Rhadi Abdeslam

1 – In fila con gli altri mentre aspettiamo lo sparo sotto la scalinata del Campidoglio sento il sole dolce del pomeriggio di inizio settembre, e il suono delle campane. Conosco la storia della città. So che alle nostre spalle, dietro la curva, ci sono i resti di un teatro bellissimo, forse più bello del Colosseo. Lo fece costruire l’imperatore Augusto per Marcello, il giovane nipote. Augusto lo aveva scelto come successore, ma il ragazzo morì prima. Mi volto, come per controllare, magari la curva è scomparsa, magari ora posso vedere il teatro di Marcello e chiedergli forza, ma arriva lo sparo, e partiamo, e in breve siamo già lontani un chilometro.

2 – Guardo la mia maglia rossa col numero 185 che comincia a sventolare al ritmo della corsa. È la prima volta che il Marocco partecipa a un’Olimpiade e lo rappresento io, che forse ho 30 anni ma non ne sono sicuro, ero in fasce quando il mio villaggio fu distrutto e la mia gente dispersa.

3 – Corro forte. Mi conoscono. Ma non sono il favorito. Per tutti il favorito è Popov, il russo. Tutto il mondo teme la Russia. Anche io temo la Russia. La teme anche Popov.

4 – Aggiriamo il grande Colosseo indifferente nel sole del tardo pomeriggio.

5 – Oltre il Circo Massimo è in testa Keily, l’inglese. Le nostre ombre ci corrono davanti.

6 – Ci sono altri favoriti, oltre Popov. Il suo compatriota Vorobjov. Keily. Il francese Mimoun, campione in carica. Magee, il neozelandese. L’argentino Suarez. Il mio allenatore Rashoum ha detto che tra i favoriti c’è anche Abebe Bikila, l’uomo degli altipiani.

7 – Rashoum ha detto che Popov e Vorobjov si sono preparati con le tabelle di Zàtopek, in Siberia, a torso nudo, nella neve. Li guardo. Corrono vicini. Non si separano mai. La loro pelle è quasi albina. I loro capelli biondi brillano immobili.

8 – Bikila ha la maglia verde col numero 11. Corre scalzo. Dicono che stava scomodo nelle scarpe per via degli alluci lunghi. Che forse aveva vesciche.

9 – Rashoum ha detto che Niskanen seguiva gli allenamenti di Bikila da una Cinquecento, quell’automobile simile a una coccinella. Lo ha fatto correre con le scarpe, poi senza. Si è accorto che a piedi nudi Bikila migliorava il tempo di 20 secondi al chilometro.

10 – Bikila ha gli occhi chiari e la faccia pulita, composta come la sua corsa. I suoi piedi sul selciato fanno un rumore continuo. Ciaf ciaf ciaf ciaf.

11 – Io sono magrissimo, un fascio di muscoli molto tesi, le gambe lunghe, il torso corto. Le mie enormi orecchie spiccano su una testa troppo grossa e sul mio viso scavato. Corro senza grazia, ma dalla mia ci sono fibre infrangibili e volontà d’acciaio. Posso correre per 80 chilometri.

12 – Rashoum mi ha fatto correre i 10000 due giorni fa. Avrò smaltito le tossine? Pagherò la fatica?

13 – Mimoun è l’oro in carica, ma è perduto. Corre pesante. In 4 anni tutto cambia. Si fanno le rivoluzioni, crollano le colonie, si diventa vecchi. Mimoun ha 40 anni ed è finito. Proprio ora che non c’è più Zàtopek.

14 – Senza Zàtopek, Mimoun avrebbe vinto altri 3 ori olimpici. Che destino, essere un grande campione nell’era di un campione più grande ancora. Mimoun arrivò sempre dietro a Zàtopek, tranne a Melbourne, 4 anni fa. Prima di festeggiare, attese Zàtopek. Il ceco arrivò dopo quasi 5 minuti. Si abbracciarono.

15 – Il gruppo comincia a sfaldarsi. Lo guidiamo in 4: io, Keily, Vandendriessche, Bikila.

16 – E se l’energia che ho ora se ne andasse di colpo? Non importa. Adesso ne ho molta. Devo attaccare.

17 – Rashoum ha detto: attacca al chilometro 18, ma purché resti il tuo passo naturale.

18 – Allungo. Faccio il vuoto. Mi segue solo la maglia verde col numero 11.

19 – Bikila è nato nel 1932, ha detto Rashoum: mentre a Los Angeles si correva la maratona olimpica.

20 – Bikila è cresciuto sugli altipiani. A 1700 metri. Figlio di pastori. Conosco quell’aria rarefatta. La stessa dei monti dell’Atlante. Dopo aver temprato i polmoni lì, in ogni altro posto ti sembrerà di volare.

21 – Sono ufficiale dell’esercito. Lui fa parte delle guardie del corpo del Negus Selassié. Siamo soli in testa. Circondati da luce rosa. In Africa, per gazzelle e leoni è l’ora dell’abbeverata.

22 – Corriamo su una grande autostrada tutta per noi, divisa in due da una barriera di ferro, orlata di pini altissimi e illuminata dal tramonto. Non rallento mai. Neanche lui.

23 – La chiamano città eterna. Vedo quartieri in costruzione, poi campi a perdita d’occhio, poi altri quartieri in costruzione, poi ancora campi.

24 – Siamo in due, da soli. Ciaf ciaf. Sempre a fianco. Ciaf ciaf. Respiro regolare. Grandi pini ai bordi dell’autostrada, una pista tutta per noi mentre scende la sera. Corro forte. Guardo i campi. Non penso. Mi volto: nessuno, non vedo nessuno, non c’è più nessuno. Popov e Vorobjov sono dietro. È la loro strategia. Credono che scoppieremo negli ultimi chilometri.

25 – Cominciano i dieci chilometri più pericolosi. Devo spegnere la testa. Non devo pensare. Un’immagine orribile: lui è Zàtopek, io sono Mimoun. Non ci fosse lui, avrei già vinto. È venuto per abbattere la mia più grande occasione. Non devo più pensare. Non mi lascio staccare. Respiro regolare, non perdo metri, non mi guardo più intorno, controllo le sue gambe, respiro più a fondo.

35 – Siamo da soli. Davanti a noi, il grande rettilineo dell’Appia Antica. La strada ha più di 2000 anni, respira di civiltà defunte, e io non posso guardare nulla, solo i metri davanti a me, solo aggrapparmi al suolo, solo mangiare un metro dopo l’altro. La strada è avvolta dal buio ma si illumina al nostro passaggio. La folla è raccolta ai bordi, come fosse uscita dalla selva. I russi hanno sbagliato tutto. Le loro tabelle hanno fallito. Non ci prenderanno più. Fuori tutti: i russi, Keily, Suarez, Mimoun. Solo io e Bikila. A momenti il suono dei suoi piedi sul selciato mi aiuta a tenere il ritmo, a momenti penso che mi perseguiterà fino alla morte.

36 – Ciaf ciaf ciaf ciaf. I suoi piedi sembrano accarezzare i sampietrini. Le mie scarpe sembrano percuoterlo. Resisto alla tentazione di sperare che si tagli con un vetro, con una scheggia, con lo spigolo di una pietra. Cosa farà quando vedrà l’obelisco di Axum?

37 – Gli italiani volevano le loro colonie dal 1896, ma Menelik vinse ad Adua e li cacciò. 35 anni fa ci riprovarono, la propaganda fascista descriveva l’Etiopia come un focolaio di caos, barbarie, malattie, e stavolta vollero sottometterla per sempre.

38 – Graziani vinse grazie ai gas e ai veleni chimici, Selassié invocò la società delle Nazioni, senza risposta; rastrellamenti, fucilazioni di massa, bombardamenti agli ospedali da campo, incendi a migliaia di tucul, stupri: fu all’incirca questa la vittoria annunciata dall’Impero Italiano nel 1936. Come bottino di guerra presero l’Obelisco di Axum, lo spezzarono in tronconi, lo trascinarono fino al porto di Massaua. Sbarcò a Napoli, infine a Roma. Fu innalzato per eternare la gloria fascista. Bikila vedrà tra poco la frusta del suo popolo.

39 – Perdo qualche metro. Barcollo. Mi riprendo. Entrambi abbiamo gente che soffia alle spalle. Forse la sua gente soffia più forte.

40 – L’Appia Antica è una galleria buia illuminata solo dalle torce, un vicolo dell’oltretomba. Sento dolore. Sento le tossine. Là in fondo, alla fine del tunnel, l’Obelisco di Axum.

41 – Eccolo. È più alto di un palazzo. Ci passiamo sotto. Non capisco se è grigio o giallastro. Distinguo a malapena iscrizioni geometriche che mi danno la nausea. Bikila allunga. Mi stacca. Non riesco. Resto indietro. Lo vedo sparire.

42 – Mi trascino verso l’argento. Bel colore. Non avrò mai più un’occasione così.

42,195 – Arrivo 25 secondi dopo di lui. Ha i piedi sanguinanti. Sorride. Mi abbraccia. Arriva Magee e si butta per terra. Keily vomita. Bikila è in trionfo. Ogni gigante ha uno scudiero di valore. Spero mi ricorderanno.

Un racconto di Giulio Pedani

Illustrazione di Angelo Policicchio

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