Sul bug

A pochi metri dalla riva del Bug zappavo in un campo di patate quando conclusi che la ripetizione non esiste. Un unico gesto, performato nello stesso modo per un tempo indefinito, è tutt’altra cosa che piantare la lama della zappa nel terreno e rovesciarlo con le viscere al sole. La ripetizione in realtà è impossibile, mi dissi, esiste soltanto nei processi logico-matematici, nella realtà, in cui ne va di terra e sudore e i palmi delle mani fanno male, semplicemente non c’è, tutto è nuovo ogni volta. Se non fosse così non sentirei la stanchezza e non cercherei di raddrizzare ogni due passi la schiena, non sarebbe nemmeno pensabile qualcosa come la ‘stanchezza’, la ‘stanchezza’ sarebbe solo un meccanismo, una molla che scatta. Arriverei all’estremo dell’esaurimento e, con la massima semplicità, mi spezzerei di colpo schioccando. Se tutto fosse uguale, e niente avesse un significato proprio, non lascerebbe alcuna traccia, mi dissi.

Dovetti fuggire fin qui sul Bug per formulare questi pensieri. A casa era tutto un susseguirsi di vuoti, di amorfismi trascinati nei giorni, uno alla volta. Davo un esame all’università, ne preparavo un altro, mi masturbavo (fin troppo), e leggevo per edificare una cultura e sollevarmi dall’abiezione di un ambiente tanto amorevole quanto feroce, ignorante e bigotto, sempre pronta a spronare, sempre a incoraggiare e a proporre. Quelle, mi resi conto, erano tutte letture inutili, completamente inutili, non mi restava attaccato nulla, niente che assomigliasse perlomeno all’ipotesi, all’abbozzo di un senso qualsiasi. E così sprofondavo nell’immobilità e fissavo con apatia l’orizzonte, piatto, di una bonaccia piccolo-borghese che già allora era ridicola, fuori tempo massimo, e quindi due volte repellente. Soffocavo poco alla volta e ne soffrivo quel tanto che bastava per rendermene conto e accettare la sofferenza come un destino. Irina mi mostrò un mondo nuovo, mi fece capire che cosa un evento significhi (una cura da cavallo, l’eradicazione del tumore in marcescenza delle solite cose), e mi trascinò con sé in una seconda nascita a venticinque anni, mentre nello spirito mi preparavo, col minimo di consapevolezza che mi rimaneva, a un’esistenza meschina e volgare, riparata e insignificante nel senso letterale della parola.

Al Bug andammo a passeggiare la prima volta una sera, finita la cena, la sera di maggio del mio bussare alla porta della madre di Irina a Tyvrov, dove fui accolto con una disinvoltura davvero straordinaria, come un parente tornato da un viaggio tremendo. Il Bug se ne andava per la pianura coperto da una pelle brillante, tra l’ocra ed il rosa, scortato dai pioppi e dai salici sulle rive sbalzate. Era una scia che scorreva sopra un’oceano di terra che aveva sommerso le alture e disciolto le città e i villaggi di qualsivoglia orizzonte. In Italia non c’era nulla del genere, mi dissi, nulla che eguagliasse questa calma della natura, quest’immensità di spazi aperti al raccoglimento e alla pace, in Italia c’erano soltanto continue interruzioni nel campo visivo, case, capannoni, colline, montagne, laghi, il mare, interruzioni continue dell’estensione naturale, un paesaggio devastato da ostacoli, da pale eoliche e strade, cavalcavia, gallerie, da campi di calcio e reti in metallo. Per questo, meditai, laggiù la mente si faceva piccola e misera, si abituava al calcolo minuto, alle spilorcerie, alle astuzie da bottegaio, e si finiva così per rinsecchire, contando i centesimi, i municipi e i campanili disseminati in osceni filari, i coltivi e le serre a profusione, senza sosta, senza decenza. Ci si abituava a tutto per eccesso di stimoli, per troppa abbondanza e varietà, e il pensiero diventava nevrotico e non riusciva più a distendersi e a correre, mostrava ovunque il fiato corto, e perciò rinunciava e si accartocciava in sé stesso, senza speranze. Qui invece l’orizzonte era un’icona, a due dimensioni, era permeato di spirito e silenzio e calore, mentre là si esibiva in una pornografia generale, a tre dimensioni, fredda anche nella calura più insopportabile, fredda e meccanica e fracassona sempre, esangue.

Osservavamo il panorama ancora scendendo verso la spiagga, in un punto in cui il Bug si allargava e rallentava la marcia e un molo traballante conduceva al suo interno. Per una manciata di minuti, fino al tramonto, ci fermammo sulla sabbia al frusciare dell’acqua già scura, piena di ranuncoli in fiore, e Irina mi confessò che era un peccato non essere più giovane, non avere anche solo dieci anni di meno. Se risposi qualcosa fu solo perché pensavo si dovesse tentare qualche parola per addolcire quel che di vero le era sfuggito dai denti. Ma quella era una verità tonda e compiuta, del tutto persuasiva, e si manteneva ben salda sopra le menzogne e le lusinghe a cui ricorrevo ogni giorno dall’istante in cui l’avevo conosciuta e avevo abbandonato ogni cosa per lei e l’avevo seguita qui a Tyvriv, sulle sponde del Bug, per rinascere.

Al mio arrivo, nell’aeroporto di Kiev, mi ero trovato di fronte una vecchia, un’ombra del mio impazzamento di un tempo. Le cause di una tracollo del genere, il più inaudito, il più inimmaginabile, potevano essere innumerevoli, riflettei in silenzio, con un filo d’orrore. C’entravano la notte inoltrata, le nove ore di treno da Vinnycja, pensai. E c’era anche l’umiliazione di essersi presentata alla madre col capo cosparso di cenere, un’inedito in tutta una vita adulta trascorsa tra i laghi italiani del Nord, in case, dimore e palazzi di capitani d’industria in qualità di badante o di donna delle pulizie, lavori umili, però a contatto con l’eleganza, l’autentica ricchezza, e pagato oltre ogni possibilità di guadagno in patria. Potevano essere queste, pensai, le cause di quel tracollo inaudito, e forse, mi dissi, se ne aggiungevano altre di cui io ero all’oscuro. Gli occhi di Irina salutandomi s’erano subito coperti d’una pellicola traslucida di lacrime, ma sotto io scorgevo benissimo il fondale solcato dai coralli dei capillari sclerotici. Era solo l’impressione di un momento, riflettei, quello che mi appariva davanti come un fantasma a quell’ora della notte si sarebbe convertito di nuovo in una splendida amante, si sarebbe ripetuto il passato, non per sempre, certo, però si sarebbe di ripetuto il passato, quanto bastava almeno per una manciata di anni di gioia. Tutto sarebbe tornato all’antico che conoscevo in Italia, ma qui, in Ucraina, sulle sponde del Bug e nel casolare di Tyvriv con la latrina in cortile. La ripetizione non esiste, riflettei, ma a quel tempo non ci ero arrivato e sperare l’impossibile non mi sembrava una cosa impossibile.

In Italia Irina era un’altra persona, qui si s’era totalmente trasfigurata. Lei che sapeva comportarsi con una raffinatezza squisita – per gli standard borghesi che, naturalmente, rimangono annichilenti – ora in quei pantaloni di tuta e in quella felpa sportiva schiudeva inuadite versioni di sé stessa. Le origini contadine erano affiorate in ogni parte del suo aspetto, la diffidenza contadina le faceva torcere il collo a destra e a sinistra a intercettare minacce. Aveva portato con sé una lepre arrostita avvolta in un foglio di carta stagnola. “È la cena, annunciò, e la consumammo in silenzio in una delle panchine dell’aeroporto. La cena attrasse subito uno sbandato, puzzolente di alcool fin sopra i capelli. Venne annientato, Irina lo macellò in pubblico con grida e minacce. Pensai, ecco, anche questa è una novità, io non sarei capace di umiliare così un poveraccio, non potrei declamare quel rosario di mostruosità ad alta voce, tra perfetti sconosciuti, lei invece sa, come si suol dire, difendersi, sa come fare a levarsi qualcuno dai piedi. Lei sa come fare a levarsi qualcuno dai piedi, pensai, di sicuro, pensai, non è la prima volta che lo fa, non è la prima volta che ha bisogno di farlo. In fatto di cene la conoscevo sotto un’altra luce, a casa più volte ci aveva fatto compagnia in modo impeccabile. I capelli raccolti, l’abitudine di presentarsi negli abiti migliori – per quanto modesti – e una gentilezza nella conversazione che non cedeva mai agli inciampi di un italiano zoppicante: non c’era altro da trovare se non questo, a meno di non esserle amante, come lo ero io, perché altrimenti sarebbe stata da aggiungere all’elogio la cura assoluta anche sotto quel profilo di vita.

A Kiev Irina era una bestia, in Italia era un angelo. Aveva oscillato da un estremo all’altro e io ero l’unico testimone dell’oscillazione. Solo io avevo assistito, riflettei, a quell’oscillazione, né a Tyvrov né a casa qualcuno vi aveva assistito. Qua e là avevano avuto a che fare con una sola faccia del poligono Irina, io con almeno due, e forse presto con altre, mi dissi. Sul Bug l’afa toglieva il respiro ed era già mezzogiorno passato e noi continuavamo a zappare. Io avevo assistito all’evento, pensai mentre zappavo, avevo scisso la mia esistenza in un prima e in un dopo. Indietro non si torna, mi dissi, tornare indietro è impossibile, la ripetizione non esiste. Io non posso tornare e nemmeno Irina può tornare.

Ero ancora là nel campo di patate a zappare, e pensavo a tutte queste cose, e lei si avvicinò con la bottiglia di kompot sotto il braccio. La giornata era finita, perché l’avvicinarsi di lei con la bottiglia di kompot sotto il braccio era il segnale della fine della giornata passata a zappare nel campo di patate. Era diventata un’abitudine, pensai, se esistesse qualcosa come un’abitudine. L’uguale è diverso, solo che non riusciamo a vedere il diverso nell’uguale. Saremmo tornati a zappare domani, e anche lo zappare assomigliava ormai a un’abitudine, ma un’abitudine non era, come del resto non era un’abitudine vivere nella casa di Tyvriv con Irina e con la madre, parlare di abitudini significa parlare del nulla, cosa come noto impossibile. Sul sentiero di casa pensai ch’ero dovuto venire fin qui sul Bug per capire che l’abitudine non esiste, che la ripetizione non esiste.

Ma allora sarei potuto rimanere a casa in Italia, mi dissi.

Non c’era niente da obiettare, se la ripetizione non esiste sarei potuto rimanere a casa in Italia. E però se non avessi iniziato a zappare qui lungo il Bug non avrei mai capito che la ripetizione non esiste e che, di conseguenza, anche a casa in Italia era tutto un brulicare di eventi e che io ero fuggito da ciò che in fondo cercavo, abbandonando ogni cosa per seguire Irina a Tyvriv e per rinascere e capire quello che avrei dovuto capire zappando sul Bug insieme a Irina nel campo di patate. Nella ripetizione la vita è monotona, mi dissi, ma anche senza la ripetizione, ovunque, la vita è monotona, conclusi.

Un racconto di Daniele Foffa

Illustrazione di Chiara Troisi

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