L’estate calda

Quando ero piccola l’estate iniziava di colpo, con un gelato al cioccolato e limone. Chiedevo a mio padre di comprarmi il gelato nel cono perché ormai mi sentivo grande abbastanza per affrontare un nuovo livello di difficoltà; lo agguantavo con grande concentrazione e dopo pochi secondi, giusto il tempo di un assaggio, la pallina di gelato finiva in terra sul marciapiede caldo che la squagliava in un secondo; mio padre imprecava; io guardavo prima la pozza luccicante bicolore, poi le mie mani appiccicose che tenevano ancora il cono; piangevo; mio padre diceva che non mi avrebbe ricomprato il gelato. Ma, dopo qualche lamento, finiva sempre per comprarmene un altro. Nella coppetta. E per me, in quel momento, iniziava la libertà: fino al giorno prima ero a scuola, con le scarpe correttive, suor Antonietta e la sua barba di due giorni che mi fissavano, la cartella verde di plastica dura che mi batteva sempre sugli stinchi; e il giorno dopo ero con il vestitino a righe, i sandali con gli occhi e il gelato in mano.

Nell’estate dei miei cinque anni, però, non ci furono solo gelati caduti. Avevamo una R4 bianca con i sedili in finta pelle marrone e il cambio incastonato nel cruscotto. Mio padre guidava veloce, con i finestrini spalancati, l’aria entrava creando un vortice caldo, soprattutto dietro, dove stavo seduta io, e mi glassava sulle labbra il residuo del gelato, qualche insetto entrava e usciva spinto dal vento. Guardavo i muri dei palazzi che si trasformavano in fretta in muri di siepi, poi di alberi, poi di campi gialli schizzati di papaveri rossi, verso la campagna, casa nostra. Passando sui dossi, le sospensioni scassate mi facevano volare, rimbalzavo sul sedile caldo come se fossi sulle montagne russe, a volte picchiavo la testa sul tettuccio. E ridevo. “Tutte queste testate ti faranno diventare scema!”, scherzava mio padre. Aveva le basette e tantissimi capelli, alla McEnroe, i Ray-Ban a goccia, una camicia leggera a scacchi e una John Player Special appoggiata all’angolo della bocca. Guidava con una mano sola, la destra libera per le sigarette che accendeva una dopo l’altra, prendendole dal pacchetto nero con il logo dorato. Passava sempre troppo rasente i muri e io mi sporgevo un po’ dal finestrino cercando di acchiappare i ramoscelli.

Di lì a poche settimane avrebbe vissuto come una tragedia Antognoni in panchina, sarebbe scoppiato a piangere sul rigore sbagliato da Cabrini, per poi esplodere sul gol di Tardelli, urlando insieme a lui. Quel giorno il salotto sembrava ancora più grande del solito: il divano marrone si dilatava nello spazio e il tappeto giallo di pelo sintetico pareva scivolare su un’onda catodica. Mio padre salutò me e mia nonna e si precipitò in città a festeggiare in mezzo alla gente. Non avrei più dimenticato quel giorno. Da allora ho sempre individuato a colpo sicuro, in ogni bar degno di rispetto, la cartolina del Santiago Bernabéu accanto ai “Saluti” da Alba Adriatica.

Quella fu anche l’estate in cui imparai ad andare in bicicletta, grazie a mia nonna che, stanca di traccheggiare con rotelle e rotelline, con Alfredo Binda a guidare la sua mano, mi spinse per il sentiero di ciottoli, sprezzante delle conseguenze, come fosse l’Eroica under 10, e io, con la paura che mi azzannava le orecchie, vedendo i rovi delle more a destra e le ortiche a sinistra, capii che la mia sopravvivenza dipendeva dal pedalare più velocemente possibile, tenendo in equilibrio la bici: presi come riferimento il grande noce davanti a casa, mi concentrai sui rami più alti e, quasi accecata dal sole, mi lasciai andare al destino.

In tre minuti riportai un mignolo slogato, un trauma cranico di media entità e una vittoria personale che presto assunse la dimensione dell’epica familiare, rinfacciando per anni a mia nonna di avere tentato di uccidermi.

Quella fu l’estate in cui imparai a fare a meno di mia madre.

Un racconto di Giovanna Daddi

Illustrazione di Giulia Canetto

One thought on “L’estate calda

  1. aleggiava un’assenza nel racconto e una graduale accettazione.
    ben condotto, piacevole nonostante la tristezza finale.
    e poi una bambina che ha i miei stessi gusti scriteriati, cioccolato e limone, non può che essermi simpatica 🙂
    ml

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