoperto il collo, su cui neanche un vampiro oserebbe posararsi: a pulsare lì dentro pare non esserci sangue, ma solo un fascio bitorzoluto di nervi.

 La colazione è il pasto più sostanzioso della giornata, ma non per Bea che deve accontentarsi di uno yogurt.

 «Non fare quella faccia. Più tardi a scuola avrai i biscotti: quattro ore prima dell’allenamento, sono l’ideale.»

 «Ma come? Oggi Silvia mi ha invitato a casa sua.»

 «Non se ne parla proprio. Le gare sono vicine.»

Non servirà fingere un mal di pancia. Bea conosce la mamma e tutti i sapori degli sciroppi che tira fuori dalla valigetta – tra i bisturi e il cloroformio – e che le fa bere per rimetterla in sesto.

 Ti prego Dio fa che mamma stia male. Ti prego Dio. A scuola, dalle 8 fino alla campanella delle 16, Bea implora Dio. La donna, il primo giorno del ciclo, non ha le forze per accompagnarla a ginnastica. Ci sono buone possibilità, Bea ha controllato: in prossimità della data odierna, sul calendario, ha visto l’asterisco.

Ma alle quattro del pomeriggio la madre è lì. Il rossetto rosso si vede ancor prima della mano che fa cenno a Bea di sbrigarsi.

 «Corri. È tardi.» La strattona, facendole smuovere i libri nello lo zaino.

 Dio, perché non m’hai ascoltata?

 Nello spogliatoio della Ginnastica Elite, poche sono le donne che aiutano le figlie a infilare i body o a pettinarsi. Cinzia, la più brava del corso, fa tutto da sola. Bea, la seconda più brava, ha una mamma che si prende cura di lei.

«Stai ferma» le dice, mentre le fa la coda e intrappola ogni capello nell’elastico. Tira e tira, da far male; finché non le trasforma gli occhi in quelli di un’orientale  Sutla panca dietro di lei c’è Cinzia… la madre di Bea  non si lascia sfuggire l’occasione. 

 «Ahi!» grida la piccola.

 «Scusami cara. Non l’ho fatto apposta» le risponde, dopo averle piantato il tacco dodici sul piede. Per quel pomeriggio almeno, sua figlia avrebbe primeggiato.

 La sera a casa, la bambina deve ancora finire matematica. Fa i compiti sul tavolo della cucina mentre la mamma alle sue spalle prepara la cena.

 «Anche oggi hai messo il piede storto. Fammi vedere come fai la ruota» le ordina la donna, che posata la busta d’insalata, si volta a guardare la figlia.

La bambina s’alza e l’accontenta. Non serve a niente dire: «No, sono stanca. No, ho fame. No ti prego, prima ceniamo. » Accostando la bocca alla sua, la mamma finirebbe per la sfinirla a suon di: «Dai, dai, dai… » con l’alito puzzolente di chi ha poco cibo nello stomaco.

 «Il piede Bea. Stendiloo!» la rimprovera non contenta della sua esibizione.

 È solo martedì, pensa la bimba prima di addormentarsi. «’Notte» le dicono le bambole. «’Notte» le dice anche la nuova arrivata che da quel pomeriggio le tiene compagnia.

 Il giorno seguente Bea, mentre si veste in bagno, nota sul lavandino la confezione aperta degli assorbenti. Senza smettere di fissarla, appallottola i calzini e li lancia con un saltello nella cesta dei panni sporchi, poi finisce di prepararsi.

La mamma non apre bocca quando l’accompagna a scuola con la macchina. La mamma non apre bocca quando la lascia al cancello. La mamma non apre bocca quando Bea la saluta. Bea apre bocca per tirare un respiro di sollievo quando la Smartcon la mamma a bordo s’allontana.

C’è sempre il rischio che possa riprendersi, pensa; e tra una lezione e l’altra, Bea sa a chi rivolgersi.

 Ti prego Dio fa che non guarisca. Ti prego Dio…

Quando alle 16  la mamma – spenta in volto e col rossetto sbavato – va a prenderla, a illuminarsi è Bea.

 «Ciao» le dice sorridendo.

 «Oggi niente palestra. Ma ti dovrai comunque allenare» le risponde senza aggiungere altro.

 A casa, la donna si stende sul letto e Bea pensa alla merenda. Dal ripiano in alto della credenza trafuga la busta dei biscotti. La madre conta ogni cosa, ma dubita che arrivi a calcolare quanti Galletti ci siano in una confezione da un chilo. Per prudenza però, Bea ne mangia solo tre in più del dovuto. Poi, in punta di piedi, la bambina va in cameretta. 

Da sopra il letto prende le bambole e le dispone in cerchio nella stanza con lei al centro.

Le piace guardarle. «Chi tra noi è la tua preferita?» sembrano chiederle quegli occhi che la fissano a sua volta.

«Vorrei essere come voi. Riposarmi e avere i capelli sciolti» dice, mentre le prende a turno e le coccola.

Fa in tempo a baciarne solo due che la mamma entra nella stanza con la scopa.

«Posa le bambole e fai il ponte.»

Obbediente,, Bea si mette in posizione. Col bastone, la donna le spinge la schiena inarcata. «Come sei legata. Vai più su. Più su.»

Bea, sottosopra, nel vedere rovesciato il sorriso delle bambole, si preoccupa per loro. «Sto bene» dice per tranquillizzarle. Sto bene, ripete invece a se stessa per trovare la forza di non piangere.

 La mattina dopo, la donna prepara le valigie. Dopo la scuola e le solite quattro ore d’allenamento, hanno l’aereo per Roma, la città dove si svolgeranno le gare nazionali a cui Bea non vuole partecipare. All’ultima competizione è arrivata seconda. Sul podio, al gradino più alto, sempre Cinzia.

«Brava»  hanno detto quella volta a Bea, complimentandosi.

«Sei scesa dalla trave perdendo l’equilibrio. Impedita.» le ha detto invece la mamma, con lo sguardo più freddo dell’argento della medaglia.

 «Pesati» le ordina ora la donna indicandole la bilancia all’angolo.

A piedi nudi, Bea ci sale sopra. Il display segna 19,8 chili.

 «Sei ingrassata.» Constata la mamma mentre mette in valigia uno dei suoi abiti migliori. «Oggi mangerai meno.»

 Campionato. Trave. Piede disteso. Bea. Ha Preso. Una. Decisione.

 «Vieni qui che ti taglio le unghie.»

La bambina, costretta a spostarsi in casa facendo acrobazie, obbedisce e raggiunge la mamma con una ruota.

 «Le mani Bea? Le vuoi tenere tese? Ah, mi verrebbe voglia di tagliartele!» le dice, sempre attenta agli esercizi della figlia. Con le forbici invece, la donna le accorcia soltanto le unghie.

 «Mi fai male!» grida Bea, quando i suoi polpastrelli diventano di un rosa troppo scuro. 

Ma la donna non l’ascolta. Continua a togliere, togliere. Come se quei riccioli di cheratina influissero sul peso della figlia.

 «Fatto. Vai a prendere lo zaino.»

L’occorrente per la scuola è in soggiorno, vicino alla credenza a vetri.

 Bea ha preso la sua decisione.

 Calcola le misure.

 Non sentirò dolore.

 Prima ruota.

 Non sentirò dolore.

 La credenza è ora più vicina.

 Seconda ruota.

 Non sentirò dol…

La bambina si scaglia sul mobile frantumando il vetro.

Il ditino del piede, reciso di netto dalle schegge taglienti, non fa rumore nel cadere; il corpo di Bea che sviene per terra, sì.

 «Che hai combinato.» Sono le grida disperate della donna. «Che faccio ora?»

 Bea apre gli occhi. Sul letto d’ospedale a fissarla ci sono una dozzina di bambole.

 «D’ora in poi staremo più tempo insieme» dice la bambina alle sue piccole, che per la prima volta la vedono coi capelli liberi sulle spalle.

 «Oh, amore, ti sei svegliata» esclama la mamma. Entra e, con una giravolta, chiude la porta della stanza. I lembi del cappotto si alzano – e la colonia – spruzzata su ogni parte del corpo, lascia la pelle per riempire la camera.

 «Scusami» le dice Bea allargando le braccia.

 «Oh, tesoro.» Le due si stringono forte.

 «Mi dispiace mamma. So quanto ci tenevi, ma io… » dice singhiozzando la bambina.

 «Stai pensando alla gara? Lo so, è davvero un peccato» risponde la donna staccandosi dall’abbraccio. «Ma tanto amore mio, non avresti vinto. Cinzia ti avrebbe battuta anche stavolta.» continua calma.

Bea la guarda.

La donna toglie alcune bambole dal letto per accostarsi più vicino alla figlia. Ed è allora che Bea lo nota.

 Non può essere…  pensa inorridita.

La madre è troppo a fianco a lei. Troppo vicino a lei.

 «Non ti preoccupare cara, tra un mese abbiamo un’altra gara.» La mamma è euforica. Parla senza far caso all’espressione della figlia.

Impietrita, la bambina non l’ascolta.

Le bambole sono accatastate da una parte, e il sedere della donna è sullo spazio di letto in cui dovrebbe esserci la gamba di Bea. Ma c’è un solo rigonfiamento sotto la coperta. Ed è quello della gamba destra.

 «Tesoro, senza un ditino avresti compromesso la tua carriera. Senza una gamba invece potrai partecipare alle paraolimpiadi. Vedrai, lì non avrai rivali.»

Un racconto di Laura Marinelli

Illustrazione di Angelo Policicchio

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