Avevo appeso il tuo ritratto al chiodo

Avevo appeso il tuo ritratto al chiodo.

Non è un bel ritratto, pure ho appeso questo tuo ritratto al chiodo, quello di fronte al letto, mezzo arrugginito, l’ho appeso lì per guardarlo ogni sera prima di andare a dormire, e ogni mattina appena sveglia, ed è rimasto lì, appeso, per un mese intero.

Quel chiodo era lì, vuoto da molto tempo: lo avevamo messo assieme, per appenderci un quadro che però poi non ci piaceva più.

Ed era rimasto vuoto.

Mi piacciono i vuoti, lo sai, mi piacciono i non detti, i silenzi, mi piace l’attesa tra una canzone e l’altra; non tutti i vuoti mi piacciono, però. Ad esempio il mio comodino è sempre pieno, sempre in disordine, e anche la dispensa: se non ho almeno quattro pacchi di caffè mi sento perduta, finita.

Quando te ne sei andato mi sono sentita come quando non ho abbastanza caffè.

Ho passato un intero mese col tuo ritratto davanti, l’ho segnato sul diario.

Sul mio diario segno tutte le cose importanti, e quelle meno importanti, e ci ho scritto pure del chiodo; ci avevo scritto anche del quadro e di tutte le altre cianfrusaglie orribili che avevamo comprato.

Allora ho tirato fuori la foto dal cassetto e l’ho messa lì, davanti al letto e tutti i giorni la trovavo sempre lì, a ogni risveglio.

Ma poi perché non l’hai portata con te? Te ne sarai dimenticato, i cassetti sono fatti per dimenticare.

La mia memoria, invece, è formidabile.

Ricordo perfettamente quasi ogni giorno della mia vita, ricordo i film che ho guardato, con chi e dove; ricordo bene ogni libro, ogni concerto, ogni segreto. Infatti non avevo dimenticato quel ritratto nel cassetto. L’ho fissato per parecchie ore prima di appenderlo, e ho continuato a fissarlo lì sul chiodo, per un intero mese.

Nell’ultimo periodo ero strana, me lo dicevi sempre; dicevi che ero insofferente e frustrata, per via del lavoro, per le soddisfazioni che non arrivavano mai, e allora avevo cambiato lavoro, mi ero iscritta in palestra, avevo conosciuto nuove persone. Ma rimanevo insofferente.

Avevo scritto anche questo sul mio diario, e avevo scritto anche che rimanevo insofferente e frustrata.

Ho riletto il mio diario un mese fa, me lo ha suggerito la psicologa. Le avevo detto che mi sentivo frustrata e allora abbiamo cercato di capire perché, fino a quando non sono arrivata al chiodo, al quadro e al cassetto.

Allora lei mi aveva tirato fuori quel ritratto – le avevo detto anche del ritratto – e mi aveva detto: fino ad ora ti ci sei appesa tu a quel chiodo, perché adesso non ci metti lui?

C’è voluto qualche giorno per decidermi, all’inizio nemmeno volevo aprirlo il cassetto, perché chissà cos’altro ci avevi lasciato dentro, magari prove di tradimenti, segreti inconfessati; invece c’era solo quel tuo ritratto e qualche scontrino, tanto che ci sono rimasta quasi male, un cassetto vuoto, pieno solo di polvere.

La prima cosa che avevo pensato era che in quella foto eri davvero molto brutto, la seconda, invece, era che non stavo provando nulla. E un po’ ci ero rimasta male, perché mi ero abituata all’idea di soffrire, me lo aveva detto anche la psicologa, mi aveva detto che tutto diventa un’abitudine, anche il dolore. E l’abitudine fa scomparire le cose. E le persone.

Allora ho appeso il ritratto, per vedere se poteva diventare un’abitudine.

La prima sera era stata strana, ma non tanto per l’oggetto, è che stavo lì ad aspettarmi qualcosa, una sensazione: ma niente. Poi mi ero svegliata e sapevo che avrei trovato il tuo ritratto.

Anche prima sapevo che ti avrei trovato ogni mattina: aprivo gli occhi e ti vedevo, ma solo dopo qualche secondo, perché prima avevo bisogno di pensare che ti avrei trovato lì.

Anche la prima volta che mi sono svegliata da sola era stato strano. Tu dormi molto, molto più di me, invece quel giorno eri sveglio già da un pezzo; io ti preparavo sempre il caffè, tu però quel giorno a me non lo avevi preparato. Non pensavi mai a me: non stiravi le mie cose, non toglievi i miei panni dallo stendino, non toglievi la polvere dai miei scaffali.

Da quel giorno avevo smesso di prepararti il caffè, non so se lo avevi notato, ma da quel giorno ogni giorno aumentavano le cose da notare, erano diventate talmente tante che non ci facevo più caso veramente.

Poi un giorno te ne sei andato, hai portato via tutte le tue cose, tranne quel ritratto.

E questa era stata l’ultima cosa dell’elenco delle cose da notare.

Per un mese ho trovato il tuo ritratto appeso al chiodo e per un mese ho notato cose nuove: avevo notato che avevi iniziato a perdere i capelli molto presto e che per te era diventata un’ossessione.

Mi dicevi sempre che ero frustrata, però lo eri anche tu, e più di me.

Ti vesti anche male, incredibilmente male. All’inizio mi aveva divertita, poi era diventato imbarazzante, perché tu, invece, sei sempre stato convinto di avere un gran gusto.

Sei sempre stato convinto di molte cose: della tua bravura, della tua bellezza, della tua sensibilità. Poi però eri capace di prendere a calci per minuti interi una porta solo perché qualcuno non si ricordava del tuo compleanno.

Il mio compleanno lo dimenticavi sempre, non mi hai mai fatto un regalo. Non mi facevi mai regali in generale, nessun regalo, nessuna cena assieme, neanche una foto assieme.

Eppure il mio cassetto è sempre stato pieno, ho sempre conservato un sacco di fotografie, di biglietti di auguri, di regali. Ieri ho trovato la collana di perle che mi aveva regalato Antonio, quella che non avevo mai indossato per paura che ti desse fastidio; l’ho messa ieri per la prima volta e ho anche chiamato Antonio, abbiamo parlato tanto, abbiamo riso tanto.

Con te mi ero abituata a non ridere mai. Eri sempre serio, tutto doveva essere tremendamente serio.

Nel ritratto sei molto serio, solo che ieri guardandolo sono scoppiata a ridere. Eppure è un ritratto serio, davvero, è che mi è preso così: lo guardo e rido, guardo la tua camicia e rido, mi fa ridere la stempiatura, anche se lo so che ci soffrivi, lo so.

Pure Antonio ci ha riso, lo ricorda bene quel ritratto, era al matrimonio di Isa e tu eri quello vestito peggio e per di più l’unico a non sorridere mai nelle foto.

Siamo stati a cena tutti assieme: io, Antonio, Isa e Marco e Alessandro e Sonia; siamo stati bene e Antonio mi ha fatto un ritratto bellissimo e me lo ha regalato.

Allora oggi ho appeso il mio ritratto al chiodo, il ritratto che mi ha regalato Antonio, perché è proprio un bel ritratto, sai?

Quindi ho tolto il tuo ritratto dal chiodo, l’ho spolverato e l’ho portato in soffitta, assieme a quel quadro che non mi era mai piaciuto, assieme a tutte le cose che non mi sono mai piaciute.

Un racconto di Maria Cristina Comparato

Illustrazione di Maria Caruso

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