Basilico

“Benvenuti nel paese dal profumo di zagara”, accussì c’è scritto sul cartellone all’ultima curva, prima di entrare in paese. Certo, come no, solo cà poi fai per sporgerti dal guardrail e ci trovi pannolini sciancati, buste squartate, più giù, questo lo so, ché ci andavo sempre quand’ero nú quatrariello, c’è una puzza cà non si può stare, tutta colpa della fognatura, una fiumarella di merda e schiuma cà pare il moccolo di un picciurillo finito di piangere. È dai tempi della scuola cà è accussì. Non è cangiato nulla. Eh sì. Non torno da vent’anni ed è sempre la stessa sonata. Ma come si fa? Io me lo ricordo quando mi mettevo dal zinno di casa, dove c’era il belvedere, e a guardare tutta la piana mi ci veniva ogni volta ’na cosa alla bocca dello stomaco cà poi manco mangiavo tanto era bello, il porto, il mare zitto zitto, e poi, quasi attaccate alla spiaggia, le montagne, dall’altra parte i mandarini, e il Castello con le casicielle tutte attaccate, strette strette. E allora mi dicevo che questo era il posto più meglio del mondo, ché da lontano mi è sempre paruto una cartolina. Appunto, da lontano. Io questo paese gli ho voluto bene da lontano e l’ho maledetto da vicino, non ci posso fare niente. Anche con mio padre è stato accussì: più ci stavo lontano, più mi ricordavo le cose belle. E invece no, adesso che sto facendo la salita di casa mi vengono in mente solo i fatti brutti. Menomale cà oggi ci posso dire addio, ché sono qui per l’ultima benedizione a lui e a ’sto paese di merda.

La mugliera di mio padre sta piangendo davanti alla cassa scoperchiata. Non è mia madre, quella è già crepata. Non è nemmeno la mia matrigna. È solo la mugliera di mio padre. Sono sulla porta. Da qui la prima cosa che vedo sono le punte delle scarpe nere, e lo straccio bianco per tenerci chiusa la bocca. Chianti e trivuli: sono le vecchie d’isto morto. «Ghera ’nu brev’ uominu, fatigatur…» mi veniva sempre da ridere quando sentivo ’sta litania; come quella volta al funerale di zzì Giuvann’ cà non ce l’ho fatta e mi sono pisciato sotto dalle risate e tutti mi hanno guardato offesi, manco l’avessi ammazzato io alla buon’anima; anche mo’ sono lì lì per fare lo stesso, ma poi mi fermo la bocca con la mano per farla passare.

Mio cugino si avvicina, ha la faccia abbattuta. «Professò, cum’è?» chiede, «Che si dice all’alt’Italia?» Da quando faccio il bidello a Torino mi prendono per il culo, mi chiamano “il professore”. Mio cugino è ingrassato e i capelli, quelli, se li è mangiati il tempo. Sto per dirglielo, per sfotterlo come facevo quando eravamo due quatrarielli, ma poi non lo faccio. Non dico niente. Alzo le spalle, e basta. Meglio di no, ché proprio mo’ la mugliera di mio padre si è accorta di me. Ha il capo incorniciato in un fazzoletto. Pare ’na Maronna nera. Si alza e mi abbraccia, piangendo mi dice: «Parta, parta ghe mourt!», ci vulissa dire che lo vedo pure io cà mio padre è morto. Poi appoggia il naso sul mio petto, mi bagna la maglietta. E non mi piace, ché sento l’odore dei suoi capelli, e sanno di sapone e mangiare cucinato almeno un milione di volte; anche la casa puzza di mangiare. E di vecchio. Sì, di vecchio. «U ’nne giust’, u ’nne giust!» e invece la morte è sempre giusta, ché appiana tutte le cose. La mugliera di mio padre mi prende la mano e mi porta da lui, mi costringe a baciarlo sulla fronte. Non l’ho mai baciato a mio padre. Né lui ha mai baciato me. Il bene era ’na manata calda ara a faccia. E invece ora è freddo. Il freddo di morte. Gli hanno messo l’abito cà avia al suo secondo sposalizio. Lo so, ché ci ho visto le foto su Facebook. Non ci sono voluto andare a quella pagliacciata, perciò da allora mio padre mi avia cacciato la parola; mi avia mandato a dire che per lui ero morto. Con tutte le paliate, con la raggia e il veleno che mi ha fatto prendere da quando sono sulla faccia della terra, invece di essere io quello incazzato con lui, era il contrario. Fituso! È sempre stato un fituso. E ora ha le mani gialle della cirrosi intrecciate a un rosario di quelli cà con il buio si illuminano. Quando ero alto così, ci dormivo sempre. Chissà che mi pareva starmene al buio con quella catenella addosso. Poi di colpo, basta. Non ne ho voluto più sapere. È successo cà è tornato ’mbriaco dalla cantina. È successo cà quella mattina questo bastardo mi ha svegliato di bell’e buono e mi ha tirato per il rosario che c’avevo al collo. Quasi ci era riuscito a cacciarmi la vita. Menomale cà quella disgraziata di mia madre si è messa in mezzo e mi ha salvato per trenta e trentuno.

La mugliera di mio padre mi porta ’ntra a cucina, dice cà devo mangiare qualcosa, ché ho fatto un lungo viaggio. La tavola pare ’na pasquetta, con tutti ’sti cornetti, panini imbottiti, biscotti, caffè, brioche, portati da parenti e vicini. Lì in un angolo, la mugliera di mio padre ha già preparato il pane per i poveri. Gesù cristo, pure quello ha fatto! Di sicuro gliel’ha detto don Santo; già me lo immagino, lui cà dice a lei che è usanza, cà bisogna dare il pane a chi il pane non ce l’ha. Non l’ho mai sopportato quel prete, pare ’na star, tutto lui con la sigaretta in bocca. Io questo mangiare nemmeno lo guardo, ché dal balcone mi sono appena arrivate zaffate di un odore cà quasi me l’ero scordato. È il basilico di mio padre. Prendo una bottiglia d’acqua ed esco. Lo voglio aracquare. Tocco il terreno nei vasi, è ancora umido. Sicuro cà dare l’acqua alle piante è stata l’ultima cosa che ha fatto prima di crepare. Tocco le foglie, sono belle toste, la punta delle dita addura di mio padre. E allora mi viene l’immagine di lui che accarezzava le foglie, che le addurava, quasi le baciava, a loro, non a me, né a mia madre. Una volta, potevo avere dieci come dodici anni, ora non mi ricordo, mi è presa la scimmia in testa e glielo scippai tutto, ’sto maledetto basilico. Poi però lui scippò me: mi fece una paliata che, per la miseria!, a pensarci ancora oggi mi si arrizzano le carni. «Ti cacc’ i ru munn’!», mi diceva mentre mi dava i pugni supra a capa, «Ti cacc’ i ru munn’!» e calci alla pancia. Poi, non contento, finì con me e fece lo stesso a quella disgraziata di mia madre. Diceva cà era colpa sua, ché doveva stare attenta a me invece di ricamare tutto il giorno. Ma poi ci avesse mai fatto un pesto con tutto ’sto basilico. Diceva cà non si fa, lui il basilico se lo imboccava ogni giorno finito di mangiare. Diceva cà era per pulire il palato. Proprio così “il palato”, vai a capire da chi l’aveva sentita ’sta parola, ma tant’è. Io quel sapore non lo sopportavo, anche solo l’adduro mi serrava la bocca dello stomaco sullo stesso punto in cui mi aveva riempito di calci, quella volta.

Il funerale è durato poco, per fortuna. Ho dato a don Santo ’na cosa extra per una messa veloce, ché a quello solo con i soldi ci puoi parlare. Come le pompe funebri hanno serrato la cassa, mio padre ha finito di essere mio padre. È diventato “il morto”. E tutto a un colpo mi sono ricordato cà lui soffriva a stare negli spazi chiusi, stretti stretti. Diceva cà si sentiva soffocare. Non so perché ma m’è venuto di chiedere a quello delle pompe funebre se c’era bisogno di stringere così forte i chiodi e se magari li poteva lasciare un po’ più lenti. Il cristiano ha fatto una faccia, come a compatirmi, e mi ha detto cà no, non si poteva. Chissà che mi pensavo di fare. Abbiamo ficcato il morto in un cassettone. Fila 24, piano terzo. Il cacciamorto ci ha buttato ’na cardarella di cimenta, ha detto che non appena si asciuga, ci attacca la lastra di marmo e amen. Ha pure voluto sapere che scritta ci volevamo sul marmo. Lui aveva delle frasi già pronte, ci ha fatto vedere ’nu libro alto accussì, potevamo scegliere fra centinaia, tipo “Riposa nella pace dei giusti, rivive nella luce di Dio”, oppure qualcosa di più corto come “Iddio ti dia la pace”. Ma potevamo portargli pure ’na frase nostra, se volevamo. In quel caso però dovevamo dirgliela il prima possibile, ché ci voleva più tempo a scrivere ’na frase nuova sul marmo. La mugliera di mio padre ha detto cà dovevo scriverla io. Ahi voglia a ripetere cà sugno ’nu bidello mica ’nu letterato, che ne so io di come si scrive ’na roba del genere. «Tu tien’ a pinna. Síí professor’.»

Sono due giorni che insiste con ‘sto fatto della frase. Mi chiede se l’ho scritta, ché dobbiamo portarla al cacciamorto ma a me non è venuto niente. Sono sul balcone, si vede tutta la piana da qui. Una cartolina pare, sì, una cartolina. Prima mi volevo sbrigare, me ne volevo scappare il più presto possibile, chiudere tutto e via. Ora me la sto prendendo con calma. Non so. Ho chiamato al preside, gli ho detto cà rimanevo un altro paio di giorni. È per questo mare con le montagne appiccicate, è proprio bello da qui. E poi c’è ’sto profumo di basilico. Non mi dà fastidio. Non più. Strano.

Da qui sento la mugliera di mio padre, sta sgridando a mio cugino, gli sta dicendo di non scopare a terra, ché è peccato, che fino al settimo giorno non si può fare, sennò l’anima del morto se ne va. Guardo le piantine di basilico. Le foglie pare cà mi stanno fissando pure loro. Io non lo so se è vera ’sta roba dell’anima, però una volta a scuola ho letto su una lavagna questa frase: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Chissà che mi è sembrato, ma tant’è. E da allora m’immagino cà tutte le cose non ci muoiono mai, diventano un’altra roba. Anche mio padre, sicuro cà si è trasformato, sicuro cà è diventato basilico. Mi ci scommetto la vita mia. E allora mi viene una cosa in testa. Mentre la mugliera di mio padre è di là a sgridare mio cugino, io scippo tutto il basilico sul balcone. Ho deciso, ci faccio un bel pesto. E poi me lo mangio. Sì, me lo mangio. M’imbocco mio padre sano sano. Chissà che è la volta buona cà facimo pace, io e lui.

M’è venuta pure la frase per il marmo: era basilico in vita, ora è diventato pesto.

Un racconto di Valeria Zangaro

Illustrazione di Chiara Troisi

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