Campo di battaglia

Quindici anni fa, per lavoro, mi ritrovai nei pressi del casale. Dopo un istante di esitazione, decisi di farci un salto, aspettandomi di trovare l’erbaccia alta fino alle finestre.

Invece vidi un bambino giocare in cortile, all’ombra del vecchio gelso. Poco dopo dalla porta uscì Ilaria. Ci guardammo a distanza, entrambi con un sorriso di sincero stupore sul volto. Mi fece segno di entrare.

Andai per stringerle la mano, lei mi abbracciò. Sono qui con mio marito e degli amici, disse. Cavolo, da quanto tempo.

Troppo, risposi.

Era diventata donna, moglie e madre. E io ero diventato zio, e mi ero perso tutto questo senza neanche sapere perché. Ma che è successo, Ila’?

Scosse la testa. A saperlo. Mio fratello dice che tuo padre ci ha provato con mamma.

Spalancai gli occhi. E tu ci credi?

Io no, ma lui sì… e nessuno si è mai degnato di smentire. Se poco poco vi nominiamo, papà comincia a urlare come un ossesso.

Immagino, dissi. Ma io e te che c’entravamo? Eravamo ragazzini.

Sai come si dice: le colpe dei padri…

Prima di andar via mi diede il suo numero. Vediamo di non perderci di nuovo, aggiunse.

Quando a cena raccontai ai miei dell’incontro, vidi mio padre cambiare espressione. Sbatté un pugno sul tavolo. Che gran figlio di puttana, urlò. Prese la giacca e, senza che potessi fermarlo, corse nell’ascensore. Dal balcone lo vidi partire con la macchina. Mamma provò a chiamarlo sul cellulare ma non lui rispose.

Tornò verso mezzanotte. Adesso vedete che non ci metteranno più piede, sibilò, poi andò a prendere del ghiaccio da mettere sulla mano gonfia.

Eppure eravamo stati anche noi una famiglia felice: al casale, d’estate facevamo grigliate e in autunno arrostivamo le castagne. Ho i miei primi ricordi lì. Il giorno di Pasqua del 1983, tutto andò in pezzi. Ilaria e io stavamo giocando nel cortile, però ero distratto a guardare le figure dei nostri padri fra i peri: quattro giorni prima si consolavano a vicenda al funerale del nonno; ora si additavano con gesti rapidi, indicando questo o quello. Sembravano due generali su un campo di battaglia.

Poco dopo mia madre mi ordinò di alzarmi. Inutile fu protestare: mi afferrò per il braccio e mi trascinò in macchina. Mio padre entrò, urlò verso mio zio: Non finisce qui, Genna’, lo giuro su Dio!, sbatté la portiera e partì. Il lunotto incorniciava la catastrofe: zio a braccia incrociate, zia stretta al figlio maggiore e mia cugina a terra, fra i nostri soldatini di plastica.

Vennero le telefonate dell’odio. Capitavano sempre all’ora di cena, mentre guardavamo la tv: il trillo, lo scambio di sguardi, mio padre che si alzava sbuffando. All’inizio riusciva a mantenere la calma, poi piano piano alzava la voce. A quel punto mamma chiudeva la porta del salone e della cucina. Lo sentivo sgolarsi nell’altra stanza ma non capivo cosa dicesse, per via della tv a tutto volume. Quando tornava, covava il fuoco negli occhi.

Una sera, dopo una chiamata di appena cinque minuti, disse che il fratello voleva mettere in mezzo gli avvocati. Mamma poggiò la forchetta e gli mise la mano sul polso. Lui la guardò. Se vuole la guerra, disse, l’avrà.

Negli anni ci ho provato a chiedere spiegazioni: perché non potevo più giocare con i miei cugini, perché gli zii non fossero venuti alla cresima. Perché non tornassimo più lì. Anche dopo aver rivisto Ilaria: quella volta, attraverso la porta chiusa gli chiesi se avesse capito che sua nipote si era sposata, che aveva avuto un figlio. Mi rispose di andarmene al diavolo.

Vidi l’ombra del dubbio sul suo volto solo qualche anno fa, quando gli comunicai che qualcuno aveva occupato il casale: non lo infastidiva che degli estranei mangiassero e dormissero dove noi avevamo mangiato e dormito?

Meglio in mano loro che di tuo zio, disse. Lo fece a sguardo basso, senza il suo solito furore. Dimentica quel posto. Dimentica che esistono. Si vive meglio, fidati.

Scossi la testa. Vuoi dirmi che tu sei riuscito a dimenticare, papà? A me non sembra proprio.

Io credo però che uno se lo sente quando il tempo sta per scadere. D’altronde la condanna che il medico ci aveva sentenziato qualche mese fa era stata chiara: per uno della sua età la chemio non era un’opzione. Ci aveva consigliato un hospice; avevamo preferito riportarlo a casa.

Stasera qualcosa era nell’aria. L’ho capito quando papà ha mandato via la badante e mi ha chiesto di portargli dei documenti. Ho scartabellato fra vecchie foto in bianco e nero – due ragazzini al mare, un identico taglio di capelli, e poi matrimoni e comunioni – finché non ho trovato i documenti di successione. Alcuni risalivano a quasi quarant’anni fa. Li ho sfogliati, incredulo.

Sono tornato in camera da letto. Mamma, i capelli bianchissimi, gli teneva la mano. Lui osservava il mondo fuori dalla finestra attraverso i suoi spessi occhiali marroni.

Papà, ho sussurrato. Lui si è voltato. Era giallo e minuscolo, infossato nel letto matrimoniale. Non vi sarete mica massacrati tutta la vita per questo, vero?

I suoi occhi, vacui fino a poco prima, si sono infuocati come quando tornava dalle telefonate dell’odio. L’ho visto afferrare le lenzuola come ci si aggrappa alla vita stessa. Non voleva dargliela vinta, crepando per primo; ma dopo tutto suo fratello, ridotto a brandelli dall’Alzheimer, aveva già perso quella guerra. Papà, ho detto, indicando le planimetrie del casale e del terreno intorno. In un metro quadrato non ci pianti neanche un albero.

Un racconto di David Valentini

Illustrazione di Chiara Troisi

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