Rosso sangue

Non trovai subito l’ingresso. Vagai un bel pezzo in mezzo ai camion. I rimorchi inclinavano il carico verso le piscine. Così le chiamavano: erano delle vasche molto lunghe, simili a canali, colme di quintali e quintali di rosso che mi presero a pugni. Alla fine vidi l’entrata e conobbi la responsabile di reparto. Si presentò con questa perifrasi pomposa e non ne capii mai bene il vero nome, Rina, Tina o forse Lina. Non ero mai riuscita a decifrarlo perché l’unica che si rivolgeva a lei chiamandola per nome era Amal, la più anziana delle operatrici, che era tunisina e si mangiava la prima consonante del nome. Era stata la responsabile di reparto ad accompagnarmi dal cancello all’interno dello stabilimento e fu lei a spiegarmi cosa dovevo fare. Le altre operatrici erano quasi dei fantasmi all’inizio. Nella stazione di cernita, il reparto dove venni destinata, c’era una luce fredda e abbagliante che irradiava da numerose lampade al neon, e tutte loro indossavano grembiuli e cuffiette bianche che le mimetizzavano con l’ambiente dando loro la consistenza di ombre evanescenti. Verso la fine del primo turno, quando i grembiuli erano già imbrattati di rosso, cominciai a dare una forma a quei volti accanto a me. Notai gli occhi stanchi e qualche abbozzo di sorriso. Durante la pausa, di dieci minuti dopo tre ore di lavoro, mi unii alle altre operatrici, che erano sedute in una stanzetta attigua attorno a un tavolo. Sentivo una grande stanchezza, come quando si sta per crollare dal sonno e si lotta per rimanere svegli. Se chiudevo gli occhi continuavo a vedere i pomodori. Ne vedevo alcuni con le macchie nere o verdi, quelli che avevo il compito di cercare e mettere sul nastro trasportatore secondario. In quelle prime tre ore ne avevo visti tanti – centinaia, migliaia? – ed erano tutti diversi ma simili per forma e dimensione. Ora che chiudevo gli occhi ne vedevo alcuni, le cui forme precise riassumevano tutti quelli che avevo osservato durante il primo turno.

Mi sforzai di familiarizzare con le altre operatrici. Nella stanza, senza le cuffiette e sotto una luce più fioca, perdevano tutte la loro aria diafana e acquisivano ognuna una propria fisionomia. Mi presentai e domandai il nome alle altre. Appena ebbero finito di presentarsi non ne ricordavo nemmeno uno: erano quasi tutte straniere, con nomi incomprensibili, e la stanchezza aveva spento la mia capacità di concentrazione. Pensai che me li sarei fatti ripetere durante la pausa seguente. Iniziai a seguire qualche discorso, ma in attimo i dieci minuti erano passati. Quando mi aveva spiegato cosa dovevo fare mi aveva illustrato come era scandita la giornata. Tre ore, una pausa di dieci minuti, due ore, una pausa di mezz’ora, altre tre ore. Inoltre ognuna di noi aveva diritto ad altri dieci minuti di pausa da usare in un momento a scelta della giornata.

Ci volle qualche giorno di lavoro per capire come il ritmo fosse perfettamente scandito, come noi operatrici ci alternassimo tra turni e pause. Il lavoro della responsabile consisteva anche in questo, sorvegliare che l’ingranaggio dei turni fosse ben oliato e che tutte ci alternassimo secondo le sue istruzioni.

Non mantenni il mio proposito di domandare di nuovo il nome delle colleghe fino a qualche giorno dopo. I primi giorni infatti tutta la mia attenzione era assorbita dal mio compito. Il lavoro era di una semplicità estrema: selezionare i pomodori neri o verdi e scartarli, ma la sua realizzazione non permetteva distrazioni, per lo meno alle mie mani inesperte. I pomodori difatti sfilavano velocissimi sul nastro trasportatore principale e sobbalzavano perché potessero essere controllati su tutti i lati. Le pause bastavano appena per tornare in sé, mangiare o bere qualcosa, andare in bagno, riprendere le normali funzioni dei sensi.

Come per qualsiasi lavoro, dopo qualche tempo, ci presi la mano e mi abituai al ritmo. Entrai in confidenza con altre due operatrici, Sidorela e Sonila, due giovani albanesi. Cominciai a seguire e a partecipare ai loro discorsi, durante le pause. Sonila si doveva sposare in Albania e lavorava per mettere da parte qualche soldo, mentre Sidorela si lamentava del fidanzato, che non si curava per niente del loro futuro. Arrivai a sentirmi talmente sicura di me che una volta mi misi a parlare anche durante la cernita. Mi rivolsi a Sonila, che lavorava dal lato opposto al mio, un po’ più in là: – Da quanto tempo lavori qui?

Sonila alzò gli occhi dal nastro trasportatore e si voltò a guardarmi per qualche istante, ma non rispose. Durante la pausa mi venne vicino e mi disse: – Ti consiglio di non parlare durante il lavoro, non è gradito. Cerca di non farti vedere dalla responsabile.

Si rese conto immediatamente che quelle frasi mi colpirono e se ne dispiacque. Aggiunse: – Ma non ti preoccupare. Parliamo durante la pausa. E se mi devi dire qualcosa di urgente, fallo pure. Ma non voltarti, così la responsabile non ti vede.

Dopo questo episodio tornai a osservare meglio le mie compagne di lavoro, lanciando rapide occhiate quando potevo. Tutte noi eravamo distribuite in maniera uniforme lungo i due lati del nastro trasportatore, che si svolgeva con il suo carico come un fiume impetuoso. Le mani erano leste nel prelevare tutto ciò che non fosse rosso, ma il resto dei corpi sembrava annientato da quella corrente inarrestabile. I volti del colore della cenere.

Amal una volta mi spiegò che era importante per il funzionamento dello stabilimento che ci fosse un flusso costante di carico sui nastri, in modo che le unità di estrazione del succo lavorassero a pieno regime. Si doveva lavorare alla massima capacità, per questo c’erano le piscine, i polmoni della produzione, con i pomodori a bagno là fuori. Amal, che lavorava lì da anni, lo affermava con un certo orgoglio, quasi a giustificare la sua resistenza a quel lavoro logorante. Aveva un bel volto, solcato da rughe minuscole e sottili che ne impreziosivano l’espressione. Mentre mi parlava realizzai che alla stazione di cernita eravamo tutte donne. Di uomini ce n’erano nella parte esterna, quelli che arrivavano con i camion e scaricavano i pomodori nelle piscine, e gli operai che lavoravano negli altri reparti, alla stazione di triturazione, o all’unità di estrazione o all’evaporatore. Li incrociavo al cancello, all’entrata o alla fine della giornata. Alla cernita, solo donne, invece. Domandai ad Amal la ragione. – Non so – mi rispose – ma da quando lavoro qui è sempre stato così. Dopo qualche momento, come se ci avesse pensato un po’ su, aggiunse: – Deve essere proprio un lavoro femminile, il nostro.

Dopo qualche settimana sparirono alcune compagne, sostituite prontamente da facce nuove. Il lavoro era duro da reggere a lungo e chi trovava di meglio se ne andava. Alcune calcolavano i giorni per raggiungere una certa cifra e dunque si dileguavano. Anch’io avevo un’idea simile, lavorare un mese per intascare uno stipendio intero e, dopo l’estate, frequentare un corso di formazione, non sapevo ancora per imparare cosa, magari uno di cucina o di fotografia. Alla scadenza ammisi in cuor mio di essere stanca ma decisi di andare avanti ancora, tanto mancavano ancora due mesi alla fine dell’estate e qualche soldo in più mi faceva comodo. La consapevolezza che fosse una condizione temporanea mi aiutava a tirare avanti. In quel momento non mi domandai se anche per le altre, Amal compresa, fosse la stessa cosa.

I giorni si susseguivano, pressoché identici. La tensione che si allentava nelle pause, i frammenti di discorsi interrotti che venivano ripresi in seguito o che si smorzavano. E la cernita, sempre uguale.

Una volta, durante un turno pomeridiano, vi fu una discussione. Sonila, che era posizionata all’inizio del nastro trasportatore, chiese alla responsabile di potere andare in bagno. Tina, o Rina, o Lina, le negò il permesso perché c’era già andata. Sonila disse che non era vero, c’era andata qualcun’altra, non lei, ma la responsabile non la fece andare lo stesso. Dopo qualche minuto Sonila sbottò:

– Devo andare in bagno. È urgente.

– Ci sei già stata poco fa – ripeté Tina.

– Non ero io. E poi devo andarci lo stesso – insistette Sonila.

I toni della discussione si stavano alzando e le altre operatrici cominciavano a distrarsi. La responsabile finì per urlare a Sonila e a tutte: – Smettila. O ti sbatto fuori. Vuoi finire a raccogliere pomodori nei campi?

La minaccia mise fine alla discussione. Sonila non chiese più niente e tutte tornammo a concentrarci sulla cernita.

Non capii come aveva fatto poiché ero posizionata più in giù lungo il nastro trasportatore, né mi parve che nessun’altra operatrice poté vederlo. Vidi solo, come tutte le altre, Rina compresa, il risultato della sua azione. Sul nastro trasportatore principale sfilava infatti, cremisi e impettito, quasi orgoglioso di se stesso, un assorbente impregnato di sangue mestruale. Spiccava ricurvo, ancora plasmato sulla forma del corpo che lo aveva indossato in mezzo ai pomodori ed era completamente rosso. La sua vista faceva pensare a un flusso abbondante, doloroso, da primo giorno di ciclo. Nessuna operatrice smise di lavorare e soprattutto nessuna osò toccarlo, né tanto meno rimuoverlo. Continuammo nel nostro lavoro di cernita a scartare il nero, il verde o il giallo. Tutte noi operatrici, a partire dalla responsabile a cui passò davanti per prima, lo considerammo un fatto ineluttabile, una condizione che ci accumunava tutte, giovani e meno giovani, e lo lasciammo proseguire nella sua marcia, come se potesse mimetizzarsi in mezzo a quei frutti vermigli e polposi.

L’assorbente, trionfante come un re dal manto porporino in mezzo ai suoi sudditi, percorse tutto il cammino del nastro trasportatore della stazione di cernita e nessuna si curò del suo destino. Uscimmo alla spicciolata, senza forze: la sua apparizione ci aveva ammutolite e un silenzio corale, forse più amaro del solito, guidò quella sera i nostri passi verso casa.

Un racconto di Ivana Librici

Illustrazione di Rebecca Fritsche

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